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Associazione Socio-Politico e Culturale "Nelson Mandela
Cassano Allo Ioni (CS)

 


Associazione
di Volontariato
" Il Samaritano
Lauropoli (CS)

Venerdì 21 Febbraio- Ore 18,00 - Auditorium "F. Toscano"  Lauropoli

Sintesi delle relazioni

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Dott. Antonio Iannicelli Corrispondente del “Quotidiano”

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Don Attilio Foscaldi   Presidente Associazione di volontariato “Il samaritano”

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Prof. Pietro Maradei Responsabile Associazione Nelson Mandela

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Don Edoardo Scordio  Parroco di Isola C. Rizzuto

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Prof. Pantaleone Sergi Inviato de “La Repubblica”  Docente UNICAL – Sindaco di Limbadi

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On. Nichi Vendola
Membro della Commissione parlamentare antimafia (P.R.C.)

Alcuni momenti della manifestazione

 
 

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INCONTRO - DIBATTITO
sul tema

MAFIA, SOCIETA' E
MODELLI DI SVILUPPO

introducono:

 
Don Attilio Foscaldi
Presidente Associazione "Il Samaritano"
Prof. Pietro Maradei
Associazione "Nelson Mandela"
coordina:
 
Dott. Antonio Iannicelli
Corrispondente del "Quotidiano"

Intervengono

Don Eduardo Scordio
Parroco di Isola Capo Rizzuto

Pantaleone Sergi
Docente UNICAL - Inviato de "La Repubblica"
Conclude

On. Nichi Vendola
Commissione Parlamentare Antimafia

La cittadinanza è invitata a partecipare

www.cassanoalloionio.info
IL PORTALE DELL'INFORMAZIONE LOCALE
sito non ufficiale della Città di Cassano Allo Ionio

SINTESI DELLE RELAZIONI RELAZIONI
a cura del prof. Pietro Maradei






Dott. Antonio Iannicelli

Corrispondente del “Quotidiano”

In qualità di coordinatore, illustra il tema dell’incontro e presenta i partecipanti, evidenziandone ruoli, professionalità e competenze, anche in rapporto alle funzioni che dovranno svolgere all’interno del dibattito.

Nel corso della serata effettua gli opportuni collegamenti tra un intervento e l’altro, facendo anche delle espresse richieste di chiarimento ed approfondimento delle tematiche oggetto dell’incontro.                      






Don Attilio Foscaldi  

Presidente Associazione di volontariato “Il samaritano”

Esordisce spiegando le motivazioni e i contenuti dell’incontro e mettendo in rilievo la scelta delle due Associazioni di organizzare insieme la manifestazione.  L’assunto di fondo è che “c’è bisogno di presenze” per combattere, arginare ed emarginare il fenomeno mafioso che  investe gravemente il nostro territorio.
Mette poi in rilievo l’azione della Chiesa di Lauropoli che, sia pur isolata nelle sue iniziative, svolge “la sua azione semplice, costante, giornaliera, improntata ai principi della solidarietà, a fianco ai bambini, ai giovani, agli anziani, alle persone bisognose” per sconfiggere la mafia e proporre modelli di vita civili e democratici. In questo contesto generale evidenzia il ruolo del volontariato e, più in particolare, quello dell’Associazione “Il samaritano”, che esprimono tante spinte positive da mettere in campo per contrastare gli aspetti negativi che emergono nella società.
L’impegno fondamentale è quello di “ricostruire le regole, che costituiscono l’impalcatura della convivenza civile”, proponendo con pazienza e continuità tanti “piccoli percorsi di educazione alla legalità”, in un ambiente, come quello del quartiere Timpone rosso, dove sono presenti molti aspetti socio-economici negativi e si manifestano molte attività delinquenziali  tipici delle organizzazioni  mafiose.
A questo proposito evidenzia che anche le manifestazioni pubbliche sono un modo per far sentire, attraverso un contributo collettivo, la presenza della società civile contro ogni forma di degenerazione del tessuto sociale e, ricordando solo alcune delle molteplici iniziative portate avanti, fa riferimento alle commemorazioni di Falcone e Borsellino e delle tante altre vittime della mafia, nella consapevolezza che la “memoria rappresenta un esempio per l’impegno futuro”.
Passa, quindi, ad esaminare le azioni concrete e i meccanismi che si possono attivare e utilizzare nella lotta alla mafia, facendo leva sulla legislazione vigente in materia.
In questa direzione fa riferimento alla Legge 328/2000, illustrandone i contenuti e le possibilità di intervento che essa offre. Rivolge poi la sua attenzione alla possibilità di utilizzazione dei beni confiscati alla Mafia, che fino al ’96 sono stati 34 e dal ’96 al 2002 più di mille, facendo molti esempi di come questi beni, nelle varie realtà, siano stati effettivamente impiegati per realizzare strutture ed opere di grande rilevanza sociale e culturale.
Dal complesso delle argomentazioni sviluppate fa emergere, infine, che tutte le iniziative positive sono utili per contrastare il fenomeno mafioso e si “coniugano con nuovi modelli di sviluppo”.                                     






Prof. Pietro Maradei

Responsabile Associazione Nelson Mandela

La lotta alla Mafia è una delle principali emergenze del territorio e, perciò, il Nelson Mandela, nell’ambito delle sue iniziative, non poteva non affrontare la questione. Lo ha voluto fare insieme all’associazione “il Samaritano” nella convinzione che questa battaglia si può vincere solo con la massima unità possibile.
La scelta del tema scaturisce dalla volontà di dimostrare l’intreccio profondo che c’è tra l’affermazione dei fenomeni mafiosi, il potere politico e le dinamiche dello sviluppo. L’evoluzione del fenomeno segue infatti - secondo il responsabile del Mandela – l’evoluzione dell’economia e della società, adeguandosi ad essa e ristrutturando continuamente la propria organizzazione e i propri modelli.
Per dimostrare questa tesi effettua, sulla base di riferimenti storiografici, un excursus  sull’evoluzione storica della Mafia per poi passare ad una ricostruzione del fenomeno nel territorio della Sibaritide e del Pollino, e in quello del comune di Cassano in particolare.
Analizza poi anche gli effetti che il fenomeno ha avuto sulla società locale e sulle  sue prospettive di sviluppo.
La società ha pesantemente risentito di questa situazione. Si è chiusa in se stessa.  C’è stata una progressiva rarefazione dei rapporti sociali e umani. La violenza è diventata il modello di riferimento e questo ha influito sui vari aspetti della vita collettiva. C’è stato anche un deterioramento dei rapporti politici, improntati ad estrema conflittualità invece che ad un confronto civile e democratico. All’interno di questo contesto generale i cittadini non hanno più trovato nella politica e nelle istituzioni un punto di riferimento e ciò ha alimentato sfiducia e rassegnazione.
Per quanto riguarda lo sviluppo, l’affermazione della delinquenza organizzata ha di fatto frenato lo crescita di un’imprenditoria autonoma e produttiva.  L’economia è stata esclusivamente basata sull’assistenzialismo e sulle opere pubbliche, settori che la mafia riesce più facilmente a gestire, attraverso intrecci e connivenze con il potere politico ed amministrativo.
Chiedendosi, infine, cosa fare oggi per tentare di sconfiggere la Mafia, ha sostienuto che c’è essenzialmente bisogno di riaffermare principi e valori positivi e che la società civile si riappropi  del territorio. Per fare ciò c’è bisogno di un’azione sinergica della società, della scuola, del mondo politico, delle istituzioni che devono prendere decisamente in mano il destino della città.
                                                                         






Don Edoardo Scordio 

Parroco di Isola Capo Rizzuto

Padre rosminiano, parte dall’esperienza personale maturata in 26 anni di apostolato nel territorio di Isola Capo Rizzuto. Ricorda che il compito che  a suo tempo è stato affidato a lui e ad altri suoi confratelli da mons. Agostino è stato quello di “ricostruire il tessuto sociale” in quel territorio e di edificare una nuova funzione della Chiesa. Ed è proprio su questi aspetti  che sofferma inizialmente la sua attenzione precisando che questo è un “lavoro faticoso, difficile, complesso” ed ha bisogno di tempi lunghi. Questa opera non può essere portata avanti da singoli preti ma deve trovare il consenso e l’appoggio di un popolo e di una comunità nella costruzione di un progetto comune, come in effetti avviene nella sua realtà.
Facendo sempre leva sulla sua esperienza evidenzia, poi, alcuni aspetti della mentalità dei mafiosi. Riportando alcuni pezzi di un colloquio di un suo collaboratore con un capo della mafia, mette in rilievo come essi ritengano di svolgere un ruolo positivo nella società e di impegnarsi per il progresso, il benessere e  lo sviluppo dei propri territori.  Rileva anche la specificità della ‘ndrangheta calabrese rispetto alla mafia siciliana, sottolineando il grande ruolo che svolge al suo interno la famiglia. A questo proposito pone l’accento sul trattamento che viene riservato ai morti per questioni di mafia, che vengono portati in trionfo e vengono celebrati come eroi e martiri.
Sposta, quindi, la sua attenzione sul rapporto tra la delinquenza organizzata e le dinamiche socio-economiche. Al riguardo mette in risalto come la mafia sia molto evoluta da questo punto di vista e come sia entrata perfettamente dentro gli stessi meccanismi comunitari. “Molti progetti presentati a Bruxelles – afferma – sono presentati e gestiti direttamente dalla mafia “, che riesce anche ad utilizzare meccanismi perfettamente legali. Ciò indica la sua capacità di individuare e gestire le sorgenti della produzione, di entrare dentro i gangli dell’amministrazione e condizionarla.
Altro concetto forte del suo intervento è quello che quando si verificano i delitti di mafia, essa è in condizioni di debolezza, mentre dimostra tutta la sua forza proprio quando la situazione è tranquilla.
Conclude il suo intervento ribadendo quello che deve essere il ruolo della Chiesa nella lotta contro la mafia. Suo compito principale è quello di promuovere l’affermazione di una cultura diversa e, in questo contesto, una funzione determinante deve svolgere il volontariato in termini di assistenza sociale, economica e culturale.
La Chiesa deve essere in grado anche di proporre modelli di sviluppo diversi e, in questa direzione, fa espresso riferimento all’”economia di comunità”.                            





Prof. Pantaleone Sergi

Inviato de “La Repubblica” 
Docente UNICAL – Sindaco di Limbadi

Studioso, storico, profondo conoscitore del fenomeno, approfitta dell’occasione per lanciare delle provocazioni.
L’attenzione nei confronti della mafia dimostra – a suo avviso- un atteggiamento irrazionale e  schizofrenico da parte dei vai settori della società calabrese nei confronti del problema.
La sua lunga esperienza in questa materia dimostra che a distanza di  30 anni si dicono le stesse cose e si ripetono gli stessi rituali. Un esempio concreto : dopo quindici anni ha pubblicato lo stesso articolo, cambiando solo i nomi, ed era sempre attuale. La dimostrazione di un sostanziale immobilismo.
Della lotta contro la mafia ci si ricorda solo a seguito di emergenze. Non c’è un impegno lineare e continuo. Non si registrano interventi tesi a cambiare realmente la situazione, attraverso l’attivazione di nuovi modelli di sviluppo.  C’è un atteggiamento diffuso di sottovalutazione che fa sospettare volontà di copertura, se non di favoreggiamento.
La mafia è invisibile. Molto spesso si tende a negarne l’esistenza, ma è presente e pervade la società. A questo proposito fa alcuni esempi.  Riconfermando le affermazioni di don Scordio, avvalora la tesi che proprio quando essa non spara è più forte.
Colpevoli ritardi si registrano, a suo avviso, anche sul piano dell’analisi storica. E a questo proposito fa riferimento all’analisi sulla mafia dell’area fatta in precedenza, affermando che in questo territorio si radicano fenomeni devastanti che devono essere seguiti e compresi per poter predisporre gli opportuni interventi.
Nella parte finale del suo intervento mette in rilievo il fatto che negli ultimi tempi l’attenzione generale nei confronti del fenomeno mafioso è nettamente calato.
La sua stessa parte politica, il centrosinistra,  nel periodo in cui è stata al governo non ha sviluppato un’azione incisiva nella lotta contro la mafia. I magistrati in trincea sono stati in parte abbandonati al loto destino ed è stato in qualche modo svenduto il patrimonio di lotta registrato negli anni precedenti.
Le istituzioni non intervengono oggi con la stessa determinazione del passato. Le procure e gli uffici giudiziari vengono smantellati o ridimensionati.
 La stessa stampa sembra non dare più il necessario rilievo agli episodi che hanno una matrice mafiosa.
Anche la Chiesa, al di là di qualche “prete di frontiera” molto spesso si trincera dietro il silenzio su questo argomento.
Tutto ciò testimonia quella “schizofrenia” nell’affrontare il problema di cui aveva parlato all’inizio.
Nella “lotta alla mafia noi siamo pazzi”, conclude.                             






On. NICHI VENDOLA 
Membro della Commissione parlamentare antimafia (P.R.C.)

Inizialmente ringrazia per l’invito e per l’opportunità di ritornare a manifestare il suo affetto e il suo senso di partecipazione nei confronti di una comunità provata e abbandonata.
Prima di entrare nel merito della tematica, esordisce dicendo che la guerra imminente  è il più grave problema nella lotta contro la mafia, dal momento che non c’è niente di “più sistematicamente mafiogeno” della guerra. Con la guerra proliferano le attività e gli interessi mafiosi. Dopo le guerre balcaniche è stata infatti registrata una crescita delle mafie. In una guerra infinita come quella che si sta preparando le organizzazioni criminali si troverebbero decisamente a loro agio.
Entrando in argomento, si rifà alle precedenti affermazioni di Pantaleone Sergi e conferma che sull’argomento mafia molto spesso si gira a vuoto, si registra una certa fumosità e ritualità, le manifestazioni hanno un carattere ripetitivo e sono prive di contenuti reali.
In Calabria – a suo avviso – nonostante i successi ottenuti dalle forze dell’ordine, la Mafia non è stata sostanzialmente scalfita e mantiene intatta la sua forza. La Calabria è ”un territorio a sovranità limitata”, un “territorio occupato militarmente”.
Fa l’esempio della Locride che definisce un “territorio senza speranza”.  Nonostante l’azione di mons. Brigantini, che con la costituzione delle cooperative si sforza di stravolgere i sistemi economici sui quali la mafia alligna. Ma questa impostazione si scontra spesso con quella che definisce “la stupidità dello Stato” , che crea difficoltà nel rilascio dei certificati antimafia, in un’area in cui è oggettivamente difficile trovare dei giovani che non siano in qualche modo imparentati con personaggi mafiosi.
A questo proposito si pone una domanda: “Dobbiamo aspettare che i figli dei mafiosi diventino mafiosi anch’essi o provare a costruire per loro un’alternativa?”  Costruire l’alternativa è il modo migliore per combattere la mafia. La lotta contro la criminalità non può essere solo un aspetto repressivo.
E in questo contesto – incalza – quale deve essere il ruolo del politico? Questa la risposta : il suo compito è quello di occupare il territorio con metodi diversi, far ritornare lo Stato al posto delle forze dell’ordine con “un esercito di diritti”, creando opportunità produttive, posti di lavoro, una diversa qualità della vita.
Intanto è necessario nominare il problema, affrontarlo di petto e non sminuirlo o ignorarlo. E si rifà agli esempi di  Pippo Fava e di Peppino Impastato.
In fondo i grandi boss mafiosi siciliani erano dei semplici contadini. La loro potenza nasceva da un’organizzazione economica che poteva diventare forte solo grazie ai  rapporti con i poteri economici e politici.
Ritornando alla situazione specifica della nostra regione asserisce che in “Calabria la mafia è una fisiologia e non una patologia” , “se fosse una religione, i mafiosi sarebbero gli ortodossi e quelli che combattono per la legalità gli eretici”.
E’ sbagliato pensare che “la Mafia sia solo una banda armata”. “La Mafia è rapporto con la pubblica amministrazione, è selezione delle classi dirigenti, è un’idea dello sviluppo”.
Affronta poi il problema del pagamento del cosiddetto “pizzo”, rifacendosi ad uno studio diffuso proprio i questi giorni  secondo cui senza questo onere da parte delle imprese non ci sarebbe il divario tra nord e sud.  Secondo il parlamentare il problema non è questo. Il problema è relativo al “modello di economia” e al “sistema d’impresa”. E’ stata sempre centrata l’attenzione sul rapporto Mafia – Politica, ma è stato sottovalutato il rapporto Mafia – Sistema di impresa. Tutte le grandi aziende (Fiat, Calcestruzzi, Fininvest, Fincantieri, Ansaldo) e anche le Lega delle cooperative hanno avuto ed hanno rapporti con la mafia.  Esempio eclatante, l’interporto di Gioia Tauro. Al suo interno non esiste attività che non sia gestita dalla mafia. Per la costruzione stessa di questa struttura la mattina è stato firmato il protocollo d’intesa al ministero e il pomeriggio quello con la mafia. E un magistrato ha consigliato quale era la cosca migliore. Affermazioni dure. Ma niente di sensazionale. Questi riferimenti si trovano negli atti  giudiziari e nelle registrazioni telefoniche.
A volte la lotta alla mafia si può paragonare al “gioco dell’oca”, con il rischio di ritrovarsi sempre allo stesso punto. Ricordando la grande stagione dell’antimafia sostiene che proprio dopo le grandi vittorie si è avuta la sensazione di essere stati sconfitti.
Quindi….alcune “verità imbarazzanti”. Primo. “La politica non ha fatto fino in fondo il proprio mestiere. Ha sposato con grande furbizia  la cultura della legalità spesso come una maschera retorica oltre la quale nascondere la solita oscenità del potere”.  E’ opportuno, perciò che  la politica abbia “la capacità di fare autocritica, di osare di più, di saper mettere dei paletti, di saper bonificare i propri territori”.  Secondo. Il tema vero è il modello di sviluppo. I problemi non si risolvono con il “ponte sullo stretto”. Si tratta di un’opera inutile e comunque improduttiva. Sulla quale solo la mafia potrebbe proliferare. Come è avvenuto recentemente con la storia degli appalti per l’allargamento dell’autostrada SA-RC, all’interno della quale gli stessi vertici dell’Anas sono stati implicati. I soldi non devono essere, quindi utilizzati  per creare le grandi infrastrutture, ma per “ricostruire questo territorio, ferito, malato”.
Avviandosi verso la conclusione, afferma che la ‘ndrangheta è un problema particolare all’interno del problema generale. Oggi essa è la mafia più forte e potente in Italia e nel mondo. E’ molto radicata al nord, nei paesi europei ed extraeuropei, ha rapporti con i cartelli di Medellin e di Kali, per il traffico della droga. Essa ha, inoltre, delle proprie specificità. Non ha mai scelto, a differenza della mafia siciliana, la strada dello stragismo, del confronto con le alte sfere dello Stato, dello scontro militare con lo stato stesso. E’ molto abile però nella capacità di inabissamento. La sua stessa organizzazione orizzontale è funzionale a questa impostazione.
Qual è, dunque, l’impostazione giusta per la lotta alla mafia. L’antimafia si è basata sull’idea della delega. Delegare il problema della soluzione del problema. L’importante è invece l’impegno diretto, saper dire sempre  “la verità fino in fondo”. Saper dire, ad esempio la verità sulla situazione degli uffici giudiziari in Calabria. Perciò “non ci sarà nessun eroe che ci salverà; la Mafia è un problema della società”. Ma spesso ciò non avviene. I preti cosiddetti di frontiera che lottano contro la mafia sono molti di più di quanto si creda. “Dove sono invece i sindacalisti, i segretari di partito?” , si chiede. La stampa, poi, dimostra una disattenzione nei confronti della mafia e dei delitti di mafia. Per i mass-media “un delitto a Gallarate merita più attenzione di dieci delitti in Calabria”.  “I riflettori sono spenti” sulla mafia.
Per questo è sempre più difficile trovare la via per la soluzione di questo grave problema. 
“La Mafia che verrà sarà più brutta di quella che abbiamo conosciuto” perché “la Mafia è forte quando la gente non ha vincoli sociali, quando i lavoratori sono deboli, quando la società è desertificata”.  
Ricorda, infine,  l’espressione di una santa mistica che gli è rimasta impressa nella sua gioventù : “nulla dipende da noi, ma bisogna vivere come se tutto dipendesse da noi”.
E conclude : “Ciascuno si assuma le proprie responsabilità e alla fine trovi anche il gusto di sentirsi una persona libera per continuare a dire la verità, perché solo la verità ci può rendere liberi”.
                              

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I sentieri della legalità.


 
 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


 

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