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È
il 30 novembre del 1998. Sono da poco passate le 17.20. Enzo
Palazzo, a bordo della sua Fiat Uno, corre verso Siderno. È lì,
in forza al Reparto prevenzione anticrimine, che il poliziotto
nato a Viggianello ventisette anni prima, ma da tempo residente
a Doria con la famiglia, presta servizio. La strada è bagnata,
la visibilità discreta, il cielo coperto ed a tratti piovoso.
Palazzo ha lasciato casa attorno alle 16.30. In un curvone
dell’autostrada, tra gli svincoli di Altilia e Grimaldi, la sua
auto sbanda. Urta il muro di cemento che delimita la carreggiata
sulla destra. La Fiat Uno, col cofano ammaccato e semiaperto, fa
una piroetta su se stessa. Si ferma al centro della strada. I
soccorritori la ritroveranno lì, con le quattro frecce
lampeggianti, il motore al minimo ed il finestrino aperto, a
dispetto del freddo e della pioggia.
E lui, Enzo, dov’è? La prima pattuglia della Polstrada che
arriva in zona non lo trova. Né nell’abitacolo, né nei dintorni.
Il suo corpo viene invece rinvenuto qualche minuto più tardi,
trentasette metri più in là, sul ciglio d’un viadotto. Lo
scorgono riverso in una stretta cunetta di cemento, sull’orlo
d’uno sbalanco, col capo insanguinato. Sulla mano destra e sul
maglione, vistose tracce ematiche. Si pensa alla vittima di un
pirata delle quattro ruote, ma il moribondo ha un buco in testa.
E sotto il petto, in una posizione che verrà ritenuta naturale,
nasconde alla vista la sua pistola d’ordinanza, con il colpo in
canna. Palazzo respira ancora. Si tenta di strapparlo alla
morte, ma all’ospedale di Rogliano giungerà cadavere.
Le indagini, coordinate dalla Procura presso il Tribunale di
Cosenza, passano nelle mani della Squadra Mobile. Due giorni
dopo, nel corso di un sopralluogo lungo la A3, gli uomini della
Sezione omicidi, cui il caso viene affidato, ritrovano un
bossolo di proiettile calibro 9x19. E’ uno di quelli in
dotazione esclusiva alle forze dell’ordine. È a dieci metri di
distanza dal punto in cui Enzo Palazzo giaceva morto. Pistola,
caricatore, bossolo e indumenti del giovane vengono sequestrati,
impacchettati e spediti alla Polizia Scientifica.
Intanto, si inizia a raccogliere le testimonianze di chi lo
scomparso poliziotto ben conosceva: colleghi, familiari, amici.
Tutti confermano un dato: il ventisettenne doriano era persona
attaccata alla vita, non segnata da problemi o manie
particolari. E poi, di lì a qualche mese, sarebbe convolato a
nozze. Insomma, nessuno sa spiegare perché uno come Enzo Palazzo
avrebbe dovuto suicidarsi. Ma niente riesce a convincere gli
inquirenti che possa essersi trattato di un incidente, come va
ripetendo la famiglia, o, peggio ancora, d’un omicidio:
nell’inchiesta, ad un certo punto, entrano di striscio anche gli
atti relativi all’uccisione d’un pregiudicato cassanese in odor
di mafia, ma l’ipotesi d’un qualche collegamento sfiorisce
presto.
Restano, alla fine, i risultati degli accertamenti tecnici
svolti dai periti nominati dalla Procura. L’autopsia riconduce
la morte alle gravi lesioni al cranio, causate da un proiettile
d’arma da fuoco esploso, all’altezza dell’orecchio destro, dalla
Beretta d’ordinanza di Palazzo. Sulle sue mani, su entrambe,
risaltano tracce di piombo ed antimonio, evidenti residui d’uno
sparo. Infine, una constatazione: <<I dati non contrastano con
l’ipotesi suicidiaria dell’evento>>.
L’inchiesta si chiude. Il fascicolo viene archiviato: per
Polizia e Procura, il giovane doriano si è tolto la vita
volontariamente. Ed è questa, allo stato, l’unica verità
possibile. Ma sette anni dopo, le motivazioni d’una scelta
tragica scelta restano ancora un mistero. E quella del
poliziotto Enzo Palazzo rimane la paradossale storia d’un
suicidio senza ragioni.
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