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«Di là da verismo, naturalismo, romanticismo, decadentismo e
narrativa d’appendice, Nicola Misasi si conferma anzitutto un
narratore militante». La monografia di Domenico Marino dedica
particolare attenzione proprio all’impegno, che caratterizza
l’intera produzione dell’intellettuale cosentino, riconoscendo
nell’autore di Massoni Carbonari un figlio di Calabria
interessato anzitutto a riscrivere presente e passato della sua
terra, fotografati in maniera distorta da una storiografia, una
tradizione e una letteratura che non hanno affondato le unghie
della ricerca oltre uno strato superficiale e quindi non hanno
colto la verità. Partendo dalla realtà nazionale non solo
culturale a cavallo tra Otto e Novecento, Marino ha fermato la
sua attenzione sul dato calabrese, raccontandone la realtà
sociale e politica prima che letteraria. Una sorta
d’introduzione necessaria per aprirsi all’analisi dell’opera di
Nicola Misasi, che prende spunto dalla drammatica situazione
calabrese successiva al risorgimento e arriva a riconoscere nel
brigantaggio una risposta inevitabile per un popolo troppo fiero
per non ribellarsi alla prepotenza degli invasori,
all’ingordigia dei nuovi signori, alle difficoltà di un
presente italiano cui finisce per essere preferito il passato
borbonico.
Percorrendo l’interna produzione del narratore, Marino vi
riconosce rapporti con le diverse scuole, correnti e filoni
letterari attivi nel panorama nazionale tra i due secoli, ma
segna un tratto di discontinuità con la precedente critica
misasiana sottolineando a esempio la distanza tra
l’intellettuale cosentino e il verismo, anzitutto con la
variabile più strettamente verghiana. Il giovane studioso non
ignora le ascendenze naturalistiche evidenti nel racconto della
realtà, nel ruolo da protagonisti assegnato a uomini delle più
infime classi sociali, nella narrazione della storia di vinti
lasciati sull’onda della società da un progresso che li ha
travolti ma mai coinvolti. Allo stesso tempo, però, sottolinea
che Misasi non mantiene il distacco verghiano dall’opera e dai
suoi protagonisti, entrando violentemente e ripetutamente nel
tessuto narrativo con digressioni saggistiche, precisazioni
storiche, commenti sociali. Una rigida assegnazione al verismo,
o naturalismo che sia, tra l’altro, non renderebbe giustizia
all’aria romantica che respirano gran parte delle sue opere per
i cupi sfondi silani, le passioni patriottiche di uomini, donne
e briganti di Calabria; e alle debordazioni figlie degli
incastri psico-sentimentali imposti dalle necessità seriali
della narrativa d’appendice, di cui Nicola Misasi è stato
apprezzato autore per i maggiori fogli d’informazione napoletani
e romani negli ultimi decenni dell’Ottocento. In appendice ai
gradi quotidiani napoletani sono stati pubblicati alcuni tra i
suoi più importanti romanzi.
L’autore delle Cronache del brigantaggio è romantico e
naturalista solo quanto gli basta per organizzare in maniera
narrativamente efficace una sua personale difesa della Calabria.
Misasi stesso confessa che il vero obiettivo della sua opera è
riscrivere la storia calabrese: «Io ho lavorato sempre per uno
scopo alto, quello di far nota al popolo italiano tutta la
nostra storia attraverso una forma facile e appassionata, in
modo che la lettura potesse essere utile e avesse uno scopo
civile. E tutti i miei romanzi sono improntati a tale concetto».
Se a testimoniare la vocazione dell’ingegno misasiano non
bastasse questo passo dell’intervista concessa ad Arturo Calvosa
e pubblicata su “Informatore di Calabria” pochi giorni dopo la
sua morte, è possibile sfogliare le prime pagine di Senza
dimani leggendone l’incipit: «Questo libro non è un romanzo,
è la difesa di un popolo generoso calunniato dagli storici della
Rivoluzione. Né più né meno».
Pregiata introduzione alla rilettura misasiana tentata da
Domenico Marino è la prefazione Il mondo a parte di Nicola
Misasi curata dalla docente dell’Università della Calabria
Caterina Verbaro, che conferma le ambizioni promozionali come un
obiettivo cruciale dell’opera misasiana: «Se è giusto rifuggire
da ogni acritico annusiamo per un’opera troppo spesso sottomessa
all’urgenza del proprio messaggio, è necessario d’altronde
individuare (…) proprio all’interno delle sue contraddizioni e
insufficienze letterarie la specifica importanza del narratore
cosentino. (…) Rompere l’isolamento e promuovere la conoscenza
della sua terra nel circuito della letteratura nazionale è per
lui un fine etico irrinunciabile, la prova di una missione
conoscitiva che solo la letteratura è capace di compiere».
In questo terreno promozionale, Marino assegna un’importanza
particolare ai volumi saggistici di Misasi (Il gran bosco
d’Italia e In Provincia ma anche l’agiografia di San
Francesco di Paola) nei quali l’intellettuale può contare su un
registro decisamente più ampio rispetto a romanzi e racconti
briganteschi; e non dimentica la difesa del genuino milieu
calabrese che l’autore conduce contro il pericolo di un
imborghesimento mondano.
Significativi i passaggi in cui la monografia ferma l’attenzione
sugli appelli all’impegno che, seppur nascosti dal debole filtro
dell’intreccio romanzesco, Misasi rivolge alla Calabria e ai
calabresi, e ancora la condanna senz’appello per la classe
politica regionale: «Dove erano i nostri rappresentanti allorché
il Parlamento votò questa o quella legge, la costruzione di
quella o questa ferrovia per favorire il Settentrione ai danni
del Mezzogiorno di Italia, dove erano i nostri deputati, dove i
nostri Senatori? Eran lì, forti di numero, ma fiacchi di animo,
se non tardi di intelletto, incuranti o dimentichi dei sacri
interessi che eran chiamati a sostenere. (…) Perché pigliarcela
dunque col Governo che favorisce i Lombardi, che predilige i
Piemontesi, che si fa imporre dai Veneti e via via con simili
piagnistei da eunuchi?». |
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