|
Lavoro
e tutela dell’ambiente attraverso l’utilizzo di fonti
energetiche pulite: l’alternativa, tangibile, esiste, ma giace
in qualche cassetto da un anno e più.
L’ipotizzata realizzazione di una mastodontica centrale
termoelettrica in città riaccende il dibattito sullo sviluppo
del territorio. Così, nella Calabria citeriore che vagheggia
l’unità solo per rivendicare la provincia, potrebbero spuntare,
come funghi, diversi siti: la centrale di Rossano, già in
funzione, quella in cantiere di Altomonte, le altre pensate per
Cassano e Cariati, il termovalorizzatore castrovillarese, il
gassifico coriglianese. Come dire: un polo energetico da far
invidia al resto del mondo.
Testi e parole per un film nei cui titoli non v’è traccia
dell’attore principale: il <<Piano strategico per lo sviluppo di
un sistema integrato solare e termo – elettrico su larga
scala>>.
Un passo indietro nel tempo. Primavera 2001: a Roma l’Enea
presenta le linee guida del piano destinato a cambiare il volto
energetico dell’Italia. Voluminose cartelle raccolgono termini,
dati e concetti tecnici. Ispirati, anzi quasi indotti, da una
nuova filosofia: per effetto del decreto Bersani, dal 2002 i
produttori e gli importatori di elettricità avrebbero dovuto
immettere in rete un quantitativo di elettricità tratta da fonti
energetiche rinnovabili, pari al 2% dell’energia prodotta
nell’anno precedente da fonti convenzionali, quali carbone e
petrolio. L’Europa fa il resto, ed emana la direttiva che dal
2010 imporrà un aumento del 250% nella produzione di energia
derivata da fonti rinnovabili.
Parte la caccia alle fonti pulite e agli angoli del Belpaese
baciati da Dio e dalla buona sorte. L’attenzione degli
scienziati si rivolge a quella che, nei laboratori romani, viene
ribattezzata la “California d’Italia”, ovvero la Calabria.
Proprio la regione calabrese finisce in prima pagina. Con i
tecnici dell’ente energetico che puntano la loro lente
d’ingrandimento su quattro aree: foce del fiume Neto e piane di
Gioia Tauro, Sant’Eufemia e, naturalmente, Sibari. Qui il
petrolio non c’è, il sole sì: ricchezza assicurata. Almeno così
dice l’Enea. <<Lungo le coste meridionali – scrivono gli esperti
nel piano strategico – domina un clima di tipo mediterraneo, con
livello di irraggiamento annuo che, se pur inferiore a quello
dei climi desertici a pari latitudine (ad esempio California e
Nevada), sono accettabili per applicazioni pratiche>>. Il che,
tradotto in parole povere, sta a significare che per avere una
centrale solare i cui benefici bilancino i costi, è necessario
disporre di territori sui quali il sole scarichi annualmente
almeno 1600 kilowatt di energia.
Sibari fa i conti, e si riscopre con le carte in regola. In riva
allo Ionio, infatti, secondo le stime Enea, <<da un metro
quadrato di terreno arso ed incolto potrebbe sgorgare
l’equivalente energetico di più di un barile di petrolio
all’anno>>. Senza nemmeno sfiorare le realtà già esistenti:
agricoltura, ambiente, turismo. <<In pratica – aggiungono i
ricercatori – l’insieme delle installazioni, da sistemare nelle
zone non coltivate del Mezzogiorno, richiederebbe una superficie
di almeno quindici chilometri quadrati, da ricoprire con specchi
e concentratori parabolici>>.
Un’operazione da realizzare a costo zero, sfruttando,
semplicemente, i finanziamenti concessi dall’Unione Europea e la
disponibilità dei privati interessati.
Questo, raccontano le carte, si sapeva da un anno e molto più.
Nessuno però ha mai aperto gli occhi. Salvo svegliarsi di
soprassalto avvertendo l’odore del nobile metano e degli
investimenti miliardari che gli corrono dietro.
Gianpaolo Iacobini |