bottone
bottone
bottone
bottone
bottone
bottone
bottone
bottone
bottone
bottone
bottone
bottone
bottone
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 



 



 

 

CONVEGNO INTERNAZIONALE DI LINGUISTICA

home

programma

relazioni

info


          Si è concluso il Convegno Internazionale di Linguistica su I sistemi di scrittura dei dialetti romanzi e alloglotti dell’Italia meridionale e insulare, svoltosi a Cassano All’Ionio, nella sala-convegni del Sibari Golf Village, negli scorsi giorni 25, 26, 27 ottobre. Studiosi cattedratici di diverse università hanno affrontato una tematica che, come non mai, urge non solo nelle sedi universitarie e nei laboratori di ricerca linguistica, ma anche nelle scuole con un programma didattico-educativo avanzato e nei centri di promozione culturale e di valorizzazione del patrimonio linguistico locale.

clicca sui nominativi per visualizzare gli interveti

INTERVENTI

prof. Leonardo R. Alario

prof. Ottavio Cavalcanti

Mons. Carmine Scaravaglione

  on.le Mario Albino Gagliardi  
RELATORI
prof. Giuseppe Falcone prof. Carmine Bruno prof.ssa Maria Antonietta Dettori
prof. Giovambattista Mancarella prof. Pietro Salamac dr. Vito Capriati
prof.ssa Rita Fresu prof. Massimo Arcangeli prof. Pasquale Caratù
prof.ssa Annaluisa Rubano prof. Hans Peter Kunert d.ssa Anna Visca 
prof. Antonio Placido Carè dr. Domenico Falcone dr. Carmelo Lupini
 d.ssa Irene Campolo dr. Salvatore Menza prof. Salvatore Trovato

In apertura dei lavori, il  prof. Leonardo R. Alario, presidente dell’Istituto di Ricerca e di studi di Demologia e dei Dialettologia, ha parlato delle finalità del Convegno, della necessità di indagare sui fatti linguistici e culturali del nostro territorio, dell’opportunità di chiamare le Università a lavorare per un comune progetto di promozione della ricerca e di formazione di nuovi ricercatori impegnati a studiare come la lingua e la cultura si atteggiano tra le nostre comunità.

Il prof. Ottavio Cavalcanti, direttore del centro Interdipartimentale di Documentazione Demoantropologica dell’Università della Calabria, si è augurato un più proficuo rapporto fra università e territorio, fra università e associazioni culturali, al fine di valorizzare e mettere a frutto tante potenzialità intellettuali, di cui la ricerca potrà notevolmente avvantaggiarsi.

Mons. Carmine Scaravaglione, vicario vescovile, è intervenuto per porgere, a nome del vescovo di cassano, il saluto ai convegnisti, augurandosi che occasioni del genere influiscano positivamente sul tessuto socio-culturale del nostro territorio.

Il consigliere regionale, on.le Mario Albino Gagliardi, nel suo intervento, ha illustrato due disegni di legge da lui presentati all’Assemblea regionale, il primo dei quali riguarda la tutela, la rivitalizzazione, la valorizzazione e la divulgazione del patrimonio etnico e linguistico delle minoranze albanesi, grecaniche, e occitaniche presenti sul territorio calabrese. Per la sua realizzazione sono previsti sul territorio calabrese quattro istituti di cultura (a San Demetrio Corone per le minoranze albanesi, a Bova marina per la minoranza grecanica, a Guardia Piemontese per quella occitanica e a Lungo per la conservazione del patrimonio etnolinguistico).Il secondo disegno di legge riguarda l’editoria regionale, e punta direttamente sulla promozione di azioni che favoriscono la realizzazione, altamente qualitativa, del “prodotto culturale” calabrese, e prevede l’istituzione di un Premio Regionale per autori ed editori e la realizzazione di un “Catalogo annuale dell’editoria regionale.

Subito dopo ha assunto la presidenza il prof. Pasquale Caratù, che ha introdotto i lavori, passando, poi, la parola al primo relatore, prof. Giuseppe Falcone dell’Università di Messina. Il prof. Falcone ha sviluppato, in un’ampia e articolata relazione, ricca anche di pertinente esemplificazione, questa idea-forza: alla luce dell’esame del rapporto discrasico intercorrente fra sistema ortografico e sistema ortofonico emerge un dato pressoché costante costituito dalla conservatività del sistema ortografico inadeguato, pertanto, a rappresentare un sistema ortofonico diacronicamente evoluto, come, ad esempio, in greco moderno e in inglese. Tutto questo, per i non addetti ai lavori, può essere sintetizzato in un “luogo comune” non destituito di fondamento storico: si parla in un modo e si scrive in un altro.

Il prof. Carmine Bruno ha passato in rassegna, in chiave diatopico-diacronica, una serie di errori che sono stati incontrati nei termini di bambini delle scuole elementari degli anni settanta, nei quali dominante è il ruolo del dialetto che ancora esercita una funzione egemone e dominante sull’italiano sia in fonetica, sia in morfologia, sia in sintassi e anche nel lessico, per cui non ci sorprende che il bambino scriva come magna, ossia esiglio per esilio, cuggino per cugino, tubbo per tubo, etc.

Nella sessione pomeridiana, presieduta dal prof. Giuseppe Falcone, laa prof.ssa Maria Antonietta Dettori dell’Università di Cagliari nella sua relazione Problemi di grafia del sardo si è proposta di delineare una rapida storia della grafia,  dal Cinquecento - secolo in cui prendono avvio i progetti di rivendicazione a favore del sardo – fino ai nostri giorni. Particolare attenzione ha dedicato all’analisi delle norme ortografiche che accompagnano la proposta di una “Lingua sarda unificata”, presentata dall’Assessorato alla Pubblica Istruzione della Regione sarda nel 2001, ad attuazione del dettato della Legge regionale del 1997, relativa alla “Promozione e valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna”.

Il prof. Giovambattista Mancarella dell’Università di Lecce ha parlato della particolare grafia di alcuni testi amministrativi in volgare del Salento trascritti in grafia greca e latina, testi che presentano un sistema grafico fondamentalmente imitativo di una precedente tradizione linguistica greca o latina. Questa tradizione, affermatasi nella Corte dei conti e principi Del Balzo-Orsini di Galatina-Lecce-Taranto, sta alla base del volgare talentino del XV secolo non ancora raggiunto dai modelli linguistici di tradizione letteraria e toscana. 

Successivamente, il prof. Pietro Salamac della stessa Università di Lecce ha parlato del “Libro del Sidrac” e la tradizione la tradizione linguistica nel Salento, evidenziando come nel XV secolo il latino occupa un vasto campo, mentre il volgare si afferma per i bisogni quotidiani nelle amministrazioni e negli affari. Il volgare pian piano si fa lingua pratica e si arricchisce di tecnicismi. L’italiano sostituisce, nelle diverse coloriture, il latino nelle comunicazioni quotidiane e le nuove signorie favoriscono il volgare. La prima testimonianza del volgare salentino risale alla metà del XIV secolo e raggiunge la sua maturità tra la fine del XIV e la prima metà del XV secolo. La costituzione della tradizione grafica della nostra lingua non ha avuto una serie di studi dedicati come i singoli dialetti italiani. Il relatore cita diverse fonti del Sidrac. L’opera è di notevole interesse didattico e scientifico. Il Sidrac è l’unico testo talentino di cui si riconosca una certa importanza nella storia della lingua italiana. Emergono fenomeni linguistici che lo assegnano in modo inequivocabile al Salento.

Il dr. Vito Capriati dell’Università di bari ha relazionato su “Grafia e fonetica nei testi popolari di area barese”, prendendo in considerazione alcuni testi popolari di vario genere (opere teatrali, poesia, proverbi, vocabolari) con lo scopo di constatare se e quanto la grafia non scientifica di questi riesca a rendere le principali caratteristiche fonetiche del dialetto barese. L’analisi compiuta ha palesato i problemi provocati dalla mancanza di un sistema generalizzato di scrittura, che porta gli scrittori dialettali ad assumere soluzioni varie, ambigue e, spesso, contraddittorie. Tale scrittura non scientifica, inoltre, necessita, per stessa ammissione degli autori, dell’attiva partecipazione del lettore, che si immagina dialettofono, escludendo, quindi, la fruizione dell’opera al di fuori del ristretto ambito del territorio cittadino. In conclusione, si è prospettata la necessità di introdurre un sistema semplificato e soprattutto generalizzato di scrittura che garantisca uniformità di soluzioni grafiche per una più estesa diffusione degli scritti popolari.

La prof.ssa Rita Fresu dell’Università “La Sapienza” di Roma ha parlato di funzionalità e invarianza nelle rese grafiche di pertinenza semicolta nella storia linguistica del romanesco, evidenziando come, malgrado le particolari vicende storico-linguistiche, che contraddistinguono Roma dal resto del territorio nazionale, anche per l’Urbe, come per altre aree, è possibile rintracciare nelle scritture dei “semicolti”- e, comunque, nei prodotti pratico-funzionali privi di intenzioni letterarie – una notevole invarianza di tratti che da una parte sembrano confermare i punti di debolezza del sistema grafico italiano, dall’altra accertano, seppure con differenziazioni connesse a vari fattori, una sostanziale uniformità di scelte tra gli espedienti grafici a disposizione degli scriventi, in altre parole la sistematicità di un “caos ordinato”. La ricognizione, condotta su scritture “non istituzionali” romane e soprattutto su due manoscritti inediti di epoca giacobina, mette, inoltre, in luce come anche la funzionalità di differenti tipologie testuali condizioni l’aspetto grafico, considerando in tal modo la variabile diagenerica come una delle variabili interagenti di cui tener conto anche per un’analisi della grafia.

Il prof. Massimo Arcangeli dell’Università di Cagliari ha concluso la seconda sessione con una relazione sulla teoria dei sistemi grafici e la logica dei processi culturali nella storia linguistica italiana. Nel suo intervento, il relatore ha tentato una ricostruzione di alcune fasi della storia linguistica italiana nella prospettiva dei sistemi grafici. L’evoluzione storico-culturale, nel panorama italiano, sarà indagata, pertanto, in quanto evoluzione di modi di rappresentazione nella scrittura dei suoni di una lingua. Processo, quest’ultimo, regolato dall’alternanza di fasi di “dispersione” e di fasi di “concentrazione” del segno grafico: nelle quali, operando una comoda semplificazione, possiamo dire celarsi altrettanti   momenti di uno scontro politico, non soltanto di politica grammaticale.

Il giorno successivo, 26 ottobre, nel corso della mattinata, i relatori, accompagnati dal prof. Leonardo R. Alario, hanno visitato il centro storico di Cassano, la cattedrale, la cripta, il museo diocesano e le grotte di Sant’Angelo.

La terza sessione, tenutasi nel pomeriggio sotto la presidenza del prof. Salvatore Trovato dell’Università di Catania, a cui proprio quest’anno è stato assegnato il Premio Cassano riservato ad antropologi e a linguisti di chiara fama, è stata aperta dal prof. Pasquale Caratù dell’Università di Bari, il quale si diffusamente intrattenuto sulla scrittura dei vocabolari di Puglia e di Lucania. I vocabolari esaminati sono, per la Puglia: Lessico dialettale bitontino di G. Saracino, 1901 e 1957 (II ediz.); Lessico molfettese di R. Scardino, 1903 e 1963 (II ediz.); Lessico andrianese di R. Cotugno, 1909; Vocabolario biscegliese di F. Cocola, 1925. Per la Lucania: Vocabolario di Muro Lucano di A. R. Mannonna, 1977; Nel Belvedere. Lessico di Avigliano di F. Galasso; Il dialetto di Trecchina. Vocaboli etc. di F. Orrico. In linea di massima, pur se i vocabolari possono soddisfare le esigenze dei parlanti dei singoli centri ai quali parlanti è affidata, intuitivamente, l’interpretazione, non soddisfano, per lo più, le esigenze degli altri lettori e, ancor meno, dei ricercatori. Per i compilatori  dei vocabolari sarebbe opportuno, pertanto, proporre una trascrizione semplificata capace di soddisfare ambedue le categorie (fruitori in generale e…studiosi).

 La prof.ssa Annaluisa Rubano ha relazionato sui Sistemi di grafia nei dizionari dialettali meridionali., dando un rapido sguardo a quei vocabolari dialettali nati quando il ministro della Pubblica Istruzione Luigi Borselli nel 1890 bandì un concorso per la compilazione di dizionari dialettali aventi come scopo l’apprendimento dell’italiano, la lingua dell’Italia unita. Criterio unificante il termine dialettale e il corrispettivo “toscano”. Da esso si evince che scarso è stato il rilievo dato alla trascrizione fonetica nei vocabolari esaminati. L’unico elemento unificatore l’uso di e per indicare le vocale indistinta, lo schwa. La relazione può essere così riassunta: dall’excursus delle grafie a un “possibile” criterio di scrittura dei dialetti odierni. La d.ssa Maria Luisa Di Biase, che si occupa dell’insegnamento della lingua italiana a stranieri nell’Università degli Studi di Bari, nel corso della sua relazione su Grafia e ortografia dell’Italiano L2, ha preso in esame un corpus di elaborati realizzati da studenti giunti a Bari secondo il progetto di mobilità Socrates-Erasmus. La relatrice ha analizzato la natura degli errori e ha messo in evidenza come essi siano causati principalmente da una serie di fattori: l’identità discendente, l’interferenza con la lingua madre, l’interferenza con un’altra lingua conosciuta, le difficoltà intrinseche della specifica L2 da apprendere, le interferenze con l’italiano regionale che lo straniero impara in una condizione di insegnamento non guidato, i metodi di insegnamento, proponendo, infine, di intervenire, nella correzione degli errori, tenendo conto di tali fattori.

Il prof. Hans Peter Kunert, nel sua relazione su Scelte, difficoltà e prospettive per la grafia dell’occitano di Guardia Piemontese, ha affermato che una la grafia usata a Guardia fino al 2001 doveva notare la pronuncia reale della parlata. Il guardiolo è però una varietà di occitano che in Calabria ha subìto dei cambiamenti così profondi che nella sua forma parlata risulta incomprensibile a chi parla un’altra varietà d’occitano. Perciò l’unica possibilità di rendere il guardiolo scritto comprensibile ai parlanti di altri dialetti occitani è di usare una grafia che non noti la pronuncia, bensì dia alle parole un aspetto occitano, riconoscibile da tutti. E’ ciò che fa la grafia classica, usata ormai dalla maggior parte delle persone che scrivono in occitano. Dato da una parte gli sviluppi particolari all’interno del guardiolo, e dall’altra i numerosi prestiti dal calabrese/italiano, applicare questa grafia non è stato facile. Le prime esperienze con parlanti del guardiolo mostrano, tuttavia, che essi riconoscono con facilità le parole della loro parlata dietro grafia “estranea”. Insegnare a scrivere sarà più difficile, lingue come l’inglese mostrano, però, che grafie più ideografiche che fonologiche funzionano.

La d.ssa Anna Visca ha relazionato sulla scrittura adottata per la trascrizione dei lessici tecnici guardioli nell’àmbito di un’indagine sullo stato attuale della letteratura popolare e della lingua in uso a Guardia Piemontese.

Il prof. Antonio Placido Carè, nel corso della sua relazione sul rapporto tra sistema di scrittura e trascrizione fonetica nel Vocabolario dei Dialetti del Poro, con un rapido excursus, ha analizzato alcuni tra i più importanti testi letterari calabresi redatti tra il XV e il XIX secolo e ha colto le fasi più decisive della evoluzione della scrittura sempre più tesa a riprodurre quanto più fedelmente possibile la parola. Carè ha proposto all’azione dei convegnisti il proprio lavoro realizzato con il Vocabolario dei Dialetti del Poro per documentare un tentativo di rendere più immediata la concordanza tra “foni” e “grafi” mirata a rendere fruibili i suoni e i colori della nostra lingua non solo ai Calabresi, ma anche a tutti coloro i quali saranno interessati a conoscere la nostra letteratura e, quindi, la nostra civiltà.

Il dr. Domenico Falcone dell’Università di Messina nella sua relazione sulla grafia del Vocabolario Dialettale Talentino (VDS), ha esaminato il sistema di scrittura adottato dal Rohlfs nel Vocabolario Dialettale Talentino (VDS), rivelandone le incongruenze e proponendo che vengano superate mediante l’adozione di una notazione ortografica coerente e fruibile.

La quarta sessione, tenutasi nella mattinata di domenica, 27 ottobre, sotto la presidenza della prof.ssa Maria Antonietta Dettori dell’Università di Cagliari, si è aperta con l’intervento del dr. Carmelo Lupini dell’Università di Messina sulla trascrizione degli arabismi  nei documenti greci e latini medioevali in Sicilia e nell’Italia meridionale. La Sicilia fu terra d’insediamento dei popoli più vari e, sin dai tempi più antichi, si è trovata a dover sostenere il ruolo di crocevia tra Oriente e Occidente. Gli Arabi, già apparsi sin dalla metà del VII secolo come corsari, intrapresero l’invasione dell’isola per iniziativa dell’emiro aghlabita di Kairnan (Tunisi), Ziadet Allāh. L’occupazione, iniziata al principio del X secolo, partì con la conquista in successione di Mazara, Palermo, Messina, Enna, Siracusa, Taormina. Tra le lingue, che in Sicilia hanno esercitato maggiore influenza, v’è proprio l’arabo; nonostante la sua mancata diffusione capillare, a causa della sua notevole diversità rispetto alle lingue tradizionali usate in Sicilia, esso si è imposto in certi ambiti lessicali quali toponimi, antroponimi, nomi di mestiere, vestiario, cibi, pesi, misure, etc. Dalle testimonianze dei documenti medioevali presi in esame dal Caracausi nel suo saggio sugli arabismi medioevali in Sicilia appare evidente la difficoltà di rendere in maniera adeguata tutti quei suoni arabi, tipici delle lingue semitiche, estranei alla fonetica latina, greca, e siciliana in genere, come certi suoni velari e uvulari, e, in particolare, i suoni faringali e laringali. È, quindi, facile aspettarsi che in molti casi essi non vengano nemmeno notati lì dove non sono percepiti come consonantici, ma solo come suoni particolari, quasi enfatici, di produrre la vocale seguente.

La d.ssa Irene Campolo dell’Università di Messina ha parlato della scrittura del grecanico nella Bovesìa. Il grecanico, il dialetto greco della Bovesìa, per secoli è stato tramandato oralmente. Da quando eruditi locali e studiosi hanno incominciato a trascrivere il materiale raccolto, si è posto il problema della rappresentazione grafica. Nel suo intervento la relatrice ha preso in considerazione i principali sistemi di trascrizione fonetica adottati dal 1821 in poi. Movendo da essi, la relatrice ha voluto proporre un nuovo sistema di scrittura semplificata, che risponda soprattutto alle esigenze del territorio. Modello base è la trascrizione fonetica adottata dal Rohlfs in NDDC con i dovuti adattamenti al grecanico. L’alfabeto, che si ritiene meglio si adatti alla scrittura del grecanico è quello latino. E questo soprattutto in ragione di una consolidata tradizione scrittoria.

Il dr. Salvatore Menza dell’Università di Catania nella sua relazione Ortografia dialettale di scriventi nativi come documento della competenza linguistica. A proposito del nicosiano ha affermato che le ortografie approntate da scriventi nativi possono costituire degli importanti documenti sulle loro intuizioni circa la struttura fonologica e lessicale del codice linguistico adoperato, e più precisamente riguardo l’analisi in costituenti fonologici, morfologici e sintattici.

Le probabilità che informazioni del genere possano essere ricavate dall’analisi di un sistema ortografico crescono nella misura in cui il codice linguistico indagato è povero di tradizione letteraria, e distante, per caratteristiche fonologiche e strutturali, da codici prestigiosi la cui ortografia potrebbe essere presa a modello.

Date queste premesse, il dialetto galloitalico di Nicosia (EN) appare un terreno d’indagine privilegiato. L’ortografia dell’italiano, infatti, è insufficiente a descrivere il sistema fonologico dei dialetti galloitalici. Inoltre, quando, nei primissimi anni del ‘900, Carmelo La Giglia, il primo poeta nicosiano, pubblica le sue poesie in dialetto, la documentazione del dialetto nicosiano consta di pochissime pagine, note quasi esclusivamente a dialettologi e folcloristi.

In molti casi i giudizi e le analisi che sottendono le scelte ortografiche dello scrivente nativo sono corretti, e spesso lo sono sorprendentemente, perché in aperto contrasto con l’ortografia dell’italiano e con le abitudini di analisi morfo-lessicale a quell’ortografia connesse. Lo scrivente nativo dimostra così di avere coscienza di importanti differenze strutturali tra l’italiano e il dialetto.

Bisogna aggiungere che in un numero di casi altrettanto alto le analisi dello scrivente sono inaccettabili alla luce della moderna linguistica teorica. Ma anche gli errori sono preziosi alla nostra indagine.

L’errore dello scrivente nativo è sempre dovuto ad un fenomeno di interferenza. Distinguiamo due tipi di interferenza: a) tra sistemi ortografici di codici linguistici diversi (quello dell’italiano, stabile, ancorato a grammatiche, vocabolari e testi, e quello del dialetto, specularmente instabile e fluttuante); b) tra istanze diverse interne allo stesso codice linguistico (il dialetto). Tra gli errori dovuti al secondo tipo di interferenza, ricopre un ruolo particolare l’errore che può essere spiegato come l’effetto del prevalere dell’istanza fonologica su quella sintattico-lessicale, per via della non isomorfia tra i costituenti dell’uno e dell’altro componente.

Non intendiamo fondare la descrizione teorica di un codice linguistico (in questo caso del dialetto galloitalico di Nicosia) esclusivamente sui concetti ingenui dei parlanti nativi, ma utilizzare tali concetti ingenui come indizi, come punti di partenza per formulare nuove ipotesi, che aspettano di essere corroborate dal confronto coi dati, o come elementi a sostegno di ipotesi già formulate in seno alla teoria.

Il prof. Salvatore Trovato dell’Università di Catania nella sua relazione, che ha concluso il Convegno, ha messo in evidenza l’opportunità della scrittura ortografico, soprattutto lessicografia a preferenza della grafia fonetica adoperata solo dai linguisti. In particolar modo ha sottolineato che a una ortografia di un dialetto, che deve essere insieme semplice, coerente e razionale, si deve giungere non dalla trascrizione fonetica del dialetto, il primo momento di presa di contatto      scritto con un sistema linguistico, ma dalla interpretazione fonologica, successiva a quella fonetica. La fonologia, infatti, è la disciplina che ci permette di isolare le componenti essenziali e pertinenti dei suoni di una lingua e di distinguerli da quelli non pertinenti. Sono solo i tratti pertinenti ad essere rappresentativi in una ortografia. Ciò spiega perché ogni ortografia deve passare dall’interpretazione fonologica dei suoni e non da quella fonetica.

Il documento finale, concordato all’unanimità dai convegnisti, si conviene sull’opportunità di fornire modelli di trascrizione dei dialetti, che rispondano ai criteri di coerenza, semplicità e funzionalità in modo che detta trascrizione possa essere interpretata senza difficoltà dai fruitori specialisti e comuni. Si aspira, inoltre, alla costituzione di un centro di ricerche dialettologiche e demologiche per l’Italia meridionale e insulare con la funzione di coordinare le ricerche sul campo e di dibattere i relativi problemi.

 

 Prenotatelo contribuirete alla crescita del sito.
Per  informazioni contattare la redazione info@cassanoalloionio.info

 






 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

|top|

© Copyright 2002 Web Study - Gaetano Zaccato www.zaccato.it