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«Il
libro di Domenico Marino è utile, nuovo, gradevole. Le opere di
Nicola Misasi aspettavano da sempre un cronista così attento e
appassionato. L’auspicio è che stavolta ritrovino finalmente la
strada del grande pubblico». Quattro righe nella quarta di
copertina sono bastate a Nicola Merola, critico letterario
romano d’origine e calabrese d’adozione, docente di Letteratura
italiana moderna e contemporanea all’Università della Calabria,
per recensire la monografia che il giovane studioso cassanese ha
dedicato a Nicola Misasi per i tipi di Periferia: “La vendetta
narrativa di Nicola Misasi. Calabria e letteratura tra Otto e
Novecento”. Un saggio ricco, preciso, puntuale, che tra l’altro
ha il merito di alzare il velo dell’oblio su un autore studiato
e apprezzato da critica e pubblico tra la fine del XIX e
l’inizio del XX secolo, ma colpevolmente dimenticato proprio
dalla sua Calabria. Come ha confermato l’assordante silenzio che
a novembre ha salutato l’ottantesimo anniversario della
scomparsa.
La monografia di Marino valica presto i confini letterari per
riconoscere un intellettuale interessato a riscrivere la storia
e la realtà calabrese prima che a «fare un’opera d’arte», come
si proponeva lo stesso Misasi. Attingendo all’intera produzione
dello scrittore cosentino costruisce un itinerario vario ma
sicuro, che conduce a indicare nell’autore di “Senza dimani” il
figlio di Calabria amareggiato per una tradizione miope,
responsabile di una distorta icona calabrese, e quindi impegnato
in una propria, sentita, vendetta narrativa. Non a caso l’opera
di Marino dedica particolare attenzione all’impegno che segna
l’intera produzione misasiana, rinvenendovi l’interesse di
riscrivere presente e passato della regione, colti in maniera
distorta da una storiografia e una letteratura incapaci di
affondare le unghie della ricerca oltre uno strato superficiale.
In tale ottica, Marino assegna un’importanza particolare ai
volumi saggistici di Misasi (“Il gran bosco d’Italia” e
“In Provincia” ma anche l’agiografia di San Francesco di Paola).
Significativi i passaggi in cui ferma l’attenzione sugli appelli
all’impegno che, seppur nascosti dal debole filtro della pagina
scritta, Misasi rivolge alla Calabria e ai calabresi; e la
condanna per la classe politica calabrese: «Dove erano i nostri
rappresentanti allorché il Parlamento votò questa o quella
legge, la costruzione di quella o questa ferrovia per favorire
il Settentrione ai danni del Mezzogiorno di Italia, dove erano i
nostri deputati, dove i nostri Senatori? Eran lì, forti di
numero, ma fiacchi di animo, se non tardi di intelletto,
incuranti o dimentichi dei sacri interessi che erano chiamati a
sostenere. Perché pigliarcela dunque col Governo che favorisce i
Lombardi, che predilige i Piemontesi, che si fa imporre dai
Veneti, e via via con simili piagnistei da eunuchi?». Sembra
oggi, invece è ieri!
Marino delinea i rapporti di Misasi con scuole e filoni
letterari del panorama nazionale tra i due secoli, ma si
distacca dalla precedente critica sottolineando, a esempio, la
sua distanza con il verismo, anzitutto di matrice verghiana. A
suo parere l’autore di Cronache del brigantaggio è romantico e
naturalista solo quanto gli basta per elaborare in maniera
narrativamente efficace una sua difesa della Calabria. «Nicola
Misasi -scrive Marino- si conferma anzitutto un narratore
militante (…) Sia occupato da romanzi da pubblicare sui grandi
quotidiani partenopei, impegnato nel tratteggio del brigantaggio
e del paesaggio calabrese, oppure coinvolto da narrazioni di
violente passioni amorose miste ad accese ambizioni
risorgimentali, il narratore cosentino non riesce a dimenticare
il cordone ombelicale che lo tiene avvinto alla Calabria».
Sottolinea Caterina Verbaro nella prefazione: «Se da una parte,
Misasi non sa rinunciare all’amore ed all’oscuro compiacimento
per quei luoghi, quelle storie e quegli uomini “che nulla sanno
del mondo”, e che “ivi muoiono ignoti a tutti, di tutto ignari”
dall’altra egli non fa che denunciare le cause storiche di
questa esclusione della Calabria dalla modernità economica e
culturale».
Preziosa la ricca cronologia che apre il volume raccontando
l’uomo e il letterato Nicola Misasi dai primi vagiti a Paterno
Calabro all’ultimo respiro romano.
Luigi Sigillo |