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Cassano – Kabul andata e ritorno,
lungo la rotta che dalla guerra porta alla pace. A guardarlo in
viso Gaetano Cavaliere non sembra affatto un guerriero: sorriso
mite, a tratti timido, gran voglia di vivere. Eppure lui,
sottocapo in ferma breve nelle fila della Marina Militare, è uno
dei protagonisti della spedizione italiana in Afghanistan. Kabul
non l’ha mai vista, ma dal ponte della “Garibaldi” ha osservato
gli Harrier V8 alzarsi in volo e puntare verso la disastrata
terra dei talebani. Quattro mesi dopo, Cavaliere, e con lui
altri due giovani cassanesi, Biagio Scorza e Francesco D’Aversa,
entrambi residenti a Lauropoli, è ritornato a casa. Sbarcato a
Taranto la notte del 18 marzo scorso. Una pacca sulla spalla
agli amici conosciuti nel Golfo Persico, quindi il ritorno in
città. Nell’indifferenza generale. Neppure un telegramma o una
telefonata dalle istituzioni. Come se combattere per la pace
fosse niente: così è se vi pare. Intanto Cavaliere
riassaggia il gusto della libertà e degli affetti. Stringe al
petto la famiglia e la fidanzata, Simona, una graziosa fanciulla
di Lauropoli, e accetta di rivivere brandelli di vita ormai
consegnati all’album dei ricordi. La partenza da Taranto,
in una buia sera di novembre, cede il passo al ventiduesimo
compleanno. Festeggiato montando la guardia mentre la
“Garibaldi” si lasciava alle spalle il canale di Suez. Una
malinconia che esplode, e diventa tristezza, a Natale.
<<E’ stato forse quello – ricorda il marinaio cassanese – il
momento più duro. Un vuoto incredibile, colmato a stento con la
fratellanza nata a bordo>>. Una vera città, la “Garibaldi”,
popolata da oltre 900 militari. Sveglia alle 7, colazione, posti
di lavaggio e poi tutti al lavoro. <<Il mio compito – rivela
Cavaliere – era quello di curare la tenuta del magazzino dei
ricambi meccanici. Fortunatamente, non abbiamo avuto guai
durante la navigazione>>. Poco più di due settimane, per
raggiungere il mare Arabico e gettare l’ancora davanti alle luci
di Dubai, capitale degli Emirati Arabi Uniti. A un’ora di volo
dalle desertiche valli afgane. Con gli americani che salgono
sulla portaerei italiana per indicare gli obiettivi della
missione.
Il tempo trascorre lento. Vietato, per ragioni di sicurezza,
l’uso dei telefoni cellulari, l’Italia viene raggiunta
telefonicamente ogni tre giorni. Il tutto sullo sfondo di
esercitazioni e simulazioni d’attacco. Chimico ed aereo.
Agli inizi di Gennaio la faccenda sembra farsi seria. <<A bordo
– ricorda Cavaliere – era scattato l’allarme giallo, ovvero il
penultimo gradino prima dello stato di massima allerta. I voli
si moltiplicarono, da quattro a otto missioni: un via vai
incredibile>>. A febbraio, invece, la tensione si raffredda, e
dopo 84 giorni si scende a terra. Per le vie di Dubai. <<Una
città stupenda. Mi hanno colpito il canto continuo dei muezzin,
e i veli che coprivano i lineamenti delle donne. Un mondo
affascinante>>.
Alla fine giunge l’ora del ritorno. Nel Golfo arrivano il
“Durand De La Penne” e la “Maestrale”: il “Garibaldi”, la
“Zeffiro”, la “Etna” e la “Aviere” risalgono la linea
dell’equatore e approdano a Taranto, Italia. Dopo 119 giorni.
<<Ho riflettuto spesso – ammette Cavaliere – sui perché della
spedizione. La guerra non piace a nessuno, ma credo che ognuno
di noi si sia reso utile al perseguimento della pace. Devo
ringraziare i miei familiari e la mia fidanzata: pensavo di non
farcela, di scoppiare. Adesso sono fiero di me. Mi sento più
maturo. In mezzo alle sofferenze ho afferrato il valore ed il
senso della vita>>.
Tra guerra e pace, piccoli uomini crescono. Storie eccezionali
dall’apatica Cassano.
Gianpaolo Iacobini |