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Al teatro Rendano, Zygmunt Bauman, docente di sociologia
all’Università di Leeds e di Varsavia, ha discusso del profondo
legame che c’è tra Utopia ed Eresia. Mentre il primo concetto
rimanda a quello di “Secolare”, il secondo rimanda a quello di
“Sacro”, ed entrambe queste coppie di termini esprimono un gusto
di totale insoddisfazione del mondo in cui viviamo oggi ed
entrambe servono per migliorarlo. «Il problema dell’uomo moderno
– ha affermato Bauman – è la sostanzia sfiducia ed incertezza
che esso ha verso il futuro». Il racconto del filosofo polacco
parte da una revisione dal libro “Utopia” di Moro e da “La Città
del Sole” di Campanella. «In quel periodo – ha spiegato Bauman –
c’è un proliferare di scritti utopistici che rimandano ad un
tentativo di proiettarsi nel futuro per cambiare lo status quo.
Proprio come oggi, i pensatori del tempo ipotizzano la
possibilità di cambiare il mondo per migliorarlo». L’utopia del
tempo mise a punto documenti-base da non cambiare più. «Utopia –
ha continuato il filosofo – rimanda ai tre concetti di Luogo,
Fissità e Speranza. Il “Luogo”dell’utopia è sempre una città che
è perfettamente costruita, dove niente è irrisolto; la “Fissità”
si raggiunge quando c’è pace interiore ed esteriore; “Speranza”,
invece, rimanda alla volontà-speranza di raggiungere questo
luogo perfetto». Concetti, questi, che attualizzano il pensiero
dei filosofi dell’epoca. Solo che oggi l’uomo non ha intenzione
di rimanere stabile, fisso, ma vuole sempre variare per
migliorarsi. Da qui il cambiamento: l’utopia moderna non
riguarda più una città, una nazione, ma l’attività del singolo
individuo. E’ la forza interiore, derivante dall’assenza di
fiducia nella politica, che spinge il singolo individuo a
lavorare per un futuro migliore: «Il pensiero utopico esiste
ancora ed è centrato su forme politiche individuali. Non abbiamo
più questo pensiero a lungo termine come lo aveva Campanella».
«Adagi adagio – ha concluso Bauman – la nostra vita diventa “una
serie di nuovi indizi”, è un fatto che noi ora stiamo vivendo in
uno stato di perenne eresia verso il futuro». L’uomo si è reso
conto che non più progettare qualcosa a lungo termine. Ormai si
pensa sì al futuro, ma ad un futuro molto prossimo.
Luigi
Cristaldi |