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Domenica 22 Settembre 2002

Cassano –  Energia e centrali: si ritorna a parlare di un progetto presentato dall’Enea nel 2001.


Lavoro e tutela dell’ambiente attraverso l’utilizzo di fonti energetiche pulite: l’alternativa, tangibile, esiste, ma giace in qualche cassetto da un anno e più.
L’ipotizzata realizzazione di una mastodontica centrale termoelettrica in città riaccende il dibattito sullo sviluppo del territorio. Così, nella Calabria citeriore che vagheggia l’unità solo per rivendicare la provincia, potrebbero spuntare, come funghi, diversi siti: la centrale di Rossano, già in funzione, quella in cantiere di Altomonte, le altre pensate per Cassano e Cariati, il termovalorizzatore castrovillarese, il gassifico coriglianese. Come dire: un polo energetico da far invidia al resto del mondo.
Testi e parole per un film nei cui titoli non v’è traccia dell’attore principale: il <<Piano strategico per lo sviluppo di un sistema integrato solare e termo – elettrico su larga scala>>.
Un passo indietro nel tempo. Primavera 2001: a Roma l’Enea presenta le linee guida del piano destinato a cambiare il volto energetico dell’Italia. Voluminose cartelle raccolgono termini, dati e concetti tecnici. Ispirati, anzi quasi indotti, da una nuova filosofia: per effetto del decreto Bersani, dal 2002 i produttori e gli importatori di elettricità avrebbero dovuto immettere in rete un quantitativo di elettricità tratta da fonti energetiche rinnovabili, pari al 2% dell’energia prodotta nell’anno precedente da fonti convenzionali, quali carbone e petrolio. L’Europa fa il resto, ed emana la direttiva che dal 2010 imporrà un aumento del 250% nella produzione di energia derivata da fonti rinnovabili.
Parte la caccia alle fonti pulite e agli angoli del Belpaese baciati da Dio e dalla buona sorte. L’attenzione degli scienziati si rivolge a quella che, nei laboratori romani, viene ribattezzata la “California d’Italia”, ovvero la Calabria.
Proprio la regione calabrese finisce in prima pagina. Con i tecnici dell’ente energetico che puntano la loro lente d’ingrandimento su quattro aree: foce del fiume Neto e piane di Gioia Tauro, Sant’Eufemia e, naturalmente, Sibari. Qui il petrolio non c’è, il sole sì: ricchezza assicurata. Almeno così dice l’Enea. <<Lungo le coste meridionali – scrivono gli esperti nel piano strategico – domina un clima di tipo mediterraneo, con livello di irraggiamento annuo che, se pur inferiore a quello dei climi desertici a pari latitudine (ad esempio California e Nevada), sono accettabili per applicazioni pratiche>>. Il che, tradotto in parole povere, sta a significare che per avere una centrale solare i cui benefici bilancino i costi, è necessario disporre di territori sui quali il sole scarichi annualmente almeno 1600 kilowatt di energia.
Sibari fa i conti, e si riscopre con le carte in regola. In riva allo Ionio, infatti, secondo le stime Enea, <<da un  metro quadrato di terreno arso ed incolto potrebbe sgorgare l’equivalente energetico di più di un barile di petrolio all’anno>>. Senza nemmeno sfiorare le realtà già esistenti: agricoltura, ambiente, turismo. <<In pratica – aggiungono i ricercatori – l’insieme delle installazioni, da sistemare nelle zone non coltivate del Mezzogiorno, richiederebbe una superficie di almeno quindici chilometri quadrati, da ricoprire con specchi e concentratori parabolici>>.
Un’operazione da realizzare a costo zero, sfruttando, semplicemente, i finanziamenti concessi dall’Unione Europea e la disponibilità dei privati interessati.
Questo, raccontano le carte, si sapeva da un anno e molto più. Nessuno però ha mai aperto gli occhi. Salvo svegliarsi di soprassalto avvertendo l’odore del nobile metano e degli investimenti miliardari che gli corrono dietro.

Gianpaolo Iacobini

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