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La Madonna della Catena

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Origini del nome "Madonna della Catena"

Il monastero, sorto in prossimità della «grotta» (follinon, nel termine bizantino) dove secondo la tradizione alcuni anacoreti greco‑orientali vi custodivano l'effigie della Madonna della Catena, si chiamò originariamente «Monastero del Follíno» e tale rimase, probabilmente, fino a quando la miracolosa immagine della Vergine venerata nella grotta non fu trasferita nel monastero, che da allora prese la nuova denominazione di «monastero della Santissima Madre di Dio». In tal modo, come si è già detto, risulta citato nel Cartulary della Robinson che data l'anno 1059; ma già, sul finire del sec. XI, a questa denominazione principale, il popolo aveva cominciato ad unire quella più popolare «della Catena», a motivo della catena pendente dalla mano sinistra della Madonna. Da «Monastero della Catena» si passò poi alla denominazione tuttora in uso di «Madonna della Catena».
Il brano dimostrante l'evolversi del nome si incontra nel testo agiografico greco (Bios di S. Luca d'Isola) tramandato da un codice pergamenaceo messinese del 1308. Per immetterci però nel periodo storico occorre premettere alcuni appunti storici. S. Luca fu vescovo di Isola Capo Rizzuto, visse nella seconda metà del sec. XI ed il culto verso di lui, diffusosi dopo la sua morte avvenuta l'11 dicembre 1114, fu sentito dalla popolazione, che lo invocavano nei bisogni. Nella già citata agiografia del Santo, scritta non oltre il 1120, come si rileva da alcune indicazioni del libro, è citato l'episodio dei due coniugi ossessi, di Cassano, miracolosamente guariti, l'uno per grazia della Madonna della Catena, l'altra per l'intercessione di S. Luca.
Ecco la traduzione del racconto: «Questo avvenne dopo la beata sepoltura di Luca. C'erano nella città di Cassano due coniugi che si comportavano reciprocamente bene ed erano ubbidienti alle leggi di Dio. Il diavolo, letale sin dall'origine e che ha sempre invidia della nostra redenzione, volle distruggere la loro buona e felice convivenza. E ciò portò a compimento. Infatti si congiunse con lui e lo possedette per un anno. Così molestato dal perverso demonio, il cittadino di Cassano si rifugia nel monastero della purissima nostra Vergine e Madre di Dio chiamato della Katina. Lì si tosa e partecipa alla vita della comunità. Liberato dall'impuro demonio e passato a un certo tempo, il predetto uomo ritorna, accompagnato dall'egumeno, alla sua città; e i suoi conoscenti come lo vedono corrono ad annunciare alla moglie che il marito era guarito».
La citazione, riportata nel testo agiografico di S. Luca Vescovo dell'Isola, induce a fare diverse considerazioni. Innanzitutto si ricava che nell'anno 1120, al quale risale l'epoca in cui fu scritto il testo, la Cappella già esisteva, godeva di una certa rinomanza dato che alla invocazione della Madonna della Catena ricorrevano quanti abbisognavano di grazie ed infine sorgeva accanto al monastero, in cui sicuramente convivevano i monaci basiliani. Ciò si deduce da diverse circostanze. Innanzitutto l'epoca e la località: chiesa e monastero si trovavano poco distante dal Monte delle Armi, dove fiorivano alcune comunità di monaci basìliani; sullo stesso Monte S. Marco, sovrastante Cassano, si notano ancora i ruderi d'una antica badia basiliana detta di S. Marco. In secondo luogo, nella descrizione del racconto sui coniugi ossessi di Cassano, si nota che l'ossesso, dopo aver partecipato alla vita della comunità e dopo aver ottenuto la liberazione dal demonio, è accompagnato a casa dall'«egumeno», dignità tipicamente orientale e bizantina. Una terza considerazione ce la suggerisce l'effigie venerata, quella della Vergìne «Odigitria», già custodita nella grotta: come vedremo in seguito, la devozione verso l'«Odigitria» era propria dei monaci basiliani. Un'altra considerazione eloquente ci evidenzia che nel sec. XI il culto della Madonna della Catena era già molto diffuso e quindi risaliva a molto tempo prima. Infatti una recente fondazione delle due strutture (chiesa e cenobio) in quel periodo avrebbe favorito una esclusiva denominazione orientale‑greca, poiché sarebbe assurdo che dei monaci greci avessero fondato una struttura per poi appellarla con un nome romanzo, quale è quello di «monastero della Catina». Come opportunamente osserva Saletta (opera citata), «la denominazione "monastero de la Katina", da cui deriva quella moderna, è una denominazione popolare romanza, che prevalse su quella originaria dei monastero a motivo di un particolare dell'immagine (un pezzo di catena pendente dalla mano sinistra della Vergine) e che certamente si formò in epoca che si può approssimativamente comprendere tra il X e l'XI secolo, entrando però nell'uso comune solo nel l'XI, come si può desumere appunto da un episodio dei Bios di S. Luca d'Isola ... ». La denominazione romanza, dice ancora Saletta «per le ragioni stesse della sua formazione, presuppone un lungo spazio di tempo, durante il quale ovviamente furono usate entrambe le denominazioni: «monastero della Santissima Madre di Dio» (il cambiamento dell'appellativo non è determinante), come si legge nel Cartulary della Robìnson e nel Bios di S. Luca (il Santo morì nel monastero del Vioterito presso Seminara l'anno 1114), e «monastero della Catena, come scrisse l'agiografo nel Bios di questo Santo composto prima dell'anno 1120». Un'ultima questione potrebbe sorgere circa la preesistenza della chiesa al monastero o viceversa. Le conclusioni tra gli studiosi Saletta e Schirò ci sembrano non concordi; il primo infatti sostiene la chiesa essere sorta accanto ad un monastero preesistente (vedi nota n. 4 di pag. 22), il secondo invece arriva alla conclusione opposta

L'icona della Madonna della Catena

Ora esaminiamo le caratteristiche della sacra immagine che si venera nel Santuario di Cassano. Tecnicamente l'opera è stata eseguita su pietra con pittura ad encausto. Probabilmente si tratta di un'immagine eseguita in luogo, ma nelle forme generali delle effigi orientali. L'icona miracolosa rappresenta la Vergine «Teotochia»= (Madre di Dio): Ella siede su una cattedra dì legno a spalliera alta; ha i capelli biondo dorati, è ornata di un manto azzurro sotto cui veste una tunica color biondo‑oro ricoprente il Bambino Gesù, come espressione dell'alta missìone affidatale da Dio, quella di Madre di Gesù e Madre dell'umanità. Con la mano destra regge il Bambino Gesù e con la sinistra una catena spezzata (richiamo alle grazie concesse dalla Vergìne durante il periodo delle incursioni arabe, quindi la liberazione dalla schiavitù saracena dall'V111 al XII secolo). Dal particolare della catena è derivata la denominazione romanza e popolare, con cui ancora oggi è conosciuta l'immagine e il santuario della Madonna. A sua volta il Bambino Gesù, il cui colore dei capelli è lo stesso di quello della Madre, è avvolto da una tunica bianca a maniche lunghe simbolo di innocenza; Egli con la mano destra benedice i devoti e con la sinistra tocca i Vangeli. Quanto alla rappresentazione della Madonna osserviamo che, a differenza delle immagini occidentali le quali sono raffigurate secondo il sentire dell'artista, essa manifesta i caratteri teologico‑religiosi della cultura orientale: nella iconografia bizantina non si concepisce la Madonna senza il Bambino Gesù. L'iconografia infatti è idealista, l'immagine cioè esprime l'idea, nel nostro caso il mistero di Maria Madre di Dio. Lo stesso Bambino Gesù in oriente non è mai rappresentato in fasce o in Bambino di pochi mesi, ma piuttosto come un Bambino che esprime già degli anni. Come dice Giuseppe Gozzini «le icone sono come le finestre attraverso le quali gli uomini guardano al di là», cioè più al significato che all'impressione visuale. Un confronto formale va pure fatto tra l'icona della Vergine di Cassano e quelle orientali. Nella nostra, la Vergine sorregge il Bambino con la destra (è cioè «dexiocratusa»), mentre nel vero tipo di Odigitria bizantina il Bambino è retto con la mano sinistra (è cioè «aristerocratusa»). Altre differenze con il tipo tradizionale di Odigitria ‑ osserva Vincenzo Saletta nell'opera citata ‑ si rintracciano nella presenza dei Vangeli che sostituiscono il tradizionale globo, o rotolo o volume, simboli delle leggi di Dio e dell'ordine del mondo; inoltre nell'atteggiamento pensoso dei viso contro la mistica rigidità della Vergine nell'icona tradizionale. Quindi il simbolismo di questa immagine ci induce a pensare che ci troviamo dì fronte «non a un vero e proprio tipo di Odigitria, ma ad una contaminazione tra l'Odigìtria e l'Eleusa dexiocratusa del tipo cretese o cipriota», in conclusione «l'immagine cassanese della Madonna è Odigitria nell'ispirazione generale». Storicamente infatti a partire dal IX secolo Odigitrie come quella cassanese appaiono lungo tutto il territorio costiero ionico. L'immagine della Vergine di Cassano ha subito dei ritocchi e delle sovrapposizioni pittoriche nei secoli successivi, ma in ogni caso gli interventi sono stati applicati sul dipinto originale dei monaci‑greci, come dimostra l'impostazione tipologica della sacra immagine. Del resto altri studiosi e competenti (Saletta e Cecchelli) fanno risalire l'opera al sec. IX, affermando trattarsi di una icona cretese‑cipriota; e quella di Cassano non è la sola presente in Calabria, anzi arricchisce il patrimonio delle sacre figurazioni d'ispirazione orientale come quelle custodite a Polistena (Chiesa della Trinità), a Rossano Calabro (la Madonna Acheropita) e l'altra venerata nella Chiesa di S. Marco, a Crotone (quella di Capocolonna), ecc.. Sull'icona di Cassano l'archeologo e storico dell'arte bizantina Carlo Cecchelli, dopo averla esaminata, così ebbe ad esprimersi: «L'opera appare molto ridipinta  e forse più volte, come accadde per parecchie immagini molto venerate che di tempo in tempo si rinfrescavano per renderle più evidenti agli occhi dei fedeli. E un tipo di Odighitria. Forse ebbe l'attributo "della catena" sin dalle origini in rapporto alla liberazione degli schiavi presi dai Musulmani nelle scorrerie mediterranee. Può essere immagine del IX secolo, ma per saperne di più occorrerà un delicato lavoro di ripulitura di tutte le aggiunte». La tradizione popolare cassanese, come più particolareggiatamente diremo più avanti, ci tramanda che l'icona fu tenuta a lungo e venerata nella grotta oggi parzialmente interrata ancora visibile all'esterno dell'abside del Santuario. Di certo dai tempi in cui era custodita nella grotta, come in quelli successivi in cui è stata trasferita nel Santuario, l'icona è stata sempre oggetto di fervente culto e la località dove sorge il Tempio mariano ha costituito lungo i secoli, per la regione calabra, una delle mete di pellegrinaggio, di preghiera e di devozione alla Madre di Dio. Diffusasi infatti la fama dei prodigi operati dalla Madonna della Catena, il culto si è esteso oltre la valle del fiume Crati, divenendo patrimonio religioso di fede in gran parte dell'Italia meridionale, le cui popolazioni invocano la Vergine non solo in occasione di grazie spirituali, ma anche e soprattutto nei momenti di bisogno di protezione fisica dì singole persone o di intere comunità. Come abbiamo detto la catena, che pende dalla mano sinistra della Vergine, rievoca i tempi dolorosi delle incursioni e delle occupazioni saracene, vere calamità per le terre di Calabria, quando popolazione e famiglie non solo erano costrette a subire le angherie, i saccheggi e le devastazioni, ma persino sciagure più gravi, come il rapimento dei giovani figli, venduti poi come schiavi nei mercati del Mediterraneo. Pagine di storia così nefande si rintracciano nell'agiografia dei Santi, come quella di S. Giovanni Terista, figlio di una giovane sposa di Cursano nel territorio di Stilo, fatta schiava già in stato interessante e condotta a Palermo, mentre i barbari incursori le uccidevano il marito. La protezione della Vergine della Catena, che aveva fermato i barbari e aiutato i Calabresi combattenti a fianco dei Franchi, divenne simbolo di protezione delle comunità e delle persone prigioniere, schiave, prive di libertà. Ecco perché il popolo calabrese, riconoscendo nella Madonna la liberatrice, Colei che aveva spezzato le loro catene della schiavitù nei momenti storici più angosciosi, La proclamò protettrice e liberatrice degli indifesi: chiese e santuari intitolati alla Madonna della Catena fiorirono in diverse zone della terra calabra e ancora oggi il noto Santuario di Cassano, quello di Laurignano di Cosenza, di Cirò, di Cittanova, testimoniano la diffusa popolarità di tale culto, che ha anche oltrepassato i confini regionali, dato che anche a Gaeta (e forse altrove) si trova un altro Santuario della Madonna della Catena.



 


Si ringrazia il Vescovado della Diocesi di Cassano Allo Ionio e Mons. Giacinto Bruno, rettore Santuario della Madonna della Catena, per l'autorizzazione della seguente pubblicazione. I testi sono tratti da " Il santuario della Madonna della Catena " di Salvatore Capodici Edizioni 1984
con riferimenti bibliografici a: V. Saletta, A. Minervini, B. Lanza, F. Pennini, G. Schirò, B. Luciani, L.R. Alario, G. Bloise, G. Selvaggi
foto © Copyright 2002 - 2006 - G. Zaccato

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