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In
apertura dei lavori, il
prof.
Leonardo R. Alario,
presidente dell’Istituto di Ricerca e di studi di Demologia e
dei Dialettologia, ha parlato delle finalità del Convegno, della
necessità di indagare sui fatti linguistici e culturali del
nostro territorio, dell’opportunità di chiamare le Università a
lavorare per un comune progetto di promozione della ricerca e di
formazione di nuovi ricercatori impegnati a studiare come la
lingua e la cultura si atteggiano tra le nostre comunità.

Il
prof. Ottavio Cavalcanti,
direttore del centro Interdipartimentale di Documentazione
Demoantropologica dell’Università della Calabria, si è augurato
un più proficuo rapporto fra università e territorio, fra
università e associazioni culturali, al fine di valorizzare e
mettere a frutto tante potenzialità intellettuali, di cui la
ricerca potrà notevolmente avvantaggiarsi.
Mons. Carmine
Scaravaglione, vicario vescovile, è intervenuto per
porgere, a nome del vescovo di cassano, il saluto ai
convegnisti, augurandosi che occasioni del genere influiscano
positivamente sul tessuto socio-culturale del nostro territorio.

Il consigliere
regionale, on.le Mario
Albino Gagliardi, nel suo intervento, ha illustrato due
disegni di legge da lui presentati all’Assemblea regionale, il
primo dei quali riguarda la tutela, la rivitalizzazione, la
valorizzazione e la divulgazione del patrimonio etnico e
linguistico delle minoranze albanesi, grecaniche, e occitaniche
presenti sul territorio calabrese. Per la sua realizzazione sono
previsti sul territorio calabrese quattro istituti di cultura (a
San Demetrio Corone per le minoranze albanesi, a Bova marina per
la minoranza grecanica, a Guardia Piemontese per quella
occitanica e a Lungo per la conservazione del patrimonio
etnolinguistico).Il secondo disegno di legge riguarda l’editoria
regionale, e punta direttamente sulla promozione di azioni che
favoriscono la realizzazione, altamente qualitativa, del
“prodotto culturale” calabrese, e prevede l’istituzione di un
Premio Regionale per autori ed editori e la realizzazione di un
“Catalogo annuale dell’editoria regionale.
Subito dopo ha
assunto la presidenza il prof. Pasquale Caratù, che ha
introdotto i lavori, passando, poi, la parola al primo relatore,
prof. Giuseppe Falcone
dell’Università di Messina. Il prof. Falcone ha sviluppato, in
un’ampia e articolata relazione, ricca anche di pertinente
esemplificazione, questa idea-forza: alla luce dell’esame del
rapporto discrasico intercorrente fra sistema ortografico e
sistema ortofonico emerge un dato pressoché costante costituito
dalla conservatività del sistema ortografico inadeguato,
pertanto, a rappresentare un sistema ortofonico diacronicamente
evoluto, come, ad esempio, in greco moderno e in inglese. Tutto
questo, per i non addetti ai lavori, può essere sintetizzato in
un “luogo comune” non destituito di fondamento storico: si parla
in un modo e si scrive in un altro.

Il
prof. Carmine Bruno ha
passato in rassegna, in chiave diatopico-diacronica, una serie
di errori che sono stati incontrati nei termini di
bambini delle scuole elementari degli anni settanta, nei quali
dominante è il ruolo del dialetto che ancora esercita una
funzione egemone e dominante sull’italiano sia in fonetica, sia
in morfologia, sia in sintassi e anche nel lessico, per cui non
ci sorprende che il bambino scriva come magna, ossia
esiglio per esilio, cuggino per cugino, tubbo
per tubo, etc.

Nella sessione pomeridiana, presieduta dal prof. Giuseppe
Falcone, laa
prof.ssa Maria Antonietta Dettori dell’Università di
Cagliari nella sua relazione Problemi di grafia del sardo
si è proposta di delineare una rapida storia della grafia, dal
Cinquecento - secolo in cui prendono avvio i progetti di
rivendicazione a favore del sardo – fino ai nostri giorni.
Particolare attenzione ha dedicato all’analisi delle norme
ortografiche che accompagnano la proposta di una “Lingua sarda
unificata”, presentata dall’Assessorato alla Pubblica Istruzione
della Regione sarda nel 2001, ad attuazione del dettato della
Legge regionale del 1997, relativa alla “Promozione e
valorizzazione della cultura e della lingua della Sardegna”.

Il
prof. Giovambattista
Mancarella dell’Università di Lecce ha parlato della
particolare grafia di alcuni testi amministrativi in volgare del
Salento trascritti in grafia greca e latina, testi che
presentano un sistema grafico fondamentalmente imitativo di una
precedente tradizione linguistica greca o latina. Questa
tradizione, affermatasi nella Corte dei conti e principi Del
Balzo-Orsini di Galatina-Lecce-Taranto, sta alla base del
volgare talentino del XV secolo non ancora raggiunto dai modelli
linguistici di tradizione letteraria e toscana.

Successivamente, il prof.
Pietro Salamac della stessa Università di Lecce ha
parlato del “Libro del Sidrac” e la tradizione la tradizione
linguistica nel Salento, evidenziando come nel XV secolo il
latino occupa un vasto campo, mentre il volgare si afferma per i
bisogni quotidiani nelle amministrazioni e negli affari. Il
volgare pian piano si fa lingua pratica e si arricchisce di
tecnicismi. L’italiano sostituisce, nelle diverse coloriture, il
latino nelle comunicazioni quotidiane e le nuove signorie
favoriscono il volgare. La prima testimonianza del volgare
salentino risale alla metà del XIV secolo e raggiunge la sua
maturità tra la fine del XIV e la prima metà del XV secolo. La
costituzione della tradizione grafica della nostra lingua non ha
avuto una serie di studi dedicati come i singoli dialetti
italiani. Il relatore cita diverse fonti del Sidrac. L’opera è
di notevole interesse didattico e scientifico. Il Sidrac è
l’unico testo talentino di cui si riconosca una certa importanza
nella storia della lingua italiana. Emergono fenomeni
linguistici che lo assegnano in modo inequivocabile al Salento.

Il
dr. Vito Capriati
dell’Università di bari ha relazionato su “Grafia e fonetica nei
testi popolari di area barese”, prendendo in considerazione
alcuni testi popolari di vario genere (opere teatrali, poesia,
proverbi, vocabolari) con lo scopo di constatare se e quanto la
grafia non scientifica di questi riesca a rendere le principali
caratteristiche fonetiche del dialetto barese. L’analisi
compiuta ha palesato i problemi provocati dalla mancanza di un
sistema generalizzato di scrittura, che porta gli scrittori
dialettali ad assumere soluzioni varie, ambigue e, spesso,
contraddittorie. Tale scrittura non scientifica, inoltre,
necessita, per stessa ammissione degli autori, dell’attiva
partecipazione del lettore, che si immagina dialettofono,
escludendo, quindi, la fruizione dell’opera al di fuori del
ristretto ambito del territorio cittadino. In conclusione, si è
prospettata la necessità di introdurre un sistema semplificato e
soprattutto generalizzato di scrittura che garantisca uniformità
di soluzioni grafiche per una più estesa diffusione degli
scritti popolari.

La
prof.ssa Rita Fresu
dell’Università “La Sapienza” di Roma ha parlato di funzionalità
e invarianza nelle rese grafiche di pertinenza semicolta nella
storia linguistica del romanesco, evidenziando come, malgrado le
particolari vicende storico-linguistiche, che contraddistinguono
Roma dal resto del territorio nazionale, anche per l’Urbe, come
per altre aree, è possibile rintracciare nelle scritture dei
“semicolti”- e, comunque, nei prodotti pratico-funzionali privi
di intenzioni letterarie – una notevole invarianza di tratti che
da una parte sembrano confermare i punti di debolezza del
sistema grafico italiano, dall’altra accertano, seppure con
differenziazioni connesse a vari fattori, una sostanziale
uniformità di scelte tra gli espedienti grafici a disposizione
degli scriventi, in altre parole la sistematicità di un “caos
ordinato”. La ricognizione, condotta su scritture “non
istituzionali” romane e soprattutto su due manoscritti inediti
di epoca giacobina, mette, inoltre, in luce come anche la
funzionalità di differenti tipologie testuali condizioni
l’aspetto grafico, considerando in tal modo la variabile
diagenerica come una delle variabili interagenti di cui tener
conto anche per un’analisi della grafia.

Il
prof. Massimo Arcangeli
dell’Università di Cagliari ha concluso la seconda sessione
con una relazione sulla teoria dei sistemi grafici e la logica
dei processi culturali nella storia linguistica italiana. Nel
suo intervento, il relatore ha tentato una ricostruzione di
alcune fasi della storia linguistica italiana nella prospettiva
dei sistemi grafici. L’evoluzione storico-culturale, nel
panorama italiano, sarà indagata, pertanto, in quanto evoluzione
di modi di rappresentazione nella scrittura dei suoni di una
lingua. Processo, quest’ultimo, regolato dall’alternanza di fasi
di “dispersione” e di fasi di “concentrazione” del segno
grafico: nelle quali, operando una comoda semplificazione,
possiamo dire celarsi altrettanti momenti di uno scontro
politico, non soltanto di politica grammaticale.

Il giorno
successivo, 26 ottobre, nel corso della mattinata, i relatori,
accompagnati dal prof. Leonardo R. Alario, hanno visitato il
centro storico di Cassano, la cattedrale, la cripta, il museo
diocesano e le grotte di Sant’Angelo.
La terza
sessione, tenutasi nel pomeriggio sotto la presidenza del prof.
Salvatore Trovato dell’Università di Catania, a cui proprio
quest’anno è stato assegnato il Premio Cassano riservato ad
antropologi e a linguisti di chiara fama, è stata aperta dal
prof. Pasquale Caratù
dell’Università di Bari, il quale si diffusamente intrattenuto
sulla scrittura dei vocabolari di Puglia e di Lucania. I
vocabolari esaminati sono, per la Puglia: Lessico dialettale
bitontino di G. Saracino, 1901 e 1957 (II ediz.); Lessico
molfettese di R. Scardino, 1903 e 1963 (II ediz.);
Lessico andrianese di R. Cotugno, 1909; Vocabolario
biscegliese di F. Cocola, 1925. Per la Lucania:
Vocabolario di Muro Lucano di A. R. Mannonna, 1977; Nel
Belvedere. Lessico di Avigliano di F. Galasso; Il
dialetto di Trecchina. Vocaboli etc. di F. Orrico. In linea
di massima, pur se i vocabolari possono soddisfare le esigenze
dei parlanti dei singoli centri ai quali parlanti è affidata,
intuitivamente, l’interpretazione, non soddisfano, per lo più,
le esigenze degli altri lettori e, ancor meno, dei ricercatori.
Per i compilatori dei vocabolari sarebbe opportuno, pertanto,
proporre una trascrizione semplificata capace di soddisfare
ambedue le categorie (fruitori in generale e…studiosi).

La
prof.ssa Annaluisa Rubano
ha relazionato sui Sistemi di grafia nei dizionari dialettali
meridionali., dando un rapido sguardo a quei vocabolari
dialettali nati quando il ministro della Pubblica Istruzione
Luigi Borselli nel 1890 bandì un concorso per la compilazione di
dizionari dialettali aventi come scopo l’apprendimento
dell’italiano, la lingua dell’Italia unita. Criterio unificante
il termine dialettale e il corrispettivo “toscano”. Da esso si
evince che scarso è stato il rilievo dato alla trascrizione
fonetica nei vocabolari esaminati. L’unico elemento unificatore
l’uso di e per indicare le vocale indistinta, lo schwa. La
relazione può essere così riassunta: dall’excursus delle grafie
a un “possibile” criterio di scrittura dei dialetti odierni. La
d.ssa Maria Luisa Di Biase, che si occupa dell’insegnamento
della lingua italiana a stranieri nell’Università degli Studi di
Bari, nel corso della sua relazione su Grafia e ortografia
dell’Italiano L2, ha preso in esame un corpus di elaborati
realizzati da studenti giunti a Bari secondo il progetto di
mobilità Socrates-Erasmus. La relatrice ha analizzato la natura
degli errori e ha messo in evidenza come essi siano causati
principalmente da una serie di fattori: l’identità discendente,
l’interferenza con la lingua madre, l’interferenza con un’altra
lingua conosciuta, le difficoltà intrinseche della specifica L2
da apprendere, le interferenze con l’italiano regionale che lo
straniero impara in una condizione di insegnamento non guidato,
i metodi di insegnamento, proponendo, infine, di intervenire,
nella correzione degli errori, tenendo conto di tali fattori.

Il prof.
Hans Peter Kunert, nel sua
relazione su Scelte, difficoltà e prospettive per la grafia
dell’occitano di Guardia Piemontese, ha affermato che una
la grafia usata a Guardia fino al 2001 doveva notare la
pronuncia reale della parlata. Il guardiolo è però una varietà
di occitano che in Calabria ha subìto dei cambiamenti così
profondi che nella sua forma parlata risulta incomprensibile a
chi parla un’altra varietà d’occitano. Perciò l’unica
possibilità di rendere il guardiolo scritto comprensibile ai
parlanti di altri dialetti occitani è di usare una grafia che
non noti la pronuncia, bensì dia alle parole un aspetto
occitano, riconoscibile da tutti. E’ ciò che fa la grafia
classica, usata ormai dalla maggior parte delle persone che
scrivono in occitano. Dato da una parte gli sviluppi particolari
all’interno del guardiolo, e dall’altra i numerosi prestiti dal
calabrese/italiano, applicare questa grafia non è stato facile.
Le prime esperienze con parlanti del guardiolo mostrano,
tuttavia, che essi riconoscono con facilità le parole della loro
parlata dietro grafia “estranea”. Insegnare a scrivere sarà più
difficile, lingue come l’inglese mostrano, però, che grafie più
ideografiche che fonologiche funzionano.

La
d.ssa Anna Visca ha
relazionato sulla scrittura adottata per la trascrizione dei
lessici tecnici guardioli nell’àmbito di un’indagine sullo stato
attuale della letteratura popolare e della lingua in uso a
Guardia Piemontese.

Il
prof. Antonio Placido Carè,
nel corso della sua relazione sul rapporto tra sistema di
scrittura e trascrizione fonetica nel Vocabolario dei Dialetti
del Poro, con un rapido excursus, ha analizzato alcuni tra i più
importanti testi letterari calabresi redatti tra il XV e il XIX
secolo e ha colto le fasi più decisive della evoluzione della
scrittura sempre più tesa a riprodurre quanto più fedelmente
possibile la parola. Carè ha proposto all’azione dei convegnisti
il proprio lavoro realizzato con il Vocabolario dei Dialetti del
Poro per documentare un tentativo di rendere più immediata la
concordanza tra “foni” e “grafi” mirata a rendere fruibili i
suoni e i colori della nostra lingua non solo ai Calabresi, ma
anche a tutti coloro i quali saranno interessati a conoscere la
nostra letteratura e, quindi, la nostra civiltà.

Il
dr. Domenico Falcone
dell’Università di Messina nella sua relazione sulla grafia del
Vocabolario Dialettale Talentino (VDS), ha esaminato il sistema
di scrittura adottato dal Rohlfs nel Vocabolario Dialettale
Talentino (VDS), rivelandone le incongruenze e proponendo che
vengano superate mediante l’adozione di una notazione
ortografica coerente e fruibile.

La quarta
sessione, tenutasi nella mattinata di domenica, 27 ottobre,
sotto la presidenza della prof.ssa Maria Antonietta Dettori
dell’Università di Cagliari, si è aperta con l’intervento del
dr. Carmelo Lupini
dell’Università di Messina sulla trascrizione degli arabismi
nei documenti greci e latini medioevali in Sicilia e nell’Italia
meridionale. La Sicilia fu terra d’insediamento dei popoli più
vari e, sin dai tempi più antichi, si è trovata a dover
sostenere il ruolo di crocevia tra Oriente e Occidente. Gli
Arabi, già apparsi sin dalla metà del VII secolo come corsari,
intrapresero l’invasione dell’isola per iniziativa dell’emiro
aghlabita di Kairnan (Tunisi), Ziadet Allāh. L’occupazione,
iniziata al principio del X secolo, partì con la conquista in
successione di Mazara, Palermo, Messina, Enna, Siracusa,
Taormina. Tra le lingue, che in Sicilia hanno esercitato
maggiore influenza, v’è proprio l’arabo; nonostante la sua
mancata diffusione capillare, a causa della sua notevole
diversità rispetto alle lingue tradizionali usate in Sicilia,
esso si è imposto in certi ambiti lessicali quali toponimi,
antroponimi, nomi di mestiere, vestiario, cibi, pesi, misure,
etc. Dalle testimonianze dei documenti medioevali presi in esame
dal Caracausi nel suo saggio sugli arabismi medioevali in
Sicilia appare evidente la difficoltà di rendere in maniera
adeguata tutti quei suoni arabi, tipici delle lingue semitiche,
estranei alla fonetica latina, greca, e siciliana in genere,
come certi suoni velari e uvulari, e, in particolare, i suoni
faringali e laringali. È, quindi, facile aspettarsi che in molti
casi essi non vengano nemmeno notati lì dove non sono percepiti
come consonantici, ma solo come suoni particolari, quasi
enfatici, di produrre la vocale seguente.

La
d.ssa Irene Campolo
dell’Università di Messina ha parlato della scrittura del
grecanico nella Bovesìa. Il grecanico, il dialetto greco della
Bovesìa, per secoli è stato tramandato oralmente. Da quando
eruditi locali e studiosi hanno incominciato a trascrivere il
materiale raccolto, si è posto il problema della
rappresentazione grafica. Nel suo intervento la relatrice ha
preso in considerazione i principali sistemi di trascrizione
fonetica adottati dal 1821 in poi. Movendo da essi, la relatrice
ha voluto proporre un nuovo sistema di scrittura semplificata,
che risponda soprattutto alle esigenze del territorio. Modello
base è la trascrizione fonetica adottata dal Rohlfs in NDDC con
i dovuti adattamenti al grecanico. L’alfabeto, che si ritiene
meglio si adatti alla scrittura del grecanico è quello latino. E
questo soprattutto in ragione di una consolidata tradizione
scrittoria.
Il
dr. Salvatore Menza
dell’Università di Catania nella sua relazione Ortografia
dialettale di scriventi nativi come documento della competenza
linguistica. A proposito del nicosiano ha affermato che le
ortografie approntate da scriventi nativi possono costituire
degli importanti documenti sulle loro intuizioni circa la
struttura fonologica e lessicale del codice linguistico
adoperato, e più precisamente riguardo l’analisi in costituenti
fonologici, morfologici e sintattici.

Le probabilità
che informazioni del genere possano essere ricavate dall’analisi
di un sistema ortografico crescono nella misura in cui il codice
linguistico indagato è povero di tradizione letteraria, e
distante, per caratteristiche fonologiche e strutturali, da
codici prestigiosi la cui ortografia potrebbe essere presa a
modello.
Date queste
premesse, il dialetto galloitalico di Nicosia (EN) appare un
terreno d’indagine privilegiato. L’ortografia dell’italiano,
infatti, è insufficiente a descrivere il sistema fonologico dei
dialetti galloitalici. Inoltre, quando, nei primissimi anni del
‘900, Carmelo La Giglia, il primo poeta nicosiano, pubblica le
sue poesie in dialetto, la documentazione del dialetto nicosiano
consta di pochissime pagine, note quasi esclusivamente a
dialettologi e folcloristi.
In molti casi i
giudizi e le analisi che sottendono le scelte ortografiche dello
scrivente nativo sono corretti, e spesso lo sono
sorprendentemente, perché in aperto contrasto con l’ortografia
dell’italiano e con le abitudini di analisi morfo-lessicale a
quell’ortografia connesse. Lo scrivente nativo dimostra così di
avere coscienza di importanti differenze strutturali tra
l’italiano e il dialetto.
Bisogna
aggiungere che in un numero di casi altrettanto alto le analisi
dello scrivente sono inaccettabili alla luce della moderna
linguistica teorica. Ma anche gli errori sono preziosi alla
nostra indagine.
L’errore dello
scrivente nativo è sempre dovuto ad un fenomeno di interferenza.
Distinguiamo due tipi di interferenza: a) tra sistemi
ortografici di codici linguistici diversi (quello dell’italiano,
stabile, ancorato a grammatiche, vocabolari e testi, e quello
del dialetto, specularmente instabile e fluttuante); b) tra
istanze diverse interne allo stesso codice linguistico (il
dialetto). Tra gli errori dovuti al secondo tipo di
interferenza, ricopre un ruolo particolare l’errore che può
essere spiegato come l’effetto del prevalere dell’istanza
fonologica su quella sintattico-lessicale, per via della non
isomorfia tra i costituenti dell’uno e dell’altro componente.
Non intendiamo
fondare la descrizione teorica di un codice linguistico (in
questo caso del dialetto galloitalico di Nicosia) esclusivamente
sui concetti ingenui dei parlanti nativi, ma utilizzare tali
concetti ingenui come indizi, come punti di partenza per
formulare nuove ipotesi, che aspettano di essere corroborate dal
confronto coi dati, o come elementi a sostegno di ipotesi già
formulate in seno alla teoria.
Il
prof. Salvatore Trovato
dell’Università di Catania nella sua relazione, che ha concluso
il Convegno, ha messo in evidenza l’opportunità della scrittura
ortografico, soprattutto lessicografia a preferenza della grafia
fonetica adoperata solo dai linguisti. In particolar modo ha
sottolineato che a una ortografia di un dialetto, che deve
essere insieme semplice, coerente e razionale, si deve giungere
non dalla trascrizione fonetica del dialetto, il primo momento
di presa di contatto scritto con un sistema linguistico, ma
dalla interpretazione fonologica, successiva a quella fonetica.
La fonologia, infatti, è la disciplina che ci permette di
isolare le componenti essenziali e pertinenti dei suoni di una
lingua e di distinguerli da quelli non pertinenti. Sono solo i
tratti pertinenti ad essere rappresentativi in una ortografia.
Ciò spiega perché ogni ortografia deve passare
dall’interpretazione fonologica dei suoni e non da quella
fonetica.

Il documento
finale, concordato all’unanimità dai convegnisti, si conviene
sull’opportunità di fornire modelli di trascrizione dei
dialetti, che rispondano ai criteri di coerenza, semplicità e
funzionalità in modo che detta trascrizione possa essere
interpretata senza difficoltà dai fruitori specialisti e comuni.
Si aspira, inoltre, alla costituzione di un centro di ricerche
dialettologiche e demologiche per l’Italia meridionale e
insulare con la funzione di coordinare le ricerche sul campo e
di dibattere i relativi problemi. |