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Laghi di Sibari: la Procura dispone il sequestro di porte
vinciane e pompe idrovore. Secondo gli inquirenti, sarebbero
malfunzionanti. Reato ipotizzato: pericolo d’inondazione. Si
indaga nei riguardi di persone da identificare.
Il porto turistico avrebbe corso, nel tempo, il rischio di
finire sott’acqua. Con grave rischio per cose e persone.
Penalmente, un reato punito fino a tre anni di reclusione.
Tecnicamente, un effetto causa del pessimo funzionamento di
pompe idrovore e porte vinciane che dovrebbero proteggere le
darsene dei laghi dall’innalzamento del livello delle acque
marine. Il pericolo è esistito per anni. Da ieri c’è ancora, ma
almeno non si potrà più far finta di niente, perché su porte e
pompe ha messo le mani ed i sigilli la Procura di Castrovillari.
Ieri lo Stombi, oggi quel che resta. In cronaca, sempre più
nera, spazio per le vicende del porto turistico sibarita. È di
martedì. Per le vie del porto arranca una pattuglia dell’Ufficio
circondariale marittimo di Corigliano, agli ordini del
comandante Antonio Prencipe. Dall’auto scendono i capi Vincenzo
Figoli ed Angelo Stella. Alle spalle del centro commerciale, un
barchino li attende. Prendono il largo, ma non vanno lontano. Il
loro è un viaggio di poche decine di metri. Andata e ritorno,
con due tappe. La prima fermata è all’ingresso della darsena che
ospita le pompe idrovore. Sequestrate: delle due, solo una
sarebbe funzionante. Lo avrebbero appurato gli accertamenti
svolti dalla Guardia Costiera e dai Carabinieri della
Squadriglia navale coriglianese. Pochi minuti dopo, tocca alle
porte d’ingresso al porto. In onore a Leonardo da Vinci, che ne
inventò il principio, sono dette vinciane. Dovrebbero essere a
perfetta tenuta stagna, per garantire la difesa del porto dalle
maree ed inondazioni. Per gli inquirenti, però, sarebbero un
colabrodo: sigillate anche loro.
È il racconto di una mattinata la cui trama è scritta in poche
pagine dattiloscritte. Sul frontespizio, il simbolo della
Repubblica italiana e l’intestazione della Procura della
Repubblica di Castrovillari. In calce, la firma del sostituto
procuratore Baldo Pisani, titolare dell’inchiesta sul caso
Stombi. È il decreto di sequestro che spiega perché si renda
necessario, dopo il canale, apporre i sigilli anche a pompe
idrovore e porte vinciane. Anzitutto, le similitudini: come per
il dispettoso rigagnolo, pure porte e pompe sono prive di
paternità. Per anni qualcuno le ha azionate, manutenute,
sorvegliate. Nessuno, però, ne assume la responsabilità
gestionale di fronte alla legge. Così il provvedimento viene
eseguito ma non notificato: eventuali interessati potranno
impugnarlo avanti al Tribunale del riesame nel termine
perentorio di dieci giorni. Avanti: si entra nel merito. Perché
sequestrare? Perché pompe e porte sarebbero il corpo di un
reato, quello di pericolo d’inondazione, punito con la
reclusione fino a tre anni. <<Le porte vinciane – scrive Pisani
nel suo decreto – non garantivano la perfetta tenuta stagna,
permettendo così la comunicabilità delle acque del canale con
quelle dei laghi, con conseguente innalzamento del livello delle
acque nei laghi, con grave pregiudizio per l’incolumità delle
persone e cose adiacenti gli argini dei laghi>>. Ancora: <<Il
pericoloso innalzamento è da addebitare alla società o a
chiunque altro, da identificare, gestisce i servizi>>. Infine,
le prospettive: <<Il sequestro servirà a chiarire chi abbia
gestito o gestisca le porte e le pompe, quali siano le cause
della non perfetta tenuta stagna delle prime, quali i rimedi da
adottare per garantirne il funzionamento e l’efficienza>>.
Probabile, a questo punto, la nomina di un consulente tecnico
d’ufficio per fugare dubbi e perplessità.
A macchia d’olio, l’inchiesta s’allarga e cambia nome: non più
Stombi, ma porto delle nebbie.
Gianpaolo Iacobini |