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Torna in Italia per riabbracciare la famiglia e cominciare una
nuova vita, ma incontra la morte: triste destino di un bimbo
marocchino. Si chiamava Bouchaib S., veniva dal Marocco, dove
era nato sette anni fa. Il padre s’era trasferito già da qualche
anno, scegliendo di costruire il futuro d’una famiglia a
Lauropoli, profondo sud d’Italia. Dopo anni di sacrifici, il
gran giorno sembrava arrivato: tutti insieme, sotto lo stesso
tetto. Anche i familiari rimasti in Marocco. All’arrivo in
Italia, però, Bouchaib è morto. Strappato alla luce dei vivi,
probabilmente, dai postumi di un tumore al cervello che lo aveva
colpito cinque anni fa. Racconto di una storia dove la cronaca
resta ai margini. Comincia nella seconda metà degli anni ’90. La
apre il padre di Bouchaib. Arriva nel Belpaese a cercar fortuna.
Per sé e per i suoi tre figli, rimasti in Marocco insieme alla
madre. L’uomo varca le frontiere, ottiene un regolare permesso
di soggiorno, trova lavori precari ma onesti. Prende casa a
Lauropoli. L’obiettivo è riuscire a ricongiungersi presto con il
resto della famiglia, a cui dare nuove speranze. Al di là del
mare sono rimasti in quattro: una giovane madre e tre fanciulli,
due maschi ed una femmina. Uno di loro, Bouchaib, è afflitto da
gravi problemi di salute. A due anni affronta e sconfigge un
terribile male al cervello. Viene sottoposto ad una delicata
operazione chirurgica. Si riprende presto, ma forse non del
tutto. La settimana scorsa, la vicenda sembra destinata a
conoscere il lieto fine. Nella pancia d’un traghetto, un’auto
attraversa il Mediterraneo, quindi sbarca sul suolo italiano. A
bordo sono in quattro: Bouchaib, un fratello di poco più grande,
la madre ed il padre. In Patria, affidata alla nonna, è rimasta
la sorella. Impossibile portarla in Italia: troppo piccolo
l’appartamento per ospitarli tutti. Quattromila chilometri dopo,
l’arrivo a Lauropoli. È di sera. Al tramonto, Bouchaib vola in
cielo. Sembra dormire, ma è morto. Stroncato, diranno più tardi
i medici, da conseguenze presumibilmente legate all’innominato
male che lo aveva assalito cinque anni prima. Al dolore si
mescola lo strazio per la burocrazia che non conosce sentimenti.
Il desiderio è di riportare in Marocco il feretro. Servono
alcuni certificati: li rilascia solo il consolato.
Personalmente, a mani del richiedente. Bisogna salire a Roma.
Per l’ennesimo viaggio servono soldi, come tanti soldi occorrono
per tutto il resto, compreso il volo in aereo. La comunità
marocchina di Lauropoli si mobilita, offre quel che può. Ancora
non basta. In campo scendono anche i volontari del “Samaritano”,
l’associazione guidata da don Attilio Foscaldi. Loro offrono
assistenza morale e materiale. Provvedono al disbrigo delle
pratiche, s’ingegnano per reperire i fondi necessaria ad
assicurare un dignitoso ritorno nella terra natìa allo
sfortunato bambino. Rivolgono un appello alla città: chi vuole
contribuire, può rivolgersi al “Samaritano”, con sede nel
complesso parrocchiale dei Sacri Cuori, a Lauropoli, oppure
telefonare allo 0981 - 708158.
Addio, Bouchaib.
Gianpaolo Iacobini |