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Martedì 25 Maggio  2004

Cosenza - Giorgio Albertazzi: Utopia ed Eresia nella poesia. “Uomo e sottosuolo”


Una grande performance teatrale di Giorgio Albertazzi domenica sera al Rendano ha chiuso la tre giorni del Festival della Filosofia Telecom. Albertazzi ha incantato un teatro gremito in ogni ordine di posti per oltre un’ora parlando di letteratura e poesia. «Come disse Borges – ha aperto Albertazzi – la maggior parte delle narrazioni parlano sempre di due personaggi: Gesù o Ulisse. Non c’è più utopia di quella di Ulisse che cercò di oltrepassare le colonne d’Ercole». Tema e scelte difficili per lo sceneggiatore che ha scelto la poesia come mezzo «poiché non c’è niente di più eretico ed utopico della poesia». Dopo aver recitato parti dell’Inferno della Divina Commedia di Dante Alighieri, l’esibizione è proseguita con letture su Charles Fourier, utopista della fine del ‘700 e inventore del nuovo mondo amoroso, e su André Breton, psichiatra e surrealista, che scrisse un’ode a Fourier. Breton, con “L’Ode a Charles Fourier”, «ricollega sotto il segno dell’utopia l’istanza fantastica e quella della rivoluzione sociale che vuole modificare la poesia celebrativa». Eresia, stavolta amorosa, è anche quella a cui si riferisce Italo Calvino con l’espressione “l’eros e la cibernetica”, con un chiaro riferimento alle perversioni amorose tipiche della civiltà moderna. Una rivisitazione dei canoni del passato, dunque, che ormai poco si adattano al sistema di vita moderno. «Ormai – ha continuato Albertazzi – si vive realmente al massimo 40 anni, oltre questo vivono solo i farabutti e i buoni a nulla. Dopo questa soglia si diventa vecchi, oltre c’è il matrimonio con sé stessi che è una cosa orribile». L’attore ha poi letto, recitato e commentato il testo “Uomo e sottosuolo” scritto da lui qualche anno addietro. Da questa piece emerge come, oggi, non si sa più cosa sia realmente la vita, viviamo nell’incertezza del futuro. «Siamo – dice Albertazzi riprendendo un grande aforisma di Samuel Beckett – nati morti», ricordando come ormai basta la fecondazione artificiale per dare la vita. Viviamo un tempo dove la genetica è arrivata a modificare persino la natura umana: «nasci un giorno e leggi che sei morto, la società, tramite la penna di qualcuno ti ha defecato». Ma c’è anche l’altro lato della medaglia, infatti, si passa dall’incertezza del futuro alla necessità di questa insicurezza, un edonismo dell’incertezza: «a noi oggi, tuttavia, non piacerebbe sapere cosa ci succederà tra 30 anni, se lo sapessimo non ci resterebbe che il sottosuolo, è per questo che ci da fastidio che 2+2 faccia 4, il finito, Dio». In chiusura il protagonista ha interpretato in chiave moderna il famoso “Essere o non essere” Shakesperiano giocando l’enunciazione della parte sull’esse-re alla latina, sottolineando ancora una volta la condizione ambigua dell’essere umano moderno. Ragione, quindi,  ma anche istinto ed irrazionalità devono guidare l’uomo moderno in quella meravigliosa avventura che è la vita. E’ questo il messaggio che emerge dalle parole di Albertazzi. Non si può che chiudere, allora, con un inno alla felicità  ma allo stesso tempo all’incertezza: «Chi vuol esser lieto sia di doman non c’è certezza…».

Luigi Cristaldi

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