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Marisa Fasanella
Morsi e rimorsi
Romanzo
inedito

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Pubblicato on-line su www.cassanoalloionio.info
il 19.08.06  h. 17.00

Marisa Fasanella

Morsi e rimorsi

IL TREMITO PERPETUO
di Franco Dionesalvi

Vi sembrerà di stare in un racconto di Garcia Marquez. E invece siete in Calabria, nel racconto di oggi. La cui autrice è Marisa Fasanella, che ha pubblicato i romanzi "Maschere e lenzuola del vicolo Santacroce" (1994) e "L'ombra lunga dei moroni" (2002), e la raccolta di racconti "Gineceo"(1996). Il racconto che ho scelto per voi è inedito.
La guerra, le malattie. I tradimenti, gli amori. Gli inganni e i disinganni. Le gelosie, i tormenti. E poi i figli. E le morti. Sono gli argomenti della vita e della narrativa, i soliti temi di sempre. Che solitamente la letteratura calabrese tratta in maniera realista, nostalgica e un po' piagnona. Con non poche eccezioni, però. E chi segue fedelmente questa pagina sa che il selezionatore rifugge luoghi comuni e pietismi lagnosi, e cerca i segnali di autenticità e di originalità. Anche nel caso di oggi, la narrazione è trasfigurata attraverso un incedere che miscela e quasi eguaglia sogno e realtà, incubo e accadimento, visione e allucinazione. Alla maniera del "realismo magico". E con l'intento di cogliere, dentro le povere storie dei poveri "vinti" del nostro tempo, un senso ulteriore, un passaggio, una prospettiva che consenta, se non un riscatto, almeno un allargamento di inquadratura che punti ad una diversa, superiore, ricomposizione. Ad una armonia della natura e dello scorrere del tempo. Che non trascende la realtà; ma, più umilmente, la restituisce ad una collocazione in un possibile disegno complessivo. Disegno se non divino almeno magico. Di una magia assolutamente umana, che ha l'effervescenza dei fantasmi e l'odore del pane.

 

Il giorno della sua morte, Rosa Calvosa si affacciò sulla strada con i capelli scarmigliati e gli occhi gialli di cispa, ancora sconvolta dal sogno della notte, e sbalordì la vicina con il suo racconto. Era così incredibile che l'altra le consigliò di non mangiare la polpa dei fichidindia prima di andare a dormire(...). Poi la licenziò in preda ad un riso convulso e contagioso, che si protrasse fino a sera.
Ciò nonostante, Rosa salì la scala di legno, che conduceva alla stanza nel sottotetto, dove aveva confinato il marito da oltre vent’anni, con un senso di allarme. Guardò attraverso l'occhio, prima di entrare, e ritrovò l'immobilità del suo sguardo e il suo corpo legato nelle lenzuola, le cianfrusaglie legate con lo spago e disseminate lungo il perimetro del letto, che, nel caso lui fosse riuscito a liberarsi, servivano a svegliare Rosa nelle stanze di sotto; fuori della stanza, vide le nuvole appese sulla catena del Pollino e il raggio polveroso del sole. Il dolore emerse dall'ombra in cui l'aveva nascosto da molti anni e, in un breve istante, Rosa rivide suo marito affacciato dal finestrino della littorina il giorno della partenza per il fronte, Salvatore Incunato appoggiato alla porta della bottega, se stessa con la schiena spezzata dalle doglie, e la solitudine dei suoi figli, e provò una fitta lancinante, inattesa e rapida come un lampo.
Dal fronte era tornato afflitto da un tremito perpetuo, che lo scuoteva dai piedi alla testa senza dargli tregua; le sue mani, chiuse l'una nell'altra come i denti di una cerniera, se non gliele avessero liberate sarebbero rimaste così per sempre. Camminava con un passo veloce e rumoroso, il busto piegato in avanti, e i mocciosi del vicolo gli correvano dietro. Spesso ritornava fasciato e con le ossa frantumate. La stanza nel sottotetto era diventata , la sua prigione, quando Rosa Calvosa si era stancata delle sue rovinose cadute e dell'ilarità del vicolo. Ci si accedeva da una scala di legno ripida e sdrucciolosa come una lavina, e Rosa credeva che sarebbe rimasto confinato lassù per sempre (.)
I figli di Rosa avevano continuato a nascere e a morire nelle stanze inferiori. Otto ne aveva concepiti, ma solo cinque erano sopravvissuti ai bagni solforosi, le cui acque avevano proprietà terapeutiche nello sciogliere i nodi delle gravidanze indesiderate. Fino a quando non erano cresciuti, lo avevano sorvegliato attraverso l'occhio: l'uomo (...) li rassicurava e li atterriva allo stesso tempo.
Sempre quella mattina, Rosa lo sorprese a guardare il cieco pullulare degli insetti attorno alla finestra. "Che strana mattina" disse, "non mangerò i frutti spinosi per i prossimi due mesi". Ad ogni modo, lo inchiodò alla poltrona e lo guardò fisso negli occhi (...), ma non notò niente di diverso nella sua spasmodica e sterile esistenza, e lo lasciò al suo periplo.
Dovette convenire, comunque, che i fichidindia non erano sufficienti a giustificare i fatti strambi della mattina, (...) forse sarebbe morta davvero nella folla della processione e Mariuccia non avrebbe mai più potuto sciogliere il nodo della sua nascita.
Era nata il 20 dicembre 1947, un mese disastroso per la storia della sua famiglia e della città. Aveva nevicato tanto che era crollato il tetto del teatro comunale, e il fiume Eiano era straripato nel loro orto e si era portato via il raccolto e le due vacche con tutta la stalla.
Solo quando sua nonna era andata a rivelare la nascita di Nico era venuto fuori che la bambina non esisteva in nessuno archivio del comune. A quel punto non era stato più possibile dare spiegazioni, e la levatrice aveva confermato un parto gemellare avvenuto nella casa di vico equestre il 14 ottobre 1950.
Mariuccia era cresciuta con quella sua inspiegabile diversità, un corpo completamente fuori misura rispetto a quello del fratello gemello, e non era mai riuscita a perdonarglielo. Crescendo si era allontanata dalle cose incomprensibili che accadevano nella casa di vico equestre.

Salvatore Incunato, durante quel terribile inverno, si era conquistato il cuore di Rosa con bocconi di pane fresco e caramelle di zucchero e miele. Lei sostava tutto il giorno nella sua bottega, e ritornava su sempre con dei pesi, che quando non erano il ventre gravido erano sacchi di farina. Salvatore Incunato consumava in fretta il peccato e minacciava di non tornare più, se non si fosse finalmente decisa ad abbandonare suo marito e ad andar via con lui, ma poi tornava, e lasciava forme di pane bianco e fichi secchi dietro la porta, che non avevano mai fatto assaggiare a nessuno di loro il morso della fame.
L'urlo di Rosa richiamava le donne del vicinato, quando le doglie le spezzavano la schiena e il pozzo della malinconia si spalancava sotto i suoi piedi. Invadevano le stanze e confinavano le creature in un luogo da dove non era possibile guardare la nascita, che lasciava sempre strascichi di sangue e di umori impressionati nei lenzuoli sepolti nella liscivia, che Mariuccia sciacquava nelle acque dell'Eiano. Prima di andarsene, ripulivano il pavimento, ridevano e parlottavano tra i denti. Discorsi complici, che diventavano tragici in un momento, che presto cedevano di nuovo alla contentezza e si consegnavano all'oscurità. Alle cose che non avevano nome e restavano sospese, quelle cose che poi, ad un certo punto, Mariuccia aveva scoperto si chiamavano mestruo, e non avevano più il fascino della menzogna, della porta chiusa agli uomini sulle donne, sulle fragilità di qualche giorno, ogni mese, che le rendevano indisponibili.
Salvatore Incunato, quando si era stancato di aspettarla, aveva venduto la bottega e si era trasferito altrove per soffrire meno, e da allora la pancia di Rosa era diventata piatta come non l'avevano mai vista.
L'abbandono l'aveva persuasa ad occuparsi dei figli che ancora poteva condurre per mano. Giacomo, tra tutti, dopo che il mastro aveva chiuso la bottega e si era sciolto come una nuvola, era il più fragile. Rosa aveva tessuto la tela della sua vita in una sola notte: consacrarlo alla chiesa di Dio. Perciò aveva rispolverato una corona del rosario e si era cinta la testa con un velo di pizzo nero, obbligando tutti a seguirla in cattedrale, il vescovo, vinto dalla confessione, resa con dovizia di particolari e con utili richiami alle pagine del vangelo, aveva ceduto alle preghiere della povera derelitta, accogliendo il figlio nelle ombrose stanze del seminario.(...)
Rosa Calvosa, il giorno della sua morte, sentiva la sua anima pesante come un pezzo di legno, e credeva che il Signore non l'avrebbe mai perdonata dei suoi peccati. Non c'era pentimento nel suo cuore. Poteva vantare un solo credito: per l'uomo incatenato dalla malattia, aveva lasciato andare per sempre l'unico amore della sua vita. La campana della cattedrale suonò a festa, segno che il santissimo aveva appena lasciato la chiesa, Rosa indossò il vestito della festa e riempì la cesta di fiori. Prima di uscire, ritornò nella stanza nel sottotetto, controllò che l'acqua non gli mancasse nella brocca, gli separò le mani, gli asciugò la bava, scoprì l'ombra di un sorriso sulla sua bocca, ma quando si rigirò lo ritrovò con l'espressione triste che ormai gli vedeva da oltre vent’anni e non se ne curò. Per nulla al mondo avrebbe rinunciato a vedere Giacomo vestito da prete alla destra del vescovo. Intorno alla casa non c'era più nessuno, quando uscì, si sentivano le voci provenire dalla piazza e i passi convulsi di qualche ritardatario, poi i vicoli si aprirono sulla strada principale tappezzata di gerani, con i balconi in festa, i colori dei broccati affacciati sui davanzali e la folla della processione fu una vera manna. Rosa guadagnò la prima fila, e da lì si potè godere senz'altri intralci l'unico figlio che gli era rimasto, perché venduto all'Altissimo prima che le domande degli altri gli avvelenassero il cuore.
Non le sfuggì nulla degli attimi che precedettero la sua morte. Continuò a sentire i passi, che nel vicolo aveva attribuito ad un ritardatario, anche durante il passaggio dell'Altissimo, e seppe che il momento era vicino, quando la processione lentamente ritornò verso la chiesa. In un istante vide suo marito venirle incontro, ritrovò sul suo viso il sorriso che gli aveva visto prima di uscire e rise ella stessa dell'assurdità di quanto stava vivendo. Le passò davanti senza fermarsi, Rosa accusò un dolore imperfetto in mezzo alla schiena, che prima di farla stramazzare al suolo, la sollevò in volo e le permise di vedere dall'alto le persone piccole come formiche guadagnarsi l'aldilà con una preghiera. E rise ancora, urlando, un'ultima volta.
 

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