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Lunedì 16 Maggio 2005

Lauropoli - Cefalonia, il racconto di un reduce.


Di anni ne ha 82, ma se non fosse per quel fisico segnato dalla fatica e dalla guerra, avrebbe anche in corpo la vigoria che gli sorregge la mente. Mi accompagna da lui un suo vecchio amico, Leonardo Aloise. Don Leonardo, come lo chiamano tutti in paese con stima e rispetto radicate in tempi lontani, me ne parla come d’un tesoro nascosto. <<Antonio è stato a Cefalonia>>, mi aveva detto qualche giorno prima al telefono, <<e vorrebbe incontrarla, per raccontarle la sua esperienza>>.
Il tragitto è breve. Antonio Salerno abita a Lauropoli. È la moglie ad accoglierci. Lui aspetta in salotto. Una stretta di mano abbatte le distanze. Uno sguardo furtivo a don Leonardo, che risponde con un cenno del capo, è la chiave che apre i forzieri della fiducia. Ha inizio il racconto d’un giovane vecchio, classe di ferro 1923, fante del 317° reggimento della divisione Acqui, protagonista dei fatti di Cefalonia. Parla il fante Antonio Salerno. <<Chiamato alle armi ed arruolato nel 1943, vengo destinato ai Balcani, effettivo della Settima compagnia del 317° reggimento della divisione Acqui>>. Il 7 luglio dello stesso anno il trasferimento a Cefalonia. Per due mesi tutto bene: i rapporti con gli allora alleati tedeschi sono improntati alla cordialità. Poi arriva l’8 settembre. <<All’alba di quel giorno, come d’abitudine, eravamo impegnati a prender posto nelle trincee d’osservazione, a Francata, in riva al mare. Il nostro capitano ci fermò. La guerra è finita, andava ripetendo. E noi lì, a saltare di gioia, pensando di poter tornare in Italia. Invece, era solo l’inizio d’un’altra guerra>>.
A sostenere la memoria, pagine ingiallite. Sono gli echi scritti d’un diario vergato di proprio pugno. <<Il generale Gandin ci illustrò la situazione, e ci domandò di decidere cosa fare. Scegliemmo di combattere>>. Fino al 15 settembre, non accadde nulla. Si provò a parlamentare con i tedeschi, ma la tregua durò poco: il 18 la compagnia di Salerno ripiega. Prende posizione su una collina, ma resistere è dura. <<I nazisti – spiega Salerno – avevano il predominio assoluto dei cieli. I loro maledetti Stukass ci martellavano senza sosta>>. Il 18 settembre è pure la data del ferimento del giovane fante cassanese. <<Ero alla mitragliatrice, accucciato dietro i sacchi di sabbia, con altri commilitoni. Una bomba a mano scoppiò a pochi metri da noi. Tra la polvere, vidi i miei amici morti e mi ritrovai insanguinato>>.
Ferito, al collo ed all’addome, da schegge che ancora adesso gli minano il fisico, Salerno è ricoverato in un ospedale militare. Lì i tedeschi lo catturano e lo spediscono al campo di Argostoli, ribattezzato con feroce ironia con il nome del duce italico, Benito Mussolini. La struttura sorge a breve distanza dalla Casetta rossa, alle cui pareti vengono fucilati gli ufficiali italiani. <<Prima che arrivassi io>>, rammenta, <<era stato passato per le armi il capitano Di Giacomo. Ne era ancor vivo il ricordo perché, prima di morire, ai carnefici che gli intimavano di togliersi le stellette lui rispose fieramente di non poterlo fare, per non tradire la Patria>>.
Comincia l’odissea verso i campi di prigionia. Salerno viene imbarcato su una chiatta. <<Con la notte ci colse la tempesta. Fummo fortunati: riuscimmo a ritornare a riva. Altri non ce la fecero>>. Diversi giorni dopo, il tentativo di trasferimento ha successo. La nave, un residuato bellico, approda prima a Patrasso, quindi ad Atene. Il viaggio prosegue in treno, su carri bestiame. Si giunge così al famigerato campo 184, sotto la neve d’Ucraina. È il dicembre del 1944: i prigionieri, inquadrati in divisioni addette ai lavori forzati, seguono il destino e la marcia a ritroso dell’esercito germanico. Sono i russi a liberare il prigioniero Salerno alle porte della Germania, ma l’avventura non è chiusa: di nuovo in marcia, a piedi, destinazione Lituania. Qui gli italiani restano 8 mesi. Infine, vengono rimpatriati in treno.
Il rientro è un calvario, reso drammatico dalle malattie che sconvolgono corpi debilitati. Deve passare un altro anno, perché Antonio Salerno possa rivedere casa e famiglia. <<S’avvicinava il Natale del 1945. Arrivato alla stazione del mio paese, fui riconosciuto da un contadino. Corse dai miei, ad avvisarli del mio ritorno, per evitare che nel rivedermi potessero patire della sorpresa: durante la guerra e la prigionia, non avevo mai avuto modo di far giungere mie notizie>>. Il momento più commovente? L’abbraccio con mamma Maria. <<Era di sera. La trovai sull’uscio. Non disse niente: piangendo mi abbracciò>>.
Era finita per davvero la guerra. L’Italia era divenuta una democrazia col sacrificio dei suoi figli migliori. <<Non ci dimenticate>>, ripete Antonio Salerno mentre mi stringe la mano. Rassicurandolo, lo saluto e vado via. Don Leonardo, nella sua saggezza, aveva ragione: a Lauropoli c’era un tesoro. Era nascosto, ma aspettava d’essere scoperto. Ed ora più nessuno potrà dimenticarlo.

Gianpaolo Iacobini

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