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Marisa Fasanella
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IL LINGUAGGIO DEI CORPI
di Franco Dionesalvi
Marisa
Fasanella, calabrese, ha esordito nel 1994 con il
romanzo "Maschere e lenzuola del vicolo Santacroce",
vincitore del premio letterario "Donna e scrittura.
L'inedito nel cassetto". Il brano " la lettera " è
tratto dalla raccolta di 11 racconti "Gineceo", edito
da Tullio Pironti, Napoli, 1996. Il secondo brano,
invece, è tratto dal romanzo "L'ombra lunga dei moroni",
edito da Rubbettino nel 2002.
Ho già presentato un racconto di Marisa Fasanella; ho
scelto di proporvi una seconda lettura tratta dalle
pubblicazioni di questa autrice, perché il suo stile
mi pare significativo. Siamo in presenza di una
scrittura netta, diretta, che dice pane al pane e non
indulge in perifrasi e sottintesi, ahimé frequenti in
certa letteratura, per pronunciare frasi che ad alcuni
paiono impronunciabili. Le cose che contano, nella
vita della gente, soprattutto della gente semplice,
sono sempre le stesse.
La nascita, la malattia, la morte. Poi l'amore,
l'incontro sessuale, il parto. Di questo parla, ha
sempre parlato, l'autentica letteratura. E se si è
autentici non c'è bisogno di giri di parole, la verità
ci conduce. Specie se, come nel caso della Fasanella,
si riesce a parlare di turbamenti e di sesso, di
eccitazioni e parti del corpo, di gestazioni e aborti,
di attese e disinganni, con vivezza ma pure con
delicata poesia. Facendo sentire che il linguaggio dei
corpi non e mai oltraggio alla morale, ma disegno in
aria, espressione e danza. Dolore, anche, talora
rimorso, altre volte rancore. Tutto però riesce a
rigenerarsi e sublimarsi davanti all'incanto di una
nascita, al luccichio degli occhi di un bambino, al
profumo delle "umide fragranze dei suoi umori". |
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A quindici anni
ero già stata di molte braccia. Per un paio di calze di
seta. Ne subivo il fascino della trasparenza, ne
alimentavo il brivido che, ogni volta che l'indossavo,
sentivo crescermi dentro e smarrirsi nelle spalle in un
ultimo, impercettibile tremore. Inguauinavo le gambe in
quel filato leggero tendendolo fino alle giarrettiere,
accarezzandomi dalla punta dei piedi, distendendo anche la
più invisibile piega. In quel postribolo c'ero nata. Prima
di te, non mi ero mai chiesta cosa celassero quelle
finestre scomparse dietro spesse tende cremisi. Solo molto
tempo dopo ho scoperto il porto: le navi frangevano
l'orizzonte e scomparivano in quella parte di mare a me
sconosciuta. Era già tardi. La prima volta che ti ho
visto, varcavi la soglia della mia camera spinto dai tuoi
commilitoni. C'era la guerra. Gli uomini, che entravano in
quella camera, non li guardavo neanche più, ma tu avevi un
buon odore addosso: una miscela di tabacco e di muschio,
di felci... T’ho respirato.
Quando mi hai scoperto i seni, mi hai domandato dei miei
anni. «Ho tutti quelli di mia madre, di mia nonna», ti ho
risposto. Mi hai preso le mani tra le tue, e ti sei
lasciato cadere sulle ginocchia. Ho fatto quello che non
avrei mai dovuto fare, ti ho scoperto gli occhi e poi
l'anima. Te l'ho risucchiata piano piano, nel mentre mi
smarrivo nell'umidità della tua bocca. Il mio primo bacio.
Nel nostro abbraccio non c'era nulla che era già stato,
nascevo quella notte, mi scoprivo nei tuoi occhi.
Scompariva la storia: quei lunghi anni senza luce, la tua
guerra di morte, la mia infanzia venduta. I nostri corpi
danzavano, l'uno nell'altro, nello spazio infinito. Quando
hanno bussato alla porta, le tue mani, per un momento,
hanno abbandonato il mio corpo. Come quella volta in cui
mia madre, ero ancora bambina e mi insegnava a camminare,
ha aperto, all'improvvisò, le braccia. Lo stesso
smarrimento. Ho tremato, e tu mi hai stretta di nuovo a
te. Piano piano, ti ho lasciato andare, le mie mani tra le
tue fino alla porta. Una promessa appena bisbigliata. Ti
ho aspettato e, nell'attesa, non mi sono concessa a altri.
«Non tornerà», mi diceva la maitresse.
Una notte, ho sentito dei colpi contro il portone, una
voce: era la tua. Mi hanno tenuta ferma contro la
spalliera del letto e ti hanno cacciato via. Poi,
deliravi, mi ha detto, sempre la maitresse. Ho udito un
lungo lamento: la sirena di una nave che si allontanava.
«Se ne sono andati». Giulia piangeva mentre lo diceva. Le
ho creduto. Non mi alzavo quasi più dal letto, barcollavo
ogni qualvolta ci provavo, hanno chiamato il medico. « È
incinta», ha detto. Ho pianto. In certi momenti, ancora
adesso, mezzo secolo mi ha piegato le spalle da quella
notte, mi chiedo cosa sarebbe diventato quel grumo di
sangue che mi sono lasciata strappare dal ventre. Nostro
figlio non vedrà il mare, mi dicevo. Com'era grande, tra
me e te, il mare. Il mandorlo del giardino, quell'anno,
era fiorito già ai primi di febbraio. Verrà il vento e si
porterà via i fiori, dicevo tra me e me. E venuto il vento
e ha disperso i fiori. Ne ho trovati attaccati alcuni
contro i vetri, li ho lasciati lì fino a quando non si
sono staccati da soli, poi li ho raccolti e conservati in
un diario. C è stata una seconda fioritura, ma la neve,
così insolita per quei primi giorni di marzo, ha
trasformato il mandorlo in uno sterile arbusto senz'anima.
Così mi è apparso dopo la gelata, senza germogli. La porta
della camera è rimasta sempre aperta. Mi prestavo ai loro
giuochi, indossavo ancora calze di seta ma senza amore.Tra
i seni, mi lasciavano banconote larghe come lenzuola. Le
tue lettere mi sono state consegnate molti anni dopo. Le
rileggevo, all'alba, nel letto disfatto. Le case le hanno
chiuse, e ho dovuto imparare a camminare tra la gente. Ma
per quanto camminassi e respirassi il cielo, gli odori di
quegli uomini continuavo a sentirmeli addosso. Anche
l'uomo buono, che mi ha portato nella sua casa, deve
averli respirati, perché mi ha lasciata senza una parola.
E quello dopo, quello ancora dopo. Per nessuno di loro
sono riuscita a rinascere. Il miracolo di quella notte non
si è più ripetuto. Sarà per questo che sono tornata in
questa casa. Sarà per questo che ho cominciato a
scriverti. Ogni giorno una lettera, allo stesso indirizzo.
Stamani, il postino ha detto che ha cambiato giro, che non
ne può più di riportarmi indietro la stessa posta, dovrei
anche decidermi a raccogliere dal giardino le buste ancora
intatte. Parlava da solo, a voce alta, come i matti.
Sai... stanotte il cielo è gravido di stelle, sto pensando
che noi non l'abbiamo mai guardato insieme. Sto pensando
che il mandorlo ha germogliato ancora, il tempo della
fioritura è già passato e si piega sulle drupe. Sto bene
nei miei anni, sono solo miei adesso. Ricopio lo stesso
indirizzo sulla busta, leggo la lettera, aggiungo ancora
qualcosa, ricomincio a leggere. Amore mio, a quindici
anni... |
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IL PARTO DI SARA |
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Le doglie di
Sara cominciarono verso le tre di un sabato pomeriggio,
con molto anticipo sul tempo della nascita. Anna le diede
un fazzoletto da serrare tra i denti e sistemò una forbice
aperta sotto il materasso, perché dividesse il dolore e
sollevasse la partoriente. Nina accese il fuoco e fece
bollire dell'acqua, man mano che ne toglieva altra ne
aggiungeva. Squarciarono delle lenzuola per avvolgere il
nascituro, nel mentre Sara si aggrappava alla spalliera
del letto contorta dal dolore. La voce di Anna le parlò
per tutto il tempo con il linguaggio tenero delle madri,
le asciugò il sudore dalla fronte, le scostò i capelli dal
volto, e quando le divaricò le gambe e vide i piedi del
piccolo che già sporgevano cianotici dal suo sesso,
soffocò l'urlo di Nina e con due semplici gesti lo rivoltò
nel ventre della madre, impedendo al cordone legato al
collo di soffocarlo. Quando gli altri giunsero, il primo
vagito di Guglielmo risvegliava le quiete stanze. Sara non
lo udì, dopo l'ultima spinta aveva perso i sensi e
rivoltata la testa sul cuscino. Per non affaticarla,
chiamarono una balia, e Guglielmo si aggrappò ai grandi e
generosi seni della sua madre di latte, che gli risvegliò
i sensi la prima volta.
Anche in seguito, lei continuò a ignorare i bisogni del
piccolo, trascorreva le sue giornate all'ombra del noce,
in preda a una depressione postuma di cui già prima aveva
mostrato i segni. La casa, intanto, si apriva ad altre
storie di soprusi e di solitudini, e le stanze del piano
superiore, ancora in lutto per le giovani Della Valle
falciate dalla febbre spagnola, si spogliavano dal sapore
dì mandorle amare, e gli armadi si svuotavano e la vita
ricominciava a scorrere nella ruggine delle cerniere. Alla
fine della giornata, Anna raccoglieva il latte dai seni di
Sara, perché non si chiudessero le vene della vita,
scioglieva le bianche trecce sulla camicia inamidata e si
ungeva le mani con olio di mandorle, vicino al capezzolo
premeva fino a quando il flusso benefico sgorgava. Lo
raccoglieva in una bottiglia cui legava un succhiotto di
stoffa e lo spingeva con delicatezza nella bocca di
Guglielmo, che lo rifiutava e nel tepore del suo petto
cercava avidamente i capezzoli.
Fino a quando il suo pianto disperato non le straziò il
cuore e lo attaccò ai seni della madre. Il piccolo si
aggrappò al capezzolo con la disperazione di un naufrago
approdato alla spiaggia del ricordo, la guardò con gli
occhi di suo padre e la succhiò con la sua stessa bocca,
risvegliandole sensazioni sopite. Il torpore l'abbandonò e
si arrese alle mani del bambino, lasciò che la scoprissero
nella penombra della stanza, e schiuse la bocca sui suoi
capelli e nelle umide fragranze dei suoi umori.
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perse l'occhio sinistro per una scheggia di soda caustica'),
lasciano pochi dubbi sulla genuinità della vocazione romanzesca
di Marisa Fasanella e sulla straordinaria leggibilità della sua
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