|
I
cassanesi a Cefalonia. Erano tanti. Si pensava, sulla base delle
fonti storiche disponibili, che in molti avessero perso la vita
sull’isola greca. Per qualcuno così è stato. Molti altri,
invece, pur figurando nelle liste dei caduti, sono tornati a
casa ed hanno contribuito a far grande Cassano, ma il loro
esempio di combattenti per la libertà è rimasto per decenni
confinato nell’ambito delle rispettive famiglie.
Ristabilire la verità storica e contribuire alla costruzione di
un’identità collettiva del popolo cassanese: Elena Ferrari lo
indica come un comandamento, ogni volta che dall’album dei
ricordi tira fuori una fotografia o documenti ingialliti. Il
padre Domenico, “Mimì”, fu tra i valorosi di Cefalonia. Da
diversi storici annoverato tra i caduti, fece ritorno in Italia
vivo e vegeto, sebbene duramente provato. Questo è il racconto
dei suoi giorni in mezzo allo Ionio, narrato con la voce ferma
ma a tratti commossa di Elena Ferrari.
<<Per mio padre Cefalonia era un chiodo fisso. Specie quando io
e i miei fratelli eravamo ancora bambini, lui non perdeva
occasione per riferirci delle sue peripezie. A volte, per questa
sua mania, lo prendevamo scherzosamente in giro. Ma lui non
demordeva. Adesso capisco quale fosse il suo intento. Voleva che
nella vita avessimo sempre coraggio e non piegassimo mai la
testa di fronte alle avversità>>. Una pausa, una sigaretta che
s’accende, il racconto che riprende. <<All’indomani
dell’armistizio, Mimì era a Cefalonia. I tedeschi lo
disarmarono. Come i suoi commilitoni, sembrava destinato alla
fucilazione. Costretto da sentinelle armate, il loro gruppo era
impegnato a scavarsi la fossa. Tutt’attorno, le esecuzioni erano
già iniziate, ma non c’era modo di fermarsi a guardare.
Indugiare avrebbe significato morire prima. Poi, davanti ai loro
occhi, dopo aver scavalcato un muro, si materializzò un
sottufficiale germanico. Recava ordini del Comando. Le
disposizioni dei generali preservavano dalla fucilazione sul
campo i soldati semplici. In molti si salvarono, ma se quel
militare tedesco, anziché scavalcare il muro, avesse seguito la
strada normale, mio padre e tanti altri sarebbero stati
uccisi>>.
Il fumo della sigaretta diventa nuvola che non copre la memoria.
<<Ricorrendo ad un tranello, gli scampati alla fucilazione
riuscirono ad ottenere il ricovero in infermeria. Da qui, con
l’aiuto dei partigiani greci, fuggirono. Dismisero gli abiti
militari, indossarono quelli civili, andando ad ingrossare le
fila dei partigiani. Ma i nazisti li inseguirono. Li braccarono
per giorni. Mio padre ed altri avevano trovato rifugio
nell’abitazione di una coppia di agricoltori. C’era una donna,
sempre vestita di nero, che mio padre associava alla madre
lasciata in Italia. E proprio come fosse la madre, quella donna
gli salvò la vita: i tedeschi la interrogarono, ma lei si
rifiutò di indicare il nascondiglio dei fuggiaschi. I nazisti la
impiccarono, per lanciare un monito alla popolazione del
luogo>>. Domenico Ferrari, anche grazie a quell’atto di eroismo,
riuscì a far salva la vita. <<Lui ed altri si diedero alla
macchia. Collaborarono con i partigiani. I tedeschi avevano
vietato la sepoltura dei militari italiani da loro fucilati. Mio
padre ed i suoi compagni sfidarono quel divieto, ricomponendo le
salme e dando loro, per quanto possibile, una degna sepoltura>>.
Andò avanti così per settimane, fino a quando Cefalonia non fu
restituita alla perduta normalità. Domenico Ferrari, da molti
testimoni indicato come probabile vittima delle fucilazioni
naziste, cui invece era scampato avventurosamente, finì
nell’elenco dei dispersi. Ed in qualche caso, in quello dei
caduti. Nel 1944 fece ritorno a Lauropoli. Qualche tempo dopo,
si sposò e divenne padre di quattro figli. Tra questi, Elena.
Che spegnendo la sigaretta, ricorda: <<Quei racconti sono stati
parte della vita della mia famiglia. M’è capitato di chiedere a
mio padre perché l’avesse fatto, perché, invece d’arrendersi,
avesse preferito combattere. Mi rispondeva che avrebbe preferito
morire, piuttosto che tradire la Patria e la libertà>>. Le aveva
conosciute a Cefalonia. <<E lì avrebbe voluto tornare prima di
morire, ma una malattia glielo ha impedito>>.
Cefalonia. Mimì Ferrari non c’è mai ritornato, ma non ha mai
scordato quel che aveva conquistato: Patria, libertà.
Gianpaolo Iacobini |