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Anche
i detenuti in semilibertà del carcere di Castrovillari
potrebbero essere impegnati nell’azienda agricola “Terzeria”,
responsabile di oltre cinquecento ettari di terreni nel cuore
della fertile Piana di Sibari. Lo ha annunciato ieri mattina il
vescovo della millenaria diocesi di Cassano (e presidente della
Fondazione “Rovitti” che è proprietaria dell’azienda e dei
terreni), monsignor Domenico Graziani, in una conferenza stampa
ospitata dal salone degli stemmi dell’episcopio cittadino.
Assieme al presule, all’incontro coi cronisti hanno partecipato
l’amministratore di “Terzeria”, Francesco Arcidiacono,
l’agronomo che segue l’azienda, Benito Scazziota, il consigliere
d’amministrazione della “Rovitti”, mons. Silvio Renne, e il
tesoriere, Battista Oriolo. La conferenza stampa è servita a
ufficializzare l’arrivo sul mercato della prima “sfornata” di
riso garantito dal nuovo corso di “Terzeria”, e anche a ribadire
le ambizioni sociali di un’azienda che è coraggioso esperimento
di Chiesa impegnata nel sociale ben oltre gli angusti confini
tradizionali. Ieri sera, le diverse qualità del riso “made in
Sibaritide” sono state distribuite per assaggio in stands creati
ad hoc nel piazzale di fianco al duomo cittadino.
In conferenza stampa il vescovo ha chiarito la volontà
d’impiegare detenuti nella Sibaritide, aggiungendo d’averne già
discusso positivamente col giudice di sorveglianza di Cosenza,
Alberto Liguori, il procuratore della repubblica di
Castrovillari, Agostino Rizzo, l’attuale e il precedente
direttore della carcere, Parrotta e Rizzo. Nelle intenzioni
degli amministratori, “Terzeria” dovrà diventare un polo di
formativo (una fattoria didattica) di prima qualità aperto a
quanti vogliamo approfondire argomenti agricoli, aziendali,
economici e chi più ne ha più ne metta. Dovrebbe pure scoprire
una vocazione turistica, sfruttando la posizione baricentrica
tra Jonio e Pollino, l’ottimo ecosistema che ne fa un’oasi a
cinque stelle, e l’alto gradimento degli ultimi anni per le
realtà agrituristiche. Addirittura, si sta lavorando per creare
nell’azienda un polo di ricerca che approfondisca le possibilità
di colture alternative, dedicandosi anzitutto alle mille
variabili del riso, a cominciare dal riso genetico. Per questo
sono stati stretti rapporti con più d’una università italiana.
Si parla anche dell’ipotesi di realizzare pasta fresca di riso
mirata ai ciliaci.
Arcidiacono e Scazziota hanno ricordato che la coltura del riso
nella Sibaritide è d’antichissima memoria, sottolineandone
l’importanza quale freno alla desertificazione e alla
salificazione della Piana, e smentendo l’accoppiata
risaie-zanzare: “I focolai, che sono il vero problema,
proliferano nelle acque stagnanti dei chilometri di canali di
scolo, non nell’acqua corrente delle risaie. Che attirano
libellule, ottimo antidoto naturale alle zanzare”. Il primo
raccolto del riso di “Terzeria” ha l’obiettivo d’essere pure
primo passo di una filiera tutta sibarita del riso di qualità,
che oltre a produrre il cereale sia capace di lavorarlo,
impachettarlo e venderlo, coprendo tutti i passaggi del ciclo
produttore/consumatore. Nei prossimi mesi dovrebbe essere
ufficializzato il marchio di qualità del riso sibarita, il cui
nome, ancora in fase di studio, dovrebbe partire dalla radice
greca del termine riso (oriza) anzitutto aule richiamo alla
leggenda magnogreca della Piana.
Ma “Terzeria” non è e non sarà solo riso, aprendo ampi spiragli
alla realtà ortofrutticola, con i pescheti in prima fila. Delle
infinite possibilità di sfruttamento dei quattrocento ettari di
terreno non coperti da risaie si occuperà il comitato tecnico
scientifico e i professionisti responsabili dell’azienda,
assieme agli imprenditori privati che hanno avuto il coraggio di
rischiare nel sogno, oggi realtà, dell’azienda agricola
“Terzeria”. Per il quale monsignor Graziani ha ricordato quanto
fatto dalla diocesi di Locri e dalle sue colture in serra.
Domenico Marino |