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Sabato 31 Gennaio 2004

La letteratura calabrese raccontata da Nicola Misasi


«Il libro di Domenico Marino è utile, nuovo, gradevole. Le opere di Nicola Misasi aspettavano da sempre un cronista così attento e appassionato. L’auspicio è che stavolta ritrovino finalmente la strada del grande pubblico». Quattro righe nella quarta di copertina sono bastate a Nicola Merola, critico letterario romano d’origine e calabrese d’adozione, docente di Letteratura italiana moderna e contemporanea all’Università della Calabria, per recensire la monografia che il giovane studioso cassanese ha dedicato a Nicola Misasi per i tipi di Periferia: “La vendetta narrativa di Nicola Misasi. Calabria e letteratura tra Otto e Novecento”. Un saggio ricco, preciso, puntuale, che tra l’altro ha il merito di alzare il velo dell’oblio su un autore studiato e apprezzato da critica e pubblico tra la fine del XIX e l’inizio del XX secolo, ma colpevolmente dimenticato proprio dalla sua Calabria. Come ha confermato l’assordante silenzio che a novembre ha salutato l’ottantesimo anniversario della scomparsa.
La monografia di Marino valica presto i confini letterari per riconoscere un intellettuale interessato a riscrivere la storia e la realtà calabrese prima che a «fare un’opera d’arte», come si proponeva lo stesso Misasi. Attingendo all’intera produzione dello scrittore cosentino costruisce un itinerario vario ma sicuro, che conduce a indicare nell’autore di “Senza dimani” il figlio di Calabria amareggiato per una tradizione miope, responsabile di una distorta icona calabrese, e quindi impegnato in una propria, sentita, vendetta narrativa. Non a caso l’opera di Marino dedica particolare attenzione all’impegno che segna l’intera produzione misasiana, rinvenendovi l’interesse di riscrivere presente e passato della regione, colti in maniera distorta da una storiografia e una letteratura incapaci di affondare le unghie della ricerca oltre uno strato superficiale. In tale ottica, Marino assegna un’importanza particolare ai volumi saggistici di Misasi (“Il gran bosco d’Italia” e “In Provincia” ma anche l’agiografia di San Francesco di Paola). Significativi i passaggi in cui ferma l’attenzione sugli appelli all’impegno che, seppur nascosti dal debole filtro della pagina scritta, Misasi rivolge alla Calabria e ai calabresi; e la condanna per la classe politica calabrese: «Dove erano i nostri rappresentanti allorché il Parlamento votò questa o quella legge, la costruzione di quella o questa ferrovia per favorire il Settentrione ai danni del Mezzogiorno di Italia, dove erano i nostri deputati, dove i nostri Senatori? Eran lì, forti di numero, ma fiacchi di animo, se non tardi di intelletto, incuranti o dimentichi dei sacri interessi che erano chiamati a sostenere. Perché pigliarcela dunque col Governo che favorisce i Lombardi, che predilige i Piemontesi, che si fa imporre dai Veneti, e via via con simili piagnistei da eunuchi?». Sembra oggi, invece è ieri!
Marino delinea i rapporti di Misasi con scuole e filoni letterari del panorama nazionale tra i due secoli, ma si distacca dalla precedente critica sottolineando, a esempio, la sua distanza con il verismo, anzitutto di matrice verghiana. A suo parere l’autore di Cronache del brigantaggio è romantico e naturalista solo quanto gli basta per elaborare in maniera narrativamente efficace una sua difesa della Calabria. «Nicola Misasi -scrive Marino- si conferma anzitutto un narratore militante (…) Sia occupato da romanzi da pubblicare sui grandi quotidiani partenopei, impegnato nel tratteggio del brigantaggio e del paesaggio calabrese, oppure coinvolto da narrazioni di violente passioni amorose miste ad accese ambizioni risorgimentali, il narratore cosentino non riesce a dimenticare il cordone ombelicale che lo tiene avvinto alla Calabria». Sottolinea Caterina Verbaro nella prefazione: «Se da una parte, Misasi non sa rinunciare all’amore ed all’oscuro compiacimento per quei luoghi, quelle storie e quegli uomini “che nulla sanno del mondo”, e che “ivi muoiono ignoti a tutti, di tutto ignari” dall’altra egli non fa che denunciare le cause storiche di questa esclusione della Calabria dalla modernità economica e culturale».
Preziosa la ricca cronologia che apre il volume raccontando l’uomo e il letterato Nicola Misasi dai primi vagiti a Paterno Calabro all’ultimo respiro romano.

Luigi Sigillo

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