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Marisa Fasanella
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IL TREMITO PERPETUO
di Franco Dionesalvi
Vi sembrerà
di stare in un racconto di Garcia Marquez. E invece
siete in Calabria, nel racconto di oggi. La cui
autrice è Marisa Fasanella, che ha pubblicato i
romanzi "Maschere e lenzuola del vicolo Santacroce"
(1994) e "L'ombra lunga dei moroni" (2002), e la
raccolta di racconti "Gineceo"(1996). Il racconto che
ho scelto per voi è inedito.
La guerra, le malattie. I tradimenti, gli amori. Gli
inganni e i disinganni. Le gelosie, i tormenti. E poi
i figli. E le morti. Sono gli argomenti della vita e
della narrativa, i soliti temi di sempre. Che
solitamente la letteratura calabrese tratta in maniera
realista, nostalgica e un po' piagnona. Con non poche
eccezioni, però. E chi segue fedelmente questa pagina
sa che il selezionatore rifugge luoghi comuni e
pietismi lagnosi, e cerca i segnali di autenticità e
di originalità. Anche nel caso di oggi, la narrazione
è trasfigurata attraverso un incedere che miscela e
quasi eguaglia sogno e realtà, incubo e accadimento,
visione e allucinazione. Alla maniera del "realismo
magico". E con l'intento di cogliere, dentro le povere
storie dei poveri "vinti" del nostro tempo, un senso
ulteriore, un passaggio, una prospettiva che consenta,
se non un riscatto, almeno un allargamento di
inquadratura che punti ad una diversa, superiore,
ricomposizione. Ad una armonia della natura e dello
scorrere del tempo. Che non trascende la realtà; ma,
più umilmente, la restituisce ad una collocazione in
un possibile disegno complessivo. Disegno se non
divino almeno magico. Di una magia assolutamente
umana, che ha l'effervescenza dei fantasmi e l'odore
del pane. |
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Il
giorno della sua morte, Rosa Calvosa si affacciò sulla
strada con i capelli scarmigliati e gli occhi gialli di
cispa, ancora sconvolta dal sogno della notte, e sbalordì
la vicina con il suo racconto. Era così incredibile che
l'altra le consigliò di non mangiare la polpa dei
fichidindia prima di andare a dormire(...). Poi la
licenziò in preda ad un riso convulso e contagioso, che si
protrasse fino a sera.
Ciò nonostante, Rosa salì la scala di legno, che conduceva
alla stanza nel sottotetto, dove aveva confinato il marito
da oltre vent’anni, con un senso di allarme. Guardò
attraverso l'occhio, prima di entrare, e ritrovò
l'immobilità del suo sguardo e il suo corpo legato nelle
lenzuola, le cianfrusaglie legate con lo spago e
disseminate lungo il perimetro del letto, che, nel caso
lui fosse riuscito a liberarsi, servivano a svegliare Rosa
nelle stanze di sotto; fuori della stanza, vide le nuvole
appese sulla catena del Pollino e il raggio polveroso del
sole. Il dolore emerse dall'ombra in cui l'aveva nascosto
da molti anni e, in un breve istante, Rosa rivide suo
marito affacciato dal finestrino della littorina il giorno
della partenza per il fronte, Salvatore Incunato
appoggiato alla porta della bottega, se stessa con la
schiena spezzata dalle doglie, e la solitudine dei suoi
figli, e provò una fitta lancinante, inattesa e rapida
come un lampo.
Dal fronte era tornato afflitto da un tremito perpetuo,
che lo scuoteva dai piedi alla testa senza dargli tregua;
le sue mani, chiuse l'una nell'altra come i denti di una
cerniera, se non gliele avessero liberate sarebbero
rimaste così per sempre. Camminava con un passo veloce e
rumoroso, il busto piegato in avanti, e i mocciosi del
vicolo gli correvano dietro. Spesso ritornava fasciato e
con le ossa frantumate. La stanza nel sottotetto era
diventata , la sua prigione, quando Rosa Calvosa si era
stancata delle sue rovinose cadute e dell'ilarità del
vicolo. Ci si accedeva da una scala di legno ripida e
sdrucciolosa come una lavina, e Rosa credeva che sarebbe
rimasto confinato lassù per sempre (.)
I
figli di Rosa avevano continuato a nascere e a morire
nelle stanze inferiori. Otto ne aveva concepiti, ma solo
cinque erano sopravvissuti ai bagni solforosi, le cui
acque avevano proprietà terapeutiche nello sciogliere i
nodi delle gravidanze indesiderate. Fino a quando non
erano cresciuti, lo avevano sorvegliato attraverso
l'occhio: l'uomo (...) li rassicurava e li atterriva allo
stesso tempo.
Sempre quella mattina, Rosa lo sorprese a guardare il
cieco pullulare degli insetti attorno alla finestra. "Che
strana mattina" disse, "non mangerò i frutti spinosi per i
prossimi due mesi". Ad ogni modo, lo inchiodò alla
poltrona e lo guardò fisso negli occhi (...), ma non notò
niente di diverso nella sua spasmodica e sterile
esistenza, e lo lasciò al suo periplo.
Dovette convenire, comunque, che i fichidindia non erano
sufficienti a giustificare i fatti strambi della mattina,
(...) forse sarebbe morta davvero nella folla della
processione e Mariuccia non avrebbe mai più potuto
sciogliere il nodo della sua nascita.
Era nata il 20 dicembre 1947, un mese disastroso per la
storia della sua famiglia e della città. Aveva nevicato
tanto che era crollato il tetto del teatro comunale, e il
fiume Eiano era straripato nel loro orto e si era portato
via il raccolto e le due vacche con tutta la stalla.
Solo quando sua nonna era andata a rivelare la nascita di
Nico era venuto fuori che la bambina non esisteva in
nessuno archivio del comune. A quel punto non era stato
più possibile dare spiegazioni, e la levatrice aveva
confermato un parto gemellare avvenuto nella casa di vico
equestre il 14 ottobre 1950.
Mariuccia era cresciuta con quella sua inspiegabile
diversità, un corpo completamente fuori misura rispetto a
quello del fratello gemello, e non era mai riuscita a
perdonarglielo. Crescendo si era allontanata dalle cose
incomprensibili che accadevano nella casa di vico
equestre. |
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Salvatore
Incunato, durante quel terribile inverno, si era
conquistato il cuore di Rosa con bocconi di pane fresco e
caramelle di zucchero e miele. Lei sostava tutto il giorno
nella sua bottega, e ritornava su sempre con dei pesi, che
quando non erano il ventre gravido erano sacchi di farina.
Salvatore Incunato consumava in fretta il peccato e
minacciava di non tornare più, se non si fosse finalmente
decisa ad abbandonare suo marito e ad andar via con lui,
ma poi tornava, e lasciava forme di pane bianco e fichi
secchi dietro la porta, che non avevano mai fatto
assaggiare a nessuno di loro il morso della fame.
L'urlo di Rosa richiamava le donne del vicinato, quando le
doglie le spezzavano la schiena e il pozzo della
malinconia si spalancava sotto i suoi piedi. Invadevano le
stanze e confinavano le creature in un luogo da dove non
era possibile guardare la nascita, che lasciava sempre
strascichi di sangue e di umori impressionati nei lenzuoli
sepolti nella liscivia, che Mariuccia sciacquava nelle
acque dell'Eiano. Prima di andarsene, ripulivano il
pavimento, ridevano e parlottavano tra i denti. Discorsi
complici, che diventavano tragici in un momento, che
presto cedevano di nuovo alla contentezza e si
consegnavano all'oscurità. Alle cose che non avevano nome
e restavano sospese, quelle cose che poi, ad un certo
punto, Mariuccia aveva scoperto si chiamavano mestruo, e
non avevano più il fascino della menzogna, della porta
chiusa agli uomini sulle donne, sulle fragilità di qualche
giorno, ogni mese, che le rendevano indisponibili.
Salvatore Incunato, quando si era stancato di aspettarla,
aveva venduto la bottega e si era trasferito altrove per
soffrire meno, e da allora la pancia di Rosa era diventata
piatta come non l'avevano mai vista.
L'abbandono l'aveva persuasa ad occuparsi dei figli che
ancora poteva condurre per mano. Giacomo, tra tutti, dopo
che il mastro aveva chiuso la bottega e si era sciolto
come una nuvola, era il più fragile. Rosa aveva tessuto la
tela della sua vita in una sola notte: consacrarlo alla
chiesa di Dio. Perciò aveva rispolverato una corona del
rosario e si era cinta la testa con un velo di pizzo nero,
obbligando tutti a seguirla in cattedrale, il vescovo,
vinto dalla confessione, resa con dovizia di particolari e
con utili richiami alle pagine del vangelo, aveva ceduto
alle preghiere della povera derelitta, accogliendo il
figlio nelle ombrose stanze del seminario.(...)
Rosa
Calvosa, il giorno della sua morte, sentiva la sua anima
pesante come un pezzo di legno, e credeva che il Signore
non l'avrebbe mai perdonata dei suoi peccati. Non c'era
pentimento nel suo cuore. Poteva vantare un solo credito:
per l'uomo incatenato dalla malattia, aveva lasciato
andare per sempre l'unico amore della sua vita. La campana
della cattedrale suonò a festa, segno che il santissimo
aveva appena lasciato la chiesa, Rosa indossò il vestito
della festa e riempì la cesta di fiori. Prima di uscire,
ritornò nella stanza nel sottotetto, controllò che l'acqua
non gli mancasse nella brocca, gli separò le mani, gli
asciugò la bava, scoprì l'ombra di un sorriso sulla sua
bocca, ma quando si rigirò lo ritrovò con l'espressione
triste che ormai gli vedeva da oltre vent’anni e non se ne
curò. Per nulla al mondo avrebbe rinunciato a vedere
Giacomo vestito da prete alla destra del vescovo. Intorno
alla casa non c'era più nessuno, quando uscì, si sentivano
le voci provenire dalla piazza e i passi convulsi di
qualche ritardatario, poi i vicoli si aprirono sulla
strada principale tappezzata di gerani, con i balconi in
festa, i colori dei broccati affacciati sui davanzali e la
folla della processione fu una vera manna. Rosa guadagnò
la prima fila, e da lì si potè godere senz'altri intralci
l'unico figlio che gli era rimasto, perché venduto
all'Altissimo prima che le domande degli altri gli
avvelenassero il cuore.
Non le sfuggì nulla degli attimi che precedettero la sua
morte. Continuò a sentire i passi, che nel vicolo aveva
attribuito ad un ritardatario, anche durante il passaggio
dell'Altissimo, e seppe che il momento era vicino, quando
la processione lentamente ritornò verso la chiesa. In un
istante vide suo marito venirle incontro, ritrovò sul suo
viso il sorriso che gli aveva visto prima di uscire e rise
ella stessa dell'assurdità di quanto stava vivendo. Le
passò davanti senza fermarsi, Rosa accusò un dolore
imperfetto in mezzo alla schiena, che prima di farla
stramazzare al suolo, la sollevò in volo e le permise di
vedere dall'alto le persone piccole come formiche
guadagnarsi l'aldilà con una preghiera. E rise ancora,
urlando, un'ultima volta.
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