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Mercoledì 30 Novembre 2005

Cassano - Enzo Palazzo , il poliziotto Doriano trovò la morte in autostrada.

Pubblicato on-line su www.cassanoalloionio.info il 02.12.05 h. 6.30

È il 30 novembre del 1998. Sono da poco passate le 17.20. Enzo Palazzo, a bordo della sua Fiat Uno, corre verso Siderno. È lì, in forza al Reparto prevenzione anticrimine, che il poliziotto nato a Viggianello ventisette anni prima, ma da tempo residente a Doria con la famiglia, presta servizio. La strada è bagnata, la visibilità discreta, il cielo coperto ed a tratti piovoso. Palazzo ha lasciato casa attorno alle 16.30. In un curvone dell’autostrada, tra gli svincoli di Altilia e Grimaldi, la sua auto sbanda. Urta il muro di cemento che delimita la carreggiata sulla destra. La Fiat Uno, col cofano ammaccato e semiaperto, fa una piroetta su se stessa. Si ferma al centro della strada. I soccorritori la ritroveranno lì, con le quattro frecce lampeggianti, il motore al minimo ed il finestrino aperto, a dispetto del freddo e della pioggia.
E lui, Enzo, dov’è? La prima pattuglia della Polstrada che arriva in zona non lo trova. Né nell’abitacolo, né nei dintorni. Il suo corpo viene invece rinvenuto qualche minuto più tardi, trentasette metri più in là, sul ciglio d’un viadotto. Lo scorgono riverso in una stretta cunetta di cemento, sull’orlo d’uno sbalanco, col capo insanguinato. Sulla mano destra e sul maglione, vistose tracce ematiche. Si pensa alla vittima di un pirata delle quattro ruote, ma il moribondo ha un buco in testa. E sotto il petto, in una posizione che verrà ritenuta naturale, nasconde alla vista la sua pistola d’ordinanza, con il colpo in canna. Palazzo respira ancora. Si tenta di strapparlo alla morte, ma all’ospedale di Rogliano giungerà cadavere.
Le indagini, coordinate dalla Procura presso il Tribunale di Cosenza, passano nelle mani della Squadra Mobile. Due giorni dopo, nel corso di un sopralluogo lungo la A3, gli uomini della Sezione omicidi, cui il caso viene affidato, ritrovano un bossolo di proiettile calibro 9x19. E’ uno di quelli in dotazione esclusiva alle forze dell’ordine. È a dieci metri di distanza dal punto in cui Enzo Palazzo giaceva morto. Pistola, caricatore, bossolo e indumenti del giovane vengono sequestrati, impacchettati e spediti alla Polizia Scientifica.
Intanto, si inizia a raccogliere le testimonianze di chi lo scomparso poliziotto ben conosceva: colleghi, familiari, amici. Tutti confermano un dato: il ventisettenne doriano era persona attaccata alla vita, non segnata da problemi o manie particolari. E poi, di lì a qualche mese, sarebbe convolato a nozze. Insomma, nessuno sa spiegare perché uno come Enzo Palazzo avrebbe dovuto suicidarsi. Ma niente riesce a convincere gli inquirenti che possa essersi trattato di un incidente, come va ripetendo la famiglia, o, peggio ancora, d’un omicidio: nell’inchiesta, ad un certo punto, entrano di striscio anche gli atti relativi all’uccisione d’un pregiudicato cassanese in odor di mafia, ma l’ipotesi d’un qualche collegamento sfiorisce presto.
Restano, alla fine, i risultati degli accertamenti tecnici svolti dai periti nominati dalla Procura. L’autopsia riconduce la morte alle gravi lesioni al cranio, causate da un proiettile d’arma da fuoco esploso, all’altezza dell’orecchio destro, dalla Beretta d’ordinanza di Palazzo. Sulle sue mani, su entrambe, risaltano tracce di piombo ed antimonio, evidenti residui d’uno sparo. Infine, una constatazione: <<I dati non contrastano con l’ipotesi suicidiaria dell’evento>>.
L’inchiesta si chiude. Il fascicolo viene archiviato: per Polizia e Procura, il giovane doriano si è tolto la vita volontariamente. Ed è questa, allo stato, l’unica verità possibile. Ma sette anni dopo, le motivazioni d’una scelta tragica scelta restano ancora un mistero. E quella del poliziotto Enzo Palazzo rimane la paradossale storia d’un suicidio senza ragioni.
 

Gianpaolo Iacobini

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