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Il
capitano Giuseppe Di Giacomo. <<Mio padre si ricordava di lui.
Ripeteva di conoscerlo, e bene, tant’è che a casa conserviamo
anche una foto in cui i due sono insieme. Lo chiamava il figlio
del medico. Diceva di averlo visto morire, fucilato dai
tedeschi>>.
Ricorda, Elena Ferrari, i racconti del padre. Ricostruisce, da
quelle parole lontane, anche i riferimenti al resto della
pattuglia di cassanesi in quei giorni del settembre del 1943
presenti all’appuntamento col destino a Cefalonia. <<Erano
davvero tanti>>, sostiene. <<Ma a parte il capitano Di Giacomo,
credo siano tornati tutti a casa sani e salvi>>. Echi dalla
memoria. <<A Cefalonia mio padre cementò l’amicizia con il
lauropolitano Giuseppe Alario. Una volta rientrati in Patria,
divennero inseparabili. Un rapporto d’intesa e solidarietà si
era stabilito anche con gli altri cassanesi come lui di stanza a
Cefalonia. Mi parlava spesso, ad esempio, di Leonardo De Marco,
Raffaele Milano e Leonardo Papasso. Erano nomi che riaffioravano
in ogni discussione, ma sicuramente ve n’erano anche altri che
adesso il tempo ha cancellato dalla mia mente>>. E poi,
l’accenno al cappellano. <<Mio padre era credente, ma non poteva
certo dirsi un cattolico praticante. Eppure, al cappellano
pareva averlo legato un rapporto particolare, di rispetto e
fiducia. Ne lodava le qualità umane, il coraggio, l’immensa
bontà>>. Quel cappellano era padre Romualdo Formato, autore del
libro “L’eccidio di Cefalonia”.
Gianpaolo Iacobini |