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Prestava lavoro alle dipendenze delle ditte che nel corso degli
anni si sono succedute nella gestione del servizio di refezione
scolastica. Nel 2001 era stata licenziata. Arriva ora la
sentenza del Giudice del lavoro. Che ordina: riassumete quella
donna. Soddisfatta la Cgil.
Ci sono storie di cui il tempo cancella la memoria. Poi, un bel
giorno, tutto ritorna a galla. C’era una volta la vicenda Lumer:
l’azienda venuta da Cosenza a gestire le mense scolastiche
cittadine, nel 2001 aveva ritenuto di poter fare a meno di una
delle lavoratrici fino ad allora addette al servizio. La donna,
sposata e con prole a carico, si ribellò. La Cgil scese in campo
per difenderla. Ne scaturì una dura battaglia politica. Il
consiglio comunale istituì addirittura una commissione
consiliare d’inchiesta per far luce sull’intera questione: se ne
persero presto le tracce. Il sindaco dell’epoca giurò di non
poter far nulla. Restarono soli, la donna, il sindacato ed i
loro legali. Due anni dopo, cantano vittoria: il Tribunale, con
una sentenza destinata a passare agli annali della
giurisprudenza italiana, ha dato loro ragione su tutta la linea.
Raccontino: nel maggio 2001 la Lumer, ditta affidataria del
servizio mensa negli istituti scolastici cittadini, con sede
legale a Cosenza, intima il licenziamento alla giovane Anna
Luisa Bruno. Perché? Spiega in quei giorni la Camera del lavoro:
<<Perché la lavoratrice ha osato rivolgersi al sindacato per
ottenere la tutela delle proprie ragioni>>. Scoppia il caso
politico. Cgil e giunta comunale guerreggiano ai ferri corti. La
maggioranza di centrodestra, capeggiata dal forzista Roberto
Senise, respinge ogni addebito e riconduce la faccenda alle
normali logiche del mercato. Il sindacato non ci crede. Denuncia
presunte violazioni del capitolato d’appalto sottoscritto tra il
Municipio e la Lumer. Il Comune respinge ogni addebito.
Dell’affaire si occupa anche l’assemblea consiliare. Nasce
addirittura una commissione d’inchiesta. A presiederla viene
chiamato il diessino Luigi Adduci. Risultati? Non pervenuti. Nel
deserto, comincia la battaglia legale. La Cgil impugna il
licenziamento avanti al Tribunale di Castrovillari. La ditta
cosentina resiste.
5 novembre 2003: sentenza, atto pubblico. Il magistrato Luigi
Ruoppolo, in veste di giudice del lavoro, sancisce in
dispositivo: <<Si dichiara la nullità del licenziamento e, per
l’effetto, si ordina la reintegrazione della lavoratrice nel
posto di lavoro. Si condanna la Lumer al risarcimento del danno
subito dalla lavoratrice, nella misura commisurata alla
retribuzione globale di fatto, dal giorno del licenziamento sino
a quello dell’effettiva reintegrazione, nonché al versamento dei
contributi assistenziali e previdenziali>>.
Morale della favola: Anna Luisa Bruno deve tornare al lavoro.
Con in tasca, ovviamente, il giusto risarcimento per il danno
patito. Esulta la Cgil. <<Esprimo soddisfazione – commenta Gino
Bloise jr, consulente legale della Camera del lavoro ed avvocato
della Bruno nel procedimento appena concluso - per la sentenza
in oggetto, che si inserisce nella sparuta giurisprudenza di
merito in tema di nullità del licenziamento per motivi di
discriminazione. È auspicabile che il Comune di Cassano, cui fa
capo la titolarità dell’appalto delle mense scolastiche,
intervenga in maniera netta e decisa a tutela della lavoratrice,
ingiustamente licenziata>>. Giudizio politico: lo esterna
Giuseppe Sammarro, segretario della Camera del lavoro. <<La
lavoratrice – afferma Sammarro – era stata licenziata perché
aveva osato rivolgersi al sindacato. Avevamo cercato di riparare
al torto, ricercando un accordo bonario con la ditta, ma non
c’era stato verso. Avevamo sollecitato l’intervento del sindaco
Roberto Senise: se n’era lavato le mani. C’era poi stata una
commissione consiliare d’inchiesta, i cui lavori sono stati
inspiegabilmente affossati. Adesso c’è una sentenza, importante,
che riafferma sacrosanti principi costituzionali>>.
Una sentenza. C’è scritto: riassumete quella lavoratrice.
Gianpaolo Iacobini |