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1.
Necessità, senso e limiti di un piano pastorale.
Voi ricordate quello che dicevano gli antichi scolastici:"primum
vivere deinde philosophari". É certamente secondo la
natura dell'uomo che si passi dall'esperienza alla
consapevolezza: le esperienze prima si fanno, e poi si
teorizzano. Da questo punto di vista potrebbe sembrare che
riflettere sulla nostra attività pastorale sia come
perdere tempo prezioso, che si potrebbe dedicare
all'impegno o, come sembrerebbe più suggestivo, agli
"altri". Certo questo potrebbe avvenire; potrebbe darsi
una falsa coscienza per la quale si nasconderebbe dietro
un impegno teorico il rifiuto di avere a che fare con gli
altri; una teoresi, falsamente impegnata, potrebbe
nascondere il rifiuto evasivo di avere a che fare con gli
altri. Sarebbe come voler fare il pastoralista senza avere
l'animo, il gusto, la passione del pastore. L'opera dell'anatomo-patologo
è fondamentale, ma deve essere in rapporto anche con
quella del terapeuta. Per questo ogni tentativo di teoria
non orientato al rapporto con l'uomo è fallace.
Possiamo però convenire che un simile modo di pensare è
una falsa coscienza. Noi ricordiamo le classiche
distinzioni che abbiamo appreso nei nostri studi di
teologia fondamentale. In base a quanto abbiamo imparato
possiamo escludere con una certa tranquillità le forme di
falsità propriamente dette, le mistificazioni ideologiche.
Siamo però resi vigili ad evitare certi pericoli e,
soprattutto, a dare basi più solide alle nostre
convinzioni, curando, modificando, sviluppando gli stati
di coscienza. Parlarne, in tal senso, non fa paura, né
suscita diffidenza, anzi, offre possibilità nuove di
progressi conoscitivi, suscita e ristabilisce benefici
processi formativi....
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