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I misteri della provocazione: Palazzo di città sapeva del
decreto sul dissesto già dallo scorso agosto. Ecco il contenuto
del provvedimento.
Porta il progressivo 50442 ed è stato emanato dal Ministero
degli Interni, a firma del sottosegretario Antonio D’Alì, il 18
aprile del 2002: è il decreto concernente il <<piano
d’estinzione delle passività pregresse>>, notificato a Palazzo
di città il 20 agosto scorso. Diventa oggi uno dei principali
imputati della proiezione di Cassano, in chiave negativa, sulle
pagine dei quotidiani nazionali. Il sindaco Roberto Senise lo ha
trasmesso due giorni fa alla sezione regionale della Corte dei
Conti perché indaghi. Difficile capire su cosa. Ben più
semplice, invece, ricostruire i passaggi salienti di una
vicenda, ed un provvedimento, noti da tempo.
20 agosto 2002. Il postino bussa alle porte di Palazzo di città.
Il messo notifica il piano d’estinzione delle passività
pregresse. Il successivo 26 agosto dagli uffici del Servizio
finanziario parte una richiesta precisa, indirizzata al
direttore generale: <<Convocare apposita conferenza di servizio
per individuare ogni iniziativa finalizzata alla risoluzione del
caso>>. Non se ne saprà più niente. Il documento finisce persino
sulla stampa (La Provincia cosentina del 2 settembre 2002),
ma all’epoca nessuno fiata. Eppure quel decreto aggiunge un
altro capitolo ad una storia già nota, fatta di numeri
mostruosi: evasione al 50%, con picchi del 90%, localizzata
soprattutto nelle frazioni rurali. Residui attivi, cioè crediti
esistenti solo sulla carta, pari a svariati miliardi. Come del
resto i residui passivi, che invece sono debiti certi e
verificati. Tutti iscritti in un bilancio provato dal taglio
dei trasferimenti e dal rischio di pesanti penali conseguenti
all’eventuale, mancato incremento della percentuale dei tributi
propri in rapporto alle entrate complessive.
Un quadro a tinte fosche, sul cui sfondo si agita lo spettro del
dissesto ancora aperto, relativo ai debiti contratti,
presuntivamente in nome e per conto dell’ente, fino al 1992: dei
40 miliardi originari, 10 sono stati ripianati con il fondo
messo a disposizione dal Ministero. Altri 8, non riconosciuti
dalla Commissione Liquidatrice, e i 30 rimanenti potrebbero
finire sulle spalle del Comune qualora questi decidesse di
archiviare la pesante situazione debitoria senza l’intervento
dello Stato.
E proprio all’albero del dissesto si innesta il provvedimento
romano. Molte le raccomandazioni e sollecitazioni. Ad esempio,
sotto i riflettori finiscono i rapporti con la Get, ex
concessionaria del servizio di riscossione dei tributi comunali.
Oggetto del contendere, in questo caso, quattrocento milioni di
vecchie lire. <<Se la suddetta somma – argomentano i tecnici del
Ministero – è stata effettivamente versata all’ente, essa dovrà
essere decurtata dalla massa attiva ed essere rimborsata alla
Get, sotto forma di “quote indebite ed inesigibili” di proventi
che la Get avrebbe dovuto riscuotere ma non ha riscosso. In caso
contrario, essa costituisce residuo attivo, con la conseguenza
che detto concessionario non vanta diritto a rimborso alcuno>>.
Il capitolo più interessante, tuttavia, concerne i debiti fuori
bilancio esclusi dalla liquidazione. Con l’esortazione a
vagliare una lunga serie di crediti vantati da una sfilza
interminabile di aziende, professionisti e singoli cittadini,
per un ammontare di diverse centinaia di migliaia di euro. Alla
fine dell’iter, se i debiti in questione venissero riconosciuti
come correlati alle funzioni istituzionali dell’ente,
finirebbero nella massa passiva. Altrimenti ad essi dovrebbe far
fronte direttamente il Municipio. Ed in questa evenienza,
ricorda il decreto, <<il consiglio comunale sarebbe tenuto ad
individuare i soggetti ritenuti responsabili dei debiti esclusi
dalla liquidazione>>. Ovvero quella necessaria attività di
controllo alla quale, finora, non s’è mai dato corso. Salvo poi
discutere, a vuoto, di responsabilità e fantasmi.
Stavolta, però, ultimo giro: si scende dalla giostra.
Probabilmente la vera notizia è che la Commissione Liquidatrice
potrebbe aver concluso i propri lavori: il dissesto andrebbe
quindi chiuso e ripianato, quasi certamente a carico del Comune
e dei suoi malcapitati cittadini. Ma neppure questa è una
novità: prima o poi doveva accadere. Lo dicono le leggi, lo
scrive la Gazzetta Ufficiale, un giornale a prova di smentita.
Gianpaolo Iacobini |