|
«Il teatro è uno dei luoghi dell’utopia, oggi questo è il luogo
ideale. Io non posso vivere senza utopia ma non potrei vivere
senza ridere di questa stessa utopia, coniugando utopia e
disincanto». Con queste parole Moni Ovadia, uno dei più grandi
attori, registi e soggettisti del nostro tempo, ha aperto la sua
riflessione su “L’Utopia di Majakovskij e Babel”. Ovadia ha
svelato che la sua ultima opera teatrale prende spunto proprio
dal libro “L’armata a Cavallo” di Babel, ebreo sovietico che
combatté nell’Armata Rossa. Spettacolo, il suo, costruito
fondendo le grandi utopie, tra le quali la più grande utopia
totalizzante che è stata quella comunista. «Alla fine questa ha
fallito – spiega Ovadia - ma noi siamo troppo abituati a buttare
via l’acqua sporca con il bambino dentro». Secondo l’attore è
bene mettere in risalto il fatto che il comunismo cercò di
liberare l’essere umano da tutte le soggezioni e le limitazioni.
«Questa si incrocia nel mio spettacolo – ha continuato Ovadia –
con l’utopia ebraica. Utopia che prodiga una redenzione
possibile dell’uomo su questa terra, di un uomo che può
costruire il proprio destino, il proprio futuro, cercando di
liberare l’uomo dall’idolatria che ha caratterizzato le epoche
precedenti». Queste due linee si incrociano perché il centro del
messianesimo ebraico, come quello comunista, è la giustizia
sociale, perché entrambe mirano alla redenzione dell’uomo.
Ovadia rivaluta queste utopie perché la giustizia senza lo stato
sociale non serve a nulla, o meglio, non può esistere. Ma allo
stesso tempo le critica. Egli non accetta i passaggi continui
che avvengono oggi soprattutto nella estrema sinistra italiana
ed europea. Il discorso di Ovadia passa poi a Majakovskij, il
quale già nel 1921 aveva capito che la borghesia si sarebbe
riciclata nel nuovo governo senza apportare cambiamenti reali.
Per questo qualche anno dopo si suicidò perché non c’era spazio
per un rivoluzionario vero. Il racconto prosegue poi con delle
narrazioni del periodo rivoluzionario russo volte a mostrare le
contraddizioni che si trovano in seno alle grandi utopie. Quella
bolscevica, in particolare, viene accusata da Ovadia di non aver
capito l’uomo ma di essersene creato uno particolare: «tuttavia
questi episodi non possono essere strumentalizzate per mettere
in cattiva luce tutto ciò che di buono è stato fatto». «Non è
possibile costruire un utopia che non abbia nel suo cuore, nella
profondità una pietas per l’essere umano. Forse l’utopia non è
più possibile, ma se non sarà più possibile costruire utopie,
anche se ponderate col disincanto, e l’unico signore delle
nostre vite sarà l’iperspazio, il ciberspazio del danaro allora
saremo regrediti all’epoca in cui si chiedeva prosperità agli
dei con il sacrificio dei propri figli e che Dio abbia pietà di
noi». Non solo filosofia, quindi, ma anche grande teatro e
grandi personaggi in questa kermesse che ha visto per tre giorni
Cosenza al centro del mondo culturale.
Luigi
Cristaldi |