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La Grotta di corso Garibaldi? Un budello di roccia dolomitica,
tagliato da corsi d’acqua sulfurea e privo di vegetazione, che
dal cuore della città si inabissa nelle viscere della terra,
senza congiungersi al sistema carsico di “Sant’Angelo”.
Due ore dopo essersi tuffato nelle tenebre del sottosuolo,
Giuseppe Elia riemerge con una faccia stanca ma soddisfatta.
Subito costretta a far di conto con le domande delle decine di
curiosi che hanno seguito, passo passo, l’esplorazione portata a
termine dal ventottenne speleologo cassanese, autore della
scoperta di numerose grotte e di una pianta, ribattezzata EG,
sulla quale si è appuntato l’interesse della comunità
scientifica internazionale.
Il racconto di una mattinata particolare, col traffico in tilt e
i clacson sapientemente muti, si apre di buon ora. Il Comune
concede il via libera alla missione, ed Elia, membro del gruppo
speleologico “Lo Sparviere”, con sede ad Alessandria del Carreto,
si cala nella voragine assistito da un suo collega.
l primo tuffo lo porta nella stanza posta a una profondità di
cinque metri, già visitata pochi mesi fa da un altro speleologo
dello “Sparviere”, Alessandro La Rocca. Un vano di dimensioni
modeste, di forma ellissoidale, costituito da uno spesso strato
di roccia calcarea. L’ignoto è dietro l’angolo. O meglio, sotto
terra. <<Questa – commenterà Elia al ritorno in superficie – è
l’unica grotta di Cassano che va subito in verticale. Una cavità
sicuramente interessante dal punto di vista tecnico, ma poco
fruibile turisticamente>>.
Per amore della scienza, il “Manolo” cassanese si arma di corda
e torcia, ed inizia la discesa agli inferi. Cunicoli stretti, da
percorrere strisciando, e poi balze senza fondo. Elia scende
fino a 25 metri, quindi arresta la sua marcia: troppo pericoloso
andare oltre senza la strumentazione e l’assistenza logistica
adeguate. Comunque quanto basta per scrivere un altro capitolo
del libro dei sogni. <<Il corridoio orizzontale che mi ha
permesso di raggiungere i 25 metri di profondità – racconta lo
speleologo – si diparte dalla prima stanza, attraverso un foro
d’ingresso largo non più di 60 centimetri. Un percorso
difficile, in cui la temperatura aumenta man mano che si va giù,
reso ostico dalla possibilità di crolli: in alcuni tratti la
roccia si presenta friabile, anche se la grotta non sembra
presentare problemi di stabilità>>.
Le sorprese, però, riguardano altro. Anzitutto il cemento
trovato in gran quantità lungo il cammino. Frutto,
probabilmente, degli scellerati tentativi di coprire una grotta
ritenuta, inizialmente, un inutile fastidio. Fortunatamente,
osservano gli specialisti dello “Sparviere”, la colata di
calcestruzzo non ha provocato danni. Sospiro di sollievo: il
discorso si sposta su questioni scientifiche. <<Mi sento di
escludere – aggiunge Elia – collegamenti con le Grotte di Sant’Angelo
e la vicina “Vucc’Ucciarda”. Piuttosto, è ipotizzabile un
“apparentamento” con le sorgenti che alimentano le Terme
Sibarite: ho avvertito ovunque un forte odore di acqua sulfurea,
rinvenendo un laghetto e fanghi scuri. Simili, per l’appunto, a
quelli presenti nelle Terme cassanesi e nella Grotta delle Ninfe
di Cerchiara>>.
Molte certezze, un unico mistero. <<Vi è un tratto – rivela Elia
– in cui s’avvertono forti spifferi d’aria fresca. Ciò rende
probabile l’esistenza di un collegamento con aperture esterne>>.
Venticinque anni dopo il gruppo Boegan, la caparbietà di un
giovane cassanese e dei suoi amici speleologi riaccende l’amore
per le Grotte e segnala l’urgenza di un’approfondita campagna di
studi.
Gianpaolo Iacobini |