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Una grande performance teatrale di Giorgio Albertazzi domenica
sera al Rendano ha chiuso la tre giorni del Festival della
Filosofia Telecom. Albertazzi ha incantato un teatro gremito in
ogni ordine di posti per oltre un’ora parlando di letteratura e
poesia. «Come disse Borges – ha aperto Albertazzi – la maggior
parte delle narrazioni parlano sempre di due personaggi: Gesù o
Ulisse. Non c’è più utopia di quella di Ulisse che cercò di
oltrepassare le colonne d’Ercole». Tema e scelte difficili per
lo sceneggiatore che ha scelto la poesia come mezzo «poiché non
c’è niente di più eretico ed utopico della poesia». Dopo aver
recitato parti dell’Inferno della Divina Commedia di Dante
Alighieri, l’esibizione è proseguita con letture su Charles
Fourier, utopista della fine del ‘700 e inventore del nuovo
mondo amoroso, e su André Breton, psichiatra e surrealista, che
scrisse un’ode a Fourier. Breton, con “L’Ode a Charles Fourier”,
«ricollega sotto il segno dell’utopia l’istanza fantastica e
quella della rivoluzione sociale che vuole modificare la poesia
celebrativa». Eresia, stavolta amorosa, è anche quella a cui si
riferisce Italo Calvino con l’espressione “l’eros e la
cibernetica”, con un chiaro riferimento alle perversioni amorose
tipiche della civiltà moderna. Una rivisitazione dei canoni del
passato, dunque, che ormai poco si adattano al sistema di vita
moderno. «Ormai – ha continuato Albertazzi – si vive realmente
al massimo 40 anni, oltre questo vivono solo i farabutti e i
buoni a nulla. Dopo questa soglia si diventa vecchi, oltre c’è
il matrimonio con sé stessi che è una cosa orribile». L’attore
ha poi letto, recitato e commentato il testo “Uomo e sottosuolo”
scritto da lui qualche anno addietro. Da questa piece emerge
come, oggi, non si sa più cosa sia realmente la vita, viviamo
nell’incertezza del futuro. «Siamo – dice Albertazzi riprendendo
un grande aforisma di Samuel Beckett – nati morti», ricordando
come ormai basta la fecondazione artificiale per dare la vita.
Viviamo un tempo dove la genetica è arrivata a modificare
persino la natura umana: «nasci un giorno e leggi che sei morto,
la società, tramite la penna di qualcuno ti ha defecato». Ma c’è
anche l’altro lato della medaglia, infatti, si passa
dall’incertezza del futuro alla necessità di questa insicurezza,
un edonismo dell’incertezza: «a noi oggi, tuttavia, non
piacerebbe sapere cosa ci succederà tra 30 anni, se lo sapessimo
non ci resterebbe che il sottosuolo, è per questo che ci da
fastidio che 2+2 faccia 4, il finito, Dio». In chiusura il
protagonista ha interpretato in chiave moderna il famoso “Essere
o non essere” Shakesperiano giocando l’enunciazione della parte
sull’esse-re alla latina, sottolineando ancora una volta la
condizione ambigua dell’essere umano moderno. Ragione, quindi,
ma anche istinto ed irrazionalità devono guidare l’uomo moderno
in quella meravigliosa avventura che è la vita. E’ questo il
messaggio che emerge dalle parole di Albertazzi. Non si può che
chiudere, allora, con un inno alla felicità ma allo stesso
tempo all’incertezza: «Chi vuol esser lieto sia di doman non c’è
certezza…».
Luigi
Cristaldi |