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C’è un’inchiesta in corso. Riguarda ormai tredici anni di vita,
gli ultimi, dei laghi di Sibari. Sostiene chi indaga, carte alla
mano: per quasi tre lustri un fosso di scolo, lo Stombi, braccio
d’acqua che lega al mare aperto le darsene artificiali del
porto, è stato utilizzato quale canale navigabile in dispregio
delle più elementari norme in materia di sicurezza della
navigazione ed in assenza delle necessarie autorizzazioni
demaniali. Non solo: porte vinciane e pompe idrovore, pensate
allo scopo d’evitare allagamenti del porto, non avrebbero
funzionato a dovere. La storia: sarebbe andata avanti, sempre
uguale a se stessa, forse all’infinito, se su di essa non avesse
puntato i riflettori la magistratura. Le indagini, coordinate
dal giovane sostituto procuratore Baldo Pisani e svolte dalla
Guardia Costiera e dai Carabinieri dell’Unità navale di
Corigliano, hanno portato all’iscrizione, nel registro degli
indagati, di quanti, nel corso del tempo, hanno rivestito ruoli
di rilievo nella gestione del porto turistico: i vertici
dell’associazione “Laghi di Sibari”, esponenti dei Cantieri
nautici sibariti, i legali rappresentanti dell’“Impresa
costruzioni Giuseppe Maltauro”.
Le responsabilità penali? In attesa degli eventuali verdetti di
merito, ed in pendenza d’un’inchiesta che continua, tutte
ovviamente ancora da acclarare. In cronaca finiscono allora gli
echi d’un altro confronto. Succede, ad esempio, che la Casa
Bianca group srl, società proprietaria dei Cantieri nautici, per
mezzo del suo vicepresidente, Antonio Vuoto, si rivolga
pubblicamente alla Regione Calabria, postulando l’intervento
urgente del presidente Giuseppe Chiaravalloti, perché questi
s’adoperi per consentire l’agevole superamento delle <<tante
pastoie burocratiche, che a volte risultano incomprensibili e
rendono l’applicazione delle pochissime prescrizioni lunga,
farraginosa, inconciliabile>>. Tra le righe: le <<pochissime
prescrizioni>> richiamate sono, molte probabilmente, quelle
imposte dalla Procura della Repubblica di Castrovillari al
momento del dissequestro e restituzione di porte vinciane e
pompe idrovore. Aggiunge ancora Vuoto nella sua lettera: <<La
bufera giudiziaria abbattutasi sui laghi di Sibari ha prodotto
danni incalcolabili. I diportisti hanno visto svanire le loro
vacanze, mentre il nostro cantiere nautico è in crisi da tre
mesi, con parte del personale già licenziata e parte in cassa
integrazione>>.
La Procura e la sua inchiesta causa d’ogni male? Il giorno dopo,
lapidario il commento che giunge da Palazzo di Giustizia: <<La
cosiddetta bufera giudiziaria – sostiene la stessa Procura – è
servita solo a far chiarezza. E poi, la legalità non è foriera
d’alcun danno. Mai>>. Per il resto, bocche cucite tra i
magistrati inquirenti. Emerge però palpabile l’irritazione: <<E’
inutile – si lascia sfuggire un investigatore – tentare di
scaricare su di noi e sulle nostre indagini guai che hanno
radici profonde e che soltanto ora iniziano a venire alla
luce>>. L’inchiesta, è la scontata rassicurazione, prosegue, ma
con occhio vigile, per evitare il corto circuito mediatico,
ovvero impedire di far passare l’idea che il declino del porto
turistico possa essere in qualche modo ricondotto alle attività
investigative odierne piuttosto che ai presunti errori di
gestione passati. <<Anche perché – aggiunge l’investigatore
senza nome – funzionari ed amministratori regionali ai quali
abbiamo chiesto di aiutarci a chiarire le vicende dello Stombi e
dei laghi, hanno confermato le nostre ipotesi: sul canale si
navigava senza l’osservanza delle norme in materia di sicurezza
della navigazione e senza che il canale fosse navigabile.
Addirittura, mancava la concessione perché esso fosse utilizzato
quale semplice fosso di scolo. Figurarsi per il resto>>.
Scene da un confronto sottotraccia. La favola, intanto, ha già
una sua morale: la crisi dei laghi esiste, ma quando i nodi
vengono al pettine, si può ritenere che ciò accada per colpa del
pettine?
Gianpaolo Iacobini |