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E’ questo il titolo della lectio magistralis tenuta nella
mattinata di sabato al teatro Rendano da Marc Augé, direttore e
professore di antropologia sociale, etnologia ed etnografia
presso il centro di Antropologia del mondo contemporaneo (EHESS).
Augé ha discusso principalmente del problema del sottosviluppo
derivato dal periodo coloniale estendo questo discorso ai
movimenti che avvengono oggigiorno in borsa. Problema questo che
rientra in quello più grande della differenza che vi è tra chi
possiede le imprese e chi vi ci lavora, chi possiede le imprese
dispone di molti capitali da spendere, chi vi lavora, invece,
viene solo sfruttato. Augé ha spiegato proprio come a causa di
questo processo sia quasi del tutto scomparsa la letteratura
africana. «L’utopia – ha detto Augé aiutata dalla sua
traduttrice personale – diventa eretica nel momento in cui
l’eresia diventa utopia. Utopia diventa eresia se noi crediamo
nella fine delle grandi narrative, seguendo la dottrina del
filosofo francese Lyotard, e non si può parlare più di futuro.
Eresia diventa utopia se noi crediamo in quello che ci dice
Fukujama che ha sviluppato la fine della storia». Augé ha
parlato anche della sua famosa differenza tra “luogo” e “non
luogo”. Famosa perché è primo tra i filosofi a parlarne. “Luogo”
sta a simboleggiare i luoghi reali, fisici. “Non luogo”, invece,
sono luoghi caratterizzati dal fatto di non fornire identità, di
non essere storici, di no essere relazionali, come ad esempio
supermercati e aeroporti. Il discorso si è poi spostato al
linguaggio spaziale, “non luogo” ideale, identificato con il
linguaggio che sta alla base del sistema produttivo e che crea
sviluppo economico e che identifichiamo col termine “globale”.
Mentre tutto ciò che resta fuori dal sistema è destinato a
rimanere “locale” e poco produttivo, destinato a non partecipare
alla distribuzione dei grossi capitali. Il sistema globale
cerca, come utopia, di sviluppare un linguaggio istantaneo. Augé
critica la posizione di Fukujama a proposito della fine della
storia, secondo lui essa non può finire proprio ora che c’è un
grande sviluppo della scienza e della tecnica. Progresso tecnico
che, però, non coincide con un progresso nella conoscenza poiché
a le nazioni più arretrate non riescono a seguire il ritmo
imposto dalla grandi potenza economiche mondiali. L’utopia
dunque avrebbe lo scopo di rimettere insieme la cultura erudita
per formare una cultura universale, per tutti e condivisa
insomma. Non si tratta di immaginare il domani ma si tratta di
preparare la società all’inimmaginato, poiché non possiamo
sapere dove ci porterà le tecnologia. «Dobbiamo sacrificare
tutto al sapere per avere come risultato ricchezza e giustizia e
il luogo per realizzare questo lo abbiamo già: è il pianeta
globale».
Luigi
Cristaldi |