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Antonio
Salerno fu Pasquale nasce ad Amendolara il 28 novembre del 1923.
Da giovane lavora nei campi per aiutare il padre a mantenere la
famiglia, composta da altri quattro, tra fratelli e sorelle, e
dalla madre, Maria Lufrano, casalinga dal pugno duro ma dal
cuore tenero. <<Erano tempi duri>>, ricorda. <<Si pativa la
fame, quella vera, e s’andava avanti con quel po’ che passava lo
Stato con la tessera annonaria>>. Nel 1943 il fante Antonio
Salerno viene chiamato alle armi. Parte per il fronte balcanico.
È a Cefalonia nei giorni tristi dell’armistizio. <<Con me
c’erano altri cassanesi>>, racconta. <<Il sergente maggiore
Raffaele Milano, ad esempio. Del capitano Di Giacomo, invece, ho
sentito parlare come di un eroe, anche se non l’ho mai
conosciuto personalmente>>. Sull’isola greca combatte e viene
fatto prigioniero dai tedeschi. Confinato in un campo di
prigionia, tornerà a casa soltanto nel dicembre del ’45. L’anno
dopo si trasferisce a Lauropoli e sposa Maria Antonia Golia.
Dalla loro unione nascono sette figli. Lui, intanto, s’inventa
un lavoro. Prima torna nei campi, quindi diventa guardia
giurata. Quasi sessant’anni dopo, Antonio Salerno e signora
vivono ancora a Lauropoli, nella loro casa di via Fiume.
Circondati dall’affetto della famiglia, tirano avanti con la
pensione messa insieme in quaranta e passa anni di lavoro.
Nessun riconoscimento gli è mai stato tributato. Non sotto forma
di medaglie né, tantomeno, di pensioni di guerra o sussidi
d’altro genere. Un piccolo scandalo, tutto italiano. Il fante
Salerno, uso ad obbedir tacendo, chiede solo rispetto:
<<Almeno>>, dice, <<fate in modo che i nostri sacrifici non
scompaiano con noi>>.
Gianpaolo Iacobini |