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“Una battaglia di legalità, trasparenza e tutela di questo
immenso patrimonio, purtroppo non sempre utilizzato al meglio,
di cui l’Arssa è proprietaria nella Piana di Sibari”: chiaro ma
diplomatico il segretario provinciale della Uil, Benedetto Di
Iacovo, ieri mattina al fianco degli operai che da quasi 2
settimane presidiano giorno e notte i terreni sibariti
dell’Agenzia regionale per lo sviluppo dei servizi
all’agricoltura per evitare che siano lavorati e magari occupati
in spregio alla concessione a privati siglata nel ’99.
Soprattutto perché l’accordo scade tra meno di un mese: il 10
novembre. L’accordo prevedeva che gli 86 ettari di terreno (su
210 totali) ceduti dall’Arssa ai privati dovessero essere
utilizzati solo produrre foraggio con metodo biologico, con la
cessione del 10% della produzione all’Agenzia. Inoltre, i
privati dovevano utilizzare i dipendenti Arssa. In base alla
ricostruzione fatta dagli operai ieri mattina sul luogo della
protesta, invece, i privati non coltivano solo erba, non
utilizzano le loro braccia e non cedono il 10% previsto. Il
timore delle maestranze (24 a tempo determinato e 9 a tempo
indeterminato, quasi tutti residenti nel Cassanese) è che questa
situazione metta a rischio pure il loro posto di lavoro. Perché,
diminuendo gli ettari di terreno a disposizione dell’Arssa, sarà
difficile che tutti trovino le occasioni per svolgere le
giornate di lavoro utili ad assicurarsi un lavoro stabile. E poi
perché per acquistare concimi e altro materiale utile a
coltivare la terra serve denaro che dovrebbe essere garantito
dalla coltivazione dei stessi terreni. In breve, i lavoratori
temono che i privati ottengano dall’Agenzia regionale gran parte
dei terreni migliori, sottraendoli a loro e quindi mettendo a
rischio la loro occupazione. Che per molti è l’unica fonte di
reddito famigliare. Oltre a Benedetto Di Iacovo, ieri gli operai
hanno chiamato sul luogo della sorveglianza h24 anche il
direttore del Centro sperimentale Arssa di Sibari, Antonio
Morelli, il quale ha chiarito tre delle più interessanti
sperimentazioni non solo agricole vantate dalla realtà sibarita:
la pera indigena, il mandarancio e il cavallo salernitano di
ceppo calabrese. Tre “prodotti” di grande qualità ma a rischio,
che potrebbero fruttare moltissimo in prospettiva futura. La
carenza di terreni nelle mani dell’Arssa, però, potrebbe mettere
a rischio anche la loro sopravvivenza. “Non va trascurato -ha
aggiunto Di Iacovo- che vocazioni clou di questi centri
sperimentali sono sperimentazione e divulgazione. Ma se non si
può sperimentare poiché manca la terra, cosa divulgano?”. In
passato questi terreni producevano materia prima poi trasformata
in imprese dell’allora Esac: pomodori per il conservificio e
latte per il Caseificio, entrambi a Sibari. Ma pure barbabietole
da zucchero per lo zuccherificio di Strongoli, riso di ottima
qualità e molto altro. Ieri mattina il segretario generale della
Uil cosentina ha contattato il sindaco di Cassano, Gianluca
Gallo, sollecitandogli la convocazione in Municipio di un tavolo
di discussione sul caso, allargato alla presidenza dell’Arssa e
all’assessorato regionale all’Agricoltura. “Per il Comune di
Cassano -ha concluso Benedetto Di Iacovo- 33 posti di lavoro
sono una realtà che va tutelata con grande forza perché
difficilmente recuperabili altrove. Non lasceremo soli i
lavoratori ma ci batteremo come sindacato unitario perché i
terreni siano restituiti all’uso pubblico, e con i privati a
garantire stabilizzazione del lavoro e culture innovative”.
Domenico Marino |