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Petrolio sì, petrolio no, petrolio forse nel golfo… di Sibari.
Da giorni una piattaforma dell’Ente nazionale idrocarburi (Eni)
è ancorata a largo della costa ionica cosentina per accertamenti
utili ad appurare la presenza di giacimenti di “oronero” nei
fondali in cui si è specchiata la leggenda magnogreca.
Dallo scorso 25 marzo (martedì) un gigante segnato da targhette
punzonate che ne chiariscono l’appartenenza alla divisione Agip
del colosso energetico nazionale è ferma a 4,3 miglia marine
(circa 8 chilometri) dalla battigia ionica, in un braccio di
mare con fondali di 270 metri. Per gli eventuali specialisti,
sono disponibili anche le coordinate marine. Latitudine: 39
gradi e 48,56 primi nord. Longitudine: 16 gradi e 36,43 primi
est. La piattaforma è visibile anche a occhio nudo dalle
spiagge. Precisamente, si tratta di una “Atwood Southern Cross”,
piattaforma di perforazione semisommergibile bloccata da otto
ancore disposte a raggiera con un raggio di duemila metri. Ha a
disposizione una torre di perforazione alta 85 metri. Pare sia
giunta a largo di Sibari via mare, trascinata da rimorchiatori
pronti a tornare per riportarla via quando i test saranno
terminati. Il via libera all’ancoraggio è stato concesso dalla
Capitaneria di porto di Crotone. L’ordinanza prevede che possa
rimanere a largo di Sibari per novanta giorni. Il pozzo scavato
è stato denominato “Saraceno 1”, probabilmente in ricordo e
onore della popolazione araba che proprio lungo queste coste è
stata protagonista per lunghi periodi nei secoli passati.
La piattaforma è a lavoro da giorni ma finora non è trapelato
nulla circa gli esiti della ricerca e quindi sulla presenza o
meno di riserve di petrolio (o gas?) tra i flutti ionici.
Comunque, non è la prima volta che i grandi colossi del fronte
energetico nazionale sbarcano nella Sibaritide alla ricerca
dell’oronero. Qualche anno fa le cronache misero in prima pagine
l’entroterra coriglianese. Se più indizi costituiscono una
prova, è facile ipotizzare che il petrolio nella Piana esista
davvero ma non si riesca a individuare dove e, soprattutto, in
che quantità. Perché, oltre alla presenza è necessaria una
disponibilità cospicua per rendere non solo appetibile ma anche
più semplicemente utile l’investimento. Certo che pure le
semplici ricerche hanno un costo e quindi rappresentano un
segnale già importante. Se la gradazione petrolifera dello Jonio
cosentino fosse limitata al minimo, è difficile credere che
colossi internazionali del calibro dell’Eni decidano di
investire milioni di euro (oggi) e miliardi di lire (ieri) per
scandagliare i fondali nostrani.
Per il momento, comunque, ogni ragionamento è forzatamente
limitato alle ipotesi. Qualche notizia più oggettiva e concreta,
“petrolio sì”, “petrolio no”, “petrolio quanto” e “petrolio
come”, potrebbe essere disponibile nei prossimi giorni, al
termine del ciclo di indagine del gigante ancorato a una
manciata di chilometri dalle spiagge sibarite. Attorno a esso è
attento il controllo dei marinai in servizio all’Ufficio
circondariale marittimo di Corigliano, agli ordini del tenente
di vascello Marcello Notaro. Nell’area sono vietate navigazione,
sosta, pesca e attività affini. Inoltre, le divise bianche
vigilano perché la piattaforma non deve arrecare danno alle
risorse marine, non deve inquinare né provocare altri danni.
Domenico Marino |