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Di
anni ne ha 82, ma se non fosse per quel fisico segnato dalla
fatica e dalla guerra, avrebbe anche in corpo la vigoria che gli
sorregge la mente. Mi accompagna da lui un suo vecchio amico,
Leonardo Aloise. Don Leonardo, come lo chiamano tutti in paese
con stima e rispetto radicate in tempi lontani, me ne parla come
d’un tesoro nascosto. <<Antonio è stato a Cefalonia>>, mi aveva
detto qualche giorno prima al telefono, <<e vorrebbe
incontrarla, per raccontarle la sua esperienza>>.
Il tragitto è breve. Antonio Salerno abita a Lauropoli. È la
moglie ad accoglierci. Lui aspetta in salotto. Una stretta di
mano abbatte le distanze. Uno sguardo furtivo a don Leonardo,
che risponde con un cenno del capo, è la chiave che apre i
forzieri della fiducia. Ha inizio il racconto d’un giovane
vecchio, classe di ferro 1923, fante del 317° reggimento della
divisione Acqui, protagonista dei fatti di Cefalonia. Parla il
fante Antonio Salerno. <<Chiamato alle armi ed arruolato nel
1943, vengo destinato ai Balcani, effettivo della Settima
compagnia del 317° reggimento della divisione Acqui>>. Il 7
luglio dello stesso anno il trasferimento a Cefalonia. Per due
mesi tutto bene: i rapporti con gli allora alleati tedeschi sono
improntati alla cordialità. Poi arriva l’8 settembre. <<All’alba
di quel giorno, come d’abitudine, eravamo impegnati a prender
posto nelle trincee d’osservazione, a Francata, in riva al mare.
Il nostro capitano ci fermò. La guerra è finita, andava
ripetendo. E noi lì, a saltare di gioia, pensando di poter
tornare in Italia. Invece, era solo l’inizio d’un’altra
guerra>>.
A sostenere la memoria, pagine ingiallite. Sono gli echi scritti
d’un diario vergato di proprio pugno. <<Il generale Gandin ci
illustrò la situazione, e ci domandò di decidere cosa fare.
Scegliemmo di combattere>>. Fino al 15 settembre, non accadde
nulla. Si provò a parlamentare con i tedeschi, ma la tregua durò
poco: il 18 la compagnia di Salerno ripiega. Prende posizione su
una collina, ma resistere è dura. <<I nazisti – spiega Salerno –
avevano il predominio assoluto dei cieli. I loro maledetti
Stukass ci martellavano senza sosta>>. Il 18 settembre è pure la
data del ferimento del giovane fante cassanese. <<Ero alla
mitragliatrice, accucciato dietro i sacchi di sabbia, con altri
commilitoni. Una bomba a mano scoppiò a pochi metri da noi. Tra
la polvere, vidi i miei amici morti e mi ritrovai
insanguinato>>.
Ferito, al collo ed all’addome, da schegge che ancora adesso gli
minano il fisico, Salerno è ricoverato in un ospedale militare.
Lì i tedeschi lo catturano e lo spediscono al campo di Argostoli,
ribattezzato con feroce ironia con il nome del duce italico,
Benito Mussolini. La struttura sorge a breve distanza dalla
Casetta rossa, alle cui pareti vengono fucilati gli ufficiali
italiani. <<Prima che arrivassi io>>, rammenta, <<era stato
passato per le armi il capitano Di Giacomo. Ne era ancor vivo il
ricordo perché, prima di morire, ai carnefici che gli intimavano
di togliersi le stellette lui rispose fieramente di non poterlo
fare, per non tradire la Patria>>.
Comincia l’odissea verso i campi di prigionia. Salerno viene
imbarcato su una chiatta. <<Con la notte ci colse la tempesta.
Fummo fortunati: riuscimmo a ritornare a riva. Altri non ce la
fecero>>. Diversi giorni dopo, il tentativo di trasferimento ha
successo. La nave, un residuato bellico, approda prima a
Patrasso, quindi ad Atene. Il viaggio prosegue in treno, su
carri bestiame. Si giunge così al famigerato campo 184, sotto la
neve d’Ucraina. È il dicembre del 1944: i prigionieri,
inquadrati in divisioni addette ai lavori forzati, seguono il
destino e la marcia a ritroso dell’esercito germanico. Sono i
russi a liberare il prigioniero Salerno alle porte della
Germania, ma l’avventura non è chiusa: di nuovo in marcia, a
piedi, destinazione Lituania. Qui gli italiani restano 8 mesi.
Infine, vengono rimpatriati in treno.
Il rientro è un calvario, reso drammatico dalle malattie che
sconvolgono corpi debilitati. Deve passare un altro anno, perché
Antonio Salerno possa rivedere casa e famiglia. <<S’avvicinava
il Natale del 1945. Arrivato alla stazione del mio paese, fui
riconosciuto da un contadino. Corse dai miei, ad avvisarli del
mio ritorno, per evitare che nel rivedermi potessero patire
della sorpresa: durante la guerra e la prigionia, non avevo mai
avuto modo di far giungere mie notizie>>. Il momento più
commovente? L’abbraccio con mamma Maria. <<Era di sera. La
trovai sull’uscio. Non disse niente: piangendo mi abbracciò>>.
Era finita per davvero la guerra. L’Italia era divenuta una
democrazia col sacrificio dei suoi figli migliori. <<Non ci
dimenticate>>, ripete Antonio Salerno mentre mi stringe la mano.
Rassicurandolo, lo saluto e vado via. Don Leonardo, nella sua
saggezza, aveva ragione: a Lauropoli c’era un tesoro. Era
nascosto, ma aspettava d’essere scoperto. Ed ora più nessuno
potrà dimenticarlo.
Gianpaolo Iacobini |