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Sabato 05 Aprile 2003

Cassano Ionio - “Oronero” al largo di Sibari


Petrolio sì, petrolio no, petrolio forse nel golfo… di Sibari. Da giorni una piattaforma dell’Ente nazionale idrocarburi (Eni) è ancorata a largo della costa ionica cosentina per accertamenti utili ad appurare la presenza di giacimenti di “oronero” nei fondali in cui si è specchiata la leggenda magnogreca.
Dallo scorso 25 marzo (martedì) un gigante segnato da targhette punzonate che ne chiariscono l’appartenenza alla divisione Agip del colosso energetico nazionale è ferma a 4,3 miglia marine (circa 8 chilometri) dalla battigia ionica, in un braccio di mare con fondali di 270 metri. Per gli eventuali specialisti, sono disponibili anche le coordinate marine. Latitudine: 39 gradi e 48,56 primi nord. Longitudine: 16 gradi e 36,43 primi est. La piattaforma è visibile anche a occhio nudo dalle spiagge. Precisamente, si tratta di una “Atwood Southern Cross”, piattaforma di perforazione semisommergibile bloccata da otto ancore disposte a raggiera con un raggio di duemila metri. Ha a disposizione una torre di perforazione alta 85 metri. Pare sia giunta a largo di Sibari via mare, trascinata da rimorchiatori pronti a tornare per riportarla via quando i test saranno terminati. Il via libera all’ancoraggio è stato concesso dalla Capitaneria di porto di Crotone. L’ordinanza prevede che possa rimanere a largo di Sibari per novanta giorni. Il pozzo scavato è stato denominato “Saraceno 1”, probabilmente in ricordo e onore della popolazione araba che proprio lungo queste coste è stata protagonista per lunghi periodi nei secoli passati.
La piattaforma è a lavoro da giorni ma finora non è trapelato nulla circa gli esiti della ricerca e quindi sulla presenza o meno di riserve di petrolio (o gas?) tra i flutti ionici. Comunque, non è la prima volta che i grandi colossi del fronte energetico nazionale sbarcano nella Sibaritide alla ricerca dell’oronero. Qualche anno fa le cronache misero in prima pagine l’entroterra coriglianese. Se più indizi costituiscono una prova, è facile ipotizzare che il petrolio nella Piana esista davvero ma non si riesca a individuare dove e, soprattutto, in che quantità. Perché, oltre alla presenza è necessaria una disponibilità cospicua per rendere non solo appetibile ma anche più semplicemente utile l’investimento. Certo che pure le semplici ricerche hanno un costo e quindi rappresentano un segnale già importante. Se la gradazione petrolifera dello Jonio cosentino fosse limitata al minimo, è difficile credere che colossi internazionali del calibro dell’Eni decidano di investire milioni di euro (oggi) e miliardi di lire (ieri) per scandagliare i fondali nostrani.
Per il momento, comunque, ogni ragionamento è forzatamente limitato alle ipotesi. Qualche notizia più oggettiva e concreta, “petrolio sì”, “petrolio no”, “petrolio quanto” e “petrolio come”, potrebbe essere disponibile nei prossimi giorni, al termine del ciclo di indagine del gigante ancorato a una manciata di chilometri dalle spiagge sibarite. Attorno a esso è attento il controllo dei marinai in servizio all’Ufficio circondariale marittimo di Corigliano, agli ordini del tenente di vascello Marcello Notaro. Nell’area sono vietate navigazione, sosta, pesca e attività affini. Inoltre, le divise bianche vigilano perché la piattaforma non deve arrecare danno alle risorse marine, non deve inquinare né provocare altri danni.

Domenico Marino

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