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Il ''Ponte del Diavolo'', una delle principali attrazioni del
Parco Nazionale del Pollino, e' ritornato ad essere tale.
L'antico manufatto, di origine romana, sito nel canyon del
Raganello, nel comune di Civita, e' stato, infatti, ricostruito
dopo essere crollato, il 25 marzo del 1998. Fondamentale per la
sua ricostruzione e' stato l'impegno finanziario, e non solo,
dell'Ente Parco e della Regione Calabria. Il Parco del Pollino
ha, infatti, messo a disposizione 900 milioni delle vecchie
lire, mentre un miliardo venne finanziato dalla Regione
Calabria. I finanziamenti sono stati assegnati
all'Amministrazione comunale di Civita che, dal canto suo, ha
curato tutti gli aspetti tecnici relativi alla progettazione e
all'indizione della gara per i lavori di ricostruzione. Il
progetto integrato per la ricostruzione del ponte del diavolo,
il consolidamento del ponte d'Ilice e la valorizzazione della
gola del Raganello - sviluppato dal prof. geol. Alessandro
Guerricchio e dall'ing. Roberto Mastromattei - in una prima fase
preliminare redatto anche dall'arch. Vincenzo Gallo -, prevedeva
la messa in sicurezza e il consolidamento delle strutture
residue del Ponte del Diavolo, la ricostruzione delle porzioni
crollate e il collegamento con quelle scampate al crollo e il
consolidamento della parete sovrastante denominata ''Timpa del
Demanio''. Gli interventi riguardano anche un altro antico ponte
in muratura di elevato valore storico ed architettonico qual e'
il Ponte d'Ilice e il recupero della sentieristica correlata
agli anzidetti due ponti. ''Il Ponte del Diavolo - uno dei
simboli del Parco del Pollino e meta di migliaia di turisti ogni
anno - secondo alcuni storici, come riferiscono nella relazione
i due progettisti, ''potrebbe essere esistito gia' in epoca
romana, mentre da documentazione rinvenuta di recente sarebbe
stato costruito o ricostruito intorno al 1840 da un consorzio di
comuni per assicurare il collegamento fra le sponde del Torrente
Raganello''. Costituito da una struttura ad arco ribassato in
mattoni, collocata ad una quota assoluta di
260 metri sul livello del mare e ad un'altezza di 37,50 m
rispetto alla quota dell'alveo, poggiava su due massicci
pilastri murari, di altezza diseguale, disposti in aderenza alle
pareti rocciose delle sponde. La ricostruzione ha tenuto fede
alla configurazione antecedente il crollo, pur rendendo in parte
''riconoscibili'' i nuovi elementi strutturali ad intregrazione
delle porzioni mancanti. Il ponteggio e' realizzato con una
centina in tubolari metallici destinatata a sostenere il
tavolato su cui e' steso il nuovo arco in mattoncini di cotto,
analoghi a quelli che costituivano il ponte crollato. Sull'arco
in mattoni e' stata successivamente realizzata la struttura
portante in cemento armato. Il calcestruzzo e' stato fatto
penetrare parzialmente nelle ''fughe'' fra filari di mattoni
entro cui sono state preventivamente disposte barre in acciaio.
L'arco portante in cemento armato grava attraverso appoggi in
neoprene sulle selle laterali con vincoli del tipo ''carrello'',
predisponendosi, cosi', all'assorbimento di eventuali
spostamenti reciproci delle due sponde della forra, ovviamente
di dimensioni submillimetriche, sfruttando i giunti di
dilatazione riempiti con pannelli in polistirolo. Sui fianchi
della struttura in cemento armato e' stato realizzato un
rivestimento analogo in termini di materiali a quello esistente,
con pietrame calcareo locale e con elementi in cotto a
sottolineare l'andamento del'arco portante. In ossequio alle
richieste della Soprintendenza, a demarcazione fra gli elementi
murari scampati al crollo e nuova struttura e' stata inserita
un'asola di 4 cm finita ad intonaco liscio che, nella sua
neutralita' imposta dalla necessita' di non gravare l'opera di
un ulteriore elemento architettonico decisamente caratterizzato,
consente un'agevole lettura dell'intervento di ricostruzione''.
Mimmo Petroni
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