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Lo
Stombi e i suoi misteri: storie di Calabria.
Un giorno in Municipio. A spulciar carte, mappe, documenti vari.
C’è un faldone che reca la dicitura “Stombi”. È il racconto
breve di un canale nato come fosso di scolo e divenuto presto,
forse troppo in fretta, braccio d’acqua navigabile. È una favola
triste, incompleta, come tutte quelle che si raccontano a
Cassano in tema di turismo e sviluppo: neppure il faldone dalla
copertina blu riesce nel miracolo di raccogliere in sé gli atti
relativi al dispettoso rigagnolo. Qualcosa manca. Suppliscono
ricordi e conoscenze dirette. Utili a tessere la trama di una
storia affatto esaustiva, biglietto di viaggio di sola andata
nei misteri dello Stombi.
Comincia tutto sul finire degli anni ’70. Le campagne di
località Casa Bianca, a Sibari, sono un acquitrino paludoso. A
poca distanza, in contrada Salicetta, le ruspe hanno già tirato
su le prime case di Marina. È l’epoca delle lottizzazioni che
cambiano volto alla costa e regalano nuove speranze. Il gruppo
veneto “Furlanis” sceglie Casa Bianca per realizzare un’idea
innovativa: nasce il porto turistico sibarita. Le darsene
ricavate artificialmente dal fango vengono ribattezzate laghi.
L’area viene dotata dei servizi necessari. Sorgono anche le vere
villette con vista sul finto lago: poche, munite di posto barca.
È una filosofia di vita: qualche anno dopo, verrà stravolta
impietosamente. Da chi? Perché? È il primo mistero.
Avanti: sempre anni ’70. I laghi ci sono. Serve uno sbocco a
mare. A ridosso dell’area lottizzata, scorre pigro un vecchio
canale di scolo. È di proprietà del Consorzio di Bonifica Sibari
– Crati. Si chiama Stombi. La sua tranquilla esistenza muta
d’improvviso. I lottizzatori di Casa Bianca hanno bisogno di
unire le darsene al mare. Quel canale può diventare utile.
Contatti, trattative, infine l’accordo. È una convenzione, con
durata ventennale: il Consorzio rinuncia ad ogni pretesa sullo
Stombi, ceduto ai gestori del porto turistico. Che si impegnano
a renderlo ed a mantenerlo navigabile a proprie cure.
Particolari: il Municipio non ha mai posseduto copia di quella
convenzione. Dubbi postumi: la zona è ostaggio di un forte
fenomeno di erosione costiera, originato dalla vicinanza del
fiume Crati e dalle sue impetuose correnti. Il grande fiume
riversa nello Ionio milioni di metri cubi di sabbia e ghiaia.
Per secoli le onde li hanno spalmati sul litorale. Perché
nessuno si chiede che impatto possa avere, su tale fragile
sistema, l’apertura di un canale navigabile? A dire il vero,
qualcuno forse se lo chiede. Balena l’ipotesi di un sabbiodotto
per non intaccare l’equilibrio costiero. È il sogno di una notte
di mezza estate. All’alba è già svanito.
Restano lo Stombi, il Crati, i Laghi. Passano vent’anni. Le
draghe, sempre al lavoro alla foce del canale, riescono a parare
i colpi della natura. Poi, un bel giorno, la famosa convenzione
scade. Cominciano i guai. Chi si deve preoccupare di tener
pulito lo Stombi? Non il Consorzio di Bonifica, competente,
semplicemente, a garantire il normale deflusso delle acque di
scolo. Non gli eredi delle società che partorirono i laghi, che
respingono ogni chiamata in causa. Mentre l’orchestra suona il
valzer delle responsabilità, arriva l’alluvione. È il gennaio
del 2000. Lo Stombi è chiuso per sabbia. Sulla Sibaritide piove
da due giorni e altrettante notti. Il canale si gonfia. Supera
gli argini. La melma invade i campi, il porto turistico, il
Museo nazionale archeologico. Tacciono i musicanti, scatta
l’emergenza. Qualcosa bisogna pur fare. Entra in scena la
Regione Calabria. I laghi sono una realtà turistica privata. Il
Consorzio, alle dipendenze della Regione, dovrebbe garantire
solo il deflusso delle acque dello Stombi. Catanzaro, però,
sceglie di non andar troppo per il sottile. Promette fondi
destinati ad assicurare la navigabilità del canale. Dal cassetto
spunta un progetto del 1999: committenti i Cantieri Nautici,
progettista il professore universitario Giovanni Matteotti.
Vengono richiesti finanziamenti pubblici per il prolungamento
dei moli del canale. È la via che segnala l’inutilità del
dragaggio quotidiano. Evidenzia, piuttosto, la necessità di
interventi strutturali, anche se lo stiracchiamento del braccio
di cemento, da solo, non garantirebbe rimedi definitivi.
Servirebbero comunque sette miliardi di lire. La Regione non li
ha. Stimolato tuttavia da quel progetto e dalla successiva
alluvione d’inizio millennio, l’assessorato regionale ai lavori
pubblici recupera tra le pieghe del bilancio un miliardo per
<<lavori di dragaggio e risanamento ambientale>>. I fondi, a
destinazione vincolata, vengono girati al Comune di Cassano. Il
progetto: lo redigono il geometra Tonino Iannicelli,
dell’ufficio tecnico comunale, ed il suo collega Giuseppe Raso,
del Genio Civile di Cosenza. Si pensa di provocare
l’arretramento del lato destro del canale, effettuare il
ripascimento dal bordo sinistro, ripulire la foce, eliminare le
storiche montagne di sabbia sedimentate all’imboccatura dello
Stombi. Già, le montagne di sabbia: nessuno sa dire chi ne sia
il padre padrone. Del caso si occupa finanche la magistratura.
Invano. Ad ogni modo, la pendenza di inchieste giudiziarie
suggerisce prudenza: meglio non toccare le montagne fino a che
non sarà noto il volto dei loro creatori. Per il resto, si
procede come da progetto.
Il calendario segna il giugno del 2002: sulla destra dello
Stombi, grazie all’opera delle ruspe, in una fascia larga 400
metri, il litorale arretra di 40 metri. 56.000 metri cubi di
sabbia. Ritornano al loro posto in pochi mesi. Nel gennaio 2003
è già allarme rosso. Qualcosa non va. La direzione dei lavori se
ne accorge. I dubbi si condensano e diventano sostanza in una
minuziosa relazione tecnica redatta dall’ufficio tecnico
comunale di Cassano. C’è di più. C’è una lettera. La firma il
primo cittadino cassanese, Roberto Senise. Reca la data del 22
gennaio 2002. E’ indirizzata al presidente della giunta
regionale ed all’assessore regionale ai lavori pubblici. Si
trasmette, per conoscenza, la relazione tecnica sugli ultimi
eventi. In allegato, anche fotografie e filmati. <<Considerate
le avverse condizioni meteo – scrive Senise – si è ritenuto
opportuno sospendere i lavori per non sprecare ulteriori fondi
in lavorazioni vanificate dalle mareggiate e cercare, altresì,
altre soluzioni>>. Ancora: <<Questo annoso problema fa rilevare
che la rottura dell’equilibrio naturale, da parte dell’uomo, non
sempre è accettata dalla natura, che si riprende sempre ciò che
gli appartiene, facendo pagare prezzi molto alti>>. In questo
caso, la natura si ripaga rapinando all’uomo bianco un miliardo
di lire. Indispensabili per garantire l’ordinaria manutenzione
dello Stombi, gettati al vento in assenza di interventi
strutturali.
Che fare? Dalla Regione non arrivano risposte. S’apre il buco
nero. In sottofondo, tornano a risuonare le note del valzer
delle responsabilità. A settembre, come da progetto, le draghe
della “Overmar”, azienda napoletana specializzata nel settore,
dragano la foce dello Stombi. Dettaglio: i fondi disponibili non
consentono l’utilizzo di una draga di potenza elevata. Tocca
accontentarsi. Vengono comunque eliminati migliaia di metri cubi
di sabbia. Inutile: il 4 dicembre il mare ricopre il buco nero.
Una settimana dopo, la Guardia Costiera emana un’ordinanza con
la quale interdice la navigazione sul canale sibarita: troppo
pericoloso.
Finiti i soldi per l’ordinaria manutenzione, restano i misteri.
Sembra quasi di sentirlo sghignazzare, il vecchio Stombi. Lo
avesse conosciuto Cesare Pavese, ne avrebbe fatto il
protagonista di uno dei suoi racconti. Proprio come il Po e le
sue nebbie padane.
Gianpaolo Iacobini |