|
Centro
storico: cronaca di una morte annunciata.
Dice l’Istat: a Cassano si contano 12694 abitazioni. 6620 sono
regolarmente occupate. Tutto il resto, 6074, sono vuote. Buona
parte di esse, circa un terzo, si trovano nel raggio di poche
centinaia di metri, all’interno del borgo antico.
Il declino comincia da lontano. Sul finire degli anni ’60 prende
forma il sacco della città. In assenza di controlli e
regolamentazione urbanistica, chi può costruisce. Ovunque ed in
qualunque modo. L’edilizia diventa anzi, assieme
all’assistenzialismo, l’elemento trainante dell’economia locale.
Quando a metà degli anni ’80 arriva il piano regolatore
generale, è già tardi. Cemento e mattoni, il più delle volte nel
nome della legge, ma spesso anche abusivamente, rappresentano
l’unica fonte di reddito per centinaia di famiglie. Soprattutto,
viene compiuta la scelta fatale: preferire un’espansione della
città a valle e nelle campagne di Lauropoli, piuttosto che
puntare immediatamente al recupero del centro storico.
Passano gli anni, e in un decennio la svolta è consumata: la
gente fugge dai vicoli ormai invivibili, e i commercianti fanno
altrettanto. Una lenta emorragia, che niente e nessuno riesce a
frenare. Dopo il 1995 nel vuoto si inserisce la criminalità. Le
viuzze strette e tortuose diventano l’ideale per coprire il
traffico al minuto delle sostanze stupefacenti. Interi quartieri
diventano off limits per lo Stato. I furti ai danni dei pochi
commercianti – eroi sopravvissuti all’ondata del riflusso non si
contano. Nella primavera del 1999 avviene l’incredibile: in una
sola notte i soliti ignoti svaligiano due appartamenti mentre i
rispettivi proprietari dormono sonni tranquilli.
La politica grida allo scandalo, e reclama l’intervento delle
forze dell’ordine. Ma lo Stato già c’è. I controlli vengono
intensificati, ma è inutile: la risposta sta altrove, ma nessuno
la vede. Sempre nel 1999 l’Aterp si impegna con il Municipio a
curare il recupero di tre palazzi gentilizi ormai in malora:
miliardi di promesse, zero fatti. Nel frattempo Palazzo di
città, a corto di risorse, partorisce l’idea di uno studio di
fattibilità per restituire dignità e vivibilità al centro
storico. I progetti partono, destinazione Cipe. Che fine abbiano
fatto, è difficile dirlo.
Altra primavera, quella del 2000. Le urne incoronano una nuova
classe dirigente. Il borgo antico, come del resto l’ospedale e
tanti altri grandi sogni mai realizzati, finisce nel calderone
della campagna elettorale. Vincono le destre, ma la musica non
cambia.
I palazzi gentilizi rimangono preda dell’incuria, dello studio
di fattibilità si perdono le tracce, della programmazione e dei
fondi europei riservati al ripristino dei centri storici non si
parla. La città vecchia reagisce a modo suo all’indifferenza
degli uomini e della politica: chiudendosi, letteralmente, in se
stessa. Ai primi di ottobre del 2002 il segnale da via Sasso:
crolla una casa d’inizio ‘900. Il destino, benevolo, evita guai
peggiori. Il dissesto idrogeologico cessa d’essere una fantasia
dei giornalisti. Nel giro di poche settimane, salita XX
Settembre, adagiata su una frana nota da venti anni, viene
interdetta al traffico. Ai suoi fianchi diversi edifici, tra cui
uno di proprietà municipale, rischiano il crollo. Al degrado si
aggiunge l’isolamento. Poche settimane, e la ferita viene
rimarginata con un ponteggio d’emergenza. La faccia è salva, il
resto un po’ meno.
Gianpaolo Iacobini |