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Marisa Fasanella
Il tempo
della fioritura

Romanzo

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Pubblicato on-line su www.cassanoalloionio.info
il 09.09.06  h. 17.00

Marisa Fasanella

Il tempo della fioritura

IL LINGUAGGIO DEI CORPI
di Franco Dionesalvi

Marisa Fasanella, calabrese, ha esordito nel 1994 con il romanzo "Maschere e lenzuola del vicolo Santacroce", vincitore del premio letterario "Donna e scrittura. L'inedito nel cassetto". Il brano " la lettera " è tratto dalla raccolta di 11 racconti "Gineceo", edito da Tullio Pironti, Napoli, 1996. Il secondo brano, invece, è tratto dal romanzo "L'ombra lunga dei moroni", edito da Rubbettino nel 2002.
Ho già presentato un racconto di Marisa Fasanella; ho scelto di proporvi una seconda lettura tratta dalle pubblicazioni di questa autrice, perché il suo stile mi pare significativo. Siamo in presenza di una scrittura netta, diretta, che dice pane al pane e non indulge in perifrasi e sottintesi, ahimé frequenti in certa letteratura, per pronunciare frasi che ad alcuni paiono impronunciabili. Le cose che contano, nella vita della gente, soprattutto della gente semplice, sono sempre le stesse.
La nascita, la malattia, la morte. Poi l'amore, l'incontro sessuale, il parto. Di questo parla, ha sempre parlato, l'autentica letteratura. E se si è autentici non c'è bisogno di giri di parole, la verità ci conduce. Specie se, come nel caso della Fasanella, si riesce a parlare di turbamenti e di sesso, di eccitazioni e parti del corpo, di gestazioni e aborti, di attese e disinganni, con vivezza ma pure con delicata poesia. Facendo sentire che il linguaggio dei corpi non e mai oltraggio alla morale, ma disegno in aria, espressione e danza. Dolore, anche, talora rimorso, altre volte rancore. Tutto però riesce a rigenerarsi e sublimarsi davanti all'incanto di una nascita, al luccichio degli occhi di un bambino, al profumo delle "umide fragranze dei suoi umori".

A quindici anni ero già stata di molte braccia. Per un paio di calze di seta. Ne subivo il fascino della trasparenza, ne alimentavo il brivido che, ogni volta che l'indossavo, sentivo crescermi dentro e smarrirsi nelle spalle in un ultimo, impercettibile tremore. Inguauinavo le gambe in quel filato leggero tendendolo fino alle giarrettiere, accarezzandomi dalla punta dei piedi, distendendo anche la più invisibile piega. In quel postribolo c'ero nata. Prima di te, non mi ero mai chiesta cosa celassero quelle finestre scomparse dietro spesse tende cremisi. Solo molto tempo dopo ho scoperto il porto: le navi frangevano l'orizzonte e scomparivano in quella parte di mare a me sconosciuta. Era già tardi. La prima volta che ti ho visto, varcavi la soglia della mia camera spinto dai tuoi commilitoni. C'era la guerra. Gli uomini, che entravano in quella camera, non li guardavo neanche più, ma tu avevi un buon odore addosso: una miscela di tabacco e di muschio, di felci... T’ho respirato.
Quando mi hai scoperto i seni, mi hai domandato dei miei anni. «Ho tutti quelli di mia madre, di mia nonna», ti ho risposto. Mi hai preso le mani tra le tue, e ti sei lasciato cadere sulle ginocchia. Ho fatto quello che non avrei mai dovuto fare, ti ho scoperto gli occhi e poi l'anima. Te l'ho risucchiata piano piano, nel mentre mi smarrivo nell'umidità della tua bocca. Il mio primo bacio. Nel nostro abbraccio non c'era nulla che era già stato, nascevo quella notte, mi scoprivo nei tuoi occhi. Scompariva la storia: quei lunghi anni senza luce, la tua guerra di morte, la mia infanzia venduta. I nostri corpi danzavano, l'uno nell'altro, nello spazio infinito. Quando hanno bussato alla porta, le tue mani, per un momento, hanno abbandonato il mio corpo. Come quella volta in cui mia madre, ero ancora bambina e mi insegnava a camminare, ha aperto, all'improvvisò, le braccia. Lo stesso smarrimento. Ho tremato, e tu mi hai stretta di nuovo a te. Piano piano, ti ho lasciato andare, le mie mani tra le tue fino alla porta. Una promessa appena bisbigliata. Ti ho aspettato e, nell'attesa, non mi sono concessa a altri. «Non tornerà», mi diceva la maitresse.
Una notte, ho sentito dei colpi contro il portone, una voce: era la tua. Mi hanno tenuta ferma contro la spalliera del letto e ti hanno cacciato via. Poi, deliravi, mi ha detto, sempre la maitresse. Ho udito un lungo lamento: la sirena di una nave che si allontanava. «Se ne sono andati». Giulia piangeva mentre lo diceva. Le ho creduto. Non mi alzavo quasi più dal letto, barcollavo ogni qualvolta ci provavo, hanno chiamato il medico. « È incinta», ha detto. Ho pianto. In certi momenti, ancora adesso, mezzo secolo mi ha piegato le spalle da quella notte, mi chiedo cosa sarebbe diventato quel grumo di sangue che mi sono lasciata strappare dal ventre. Nostro figlio non vedrà il mare, mi dicevo. Com'era grande, tra me e te, il mare. Il mandorlo del giardino, quell'anno, era fiorito già ai primi di febbraio. Verrà il vento e si porterà via i fiori, dicevo tra me e me. E venuto il vento e ha disperso i fiori. Ne ho trovati attaccati alcuni contro i vetri, li ho lasciati lì fino a quando non si sono staccati da soli, poi li ho raccolti e conservati in un diario. C è stata una seconda fioritura, ma la neve, così insolita per quei primi giorni di marzo, ha trasformato il mandorlo in uno sterile arbusto senz'anima. Così mi è apparso dopo la gelata, senza germogli. La porta della camera è rimasta sempre aperta. Mi prestavo ai loro giuochi, indossavo ancora calze di seta ma senza amore.Tra i seni, mi lasciavano banconote larghe come lenzuola. Le tue lettere mi sono state consegnate molti anni dopo. Le rileggevo, all'alba, nel letto disfatto. Le case le hanno chiuse, e ho dovuto imparare a camminare tra la gente. Ma per quanto camminassi e respirassi il cielo, gli odori di quegli uomini continuavo a sentirmeli addosso. Anche l'uomo buono, che mi ha portato nella sua casa, deve averli respirati, perché mi ha lasciata senza una parola. E quello dopo, quello ancora dopo. Per nessuno di loro sono riuscita a rinascere. Il miracolo di quella notte non si è più ripetuto. Sarà per questo che sono tornata in questa casa. Sarà per questo che ho cominciato a scriverti. Ogni giorno una lettera, allo stesso indirizzo. Stamani, il postino ha detto che ha cambiato giro, che non ne può più di riportarmi indietro la stessa posta, dovrei anche decidermi a raccogliere dal giardino le buste ancora intatte. Parlava da solo, a voce alta, come i matti. Sai... stanotte il cielo è gravido di stelle, sto pensando che noi non l'abbiamo mai guardato insieme. Sto pensando che il mandorlo ha germogliato ancora, il tempo della fioritura è già passato e si piega sulle drupe. Sto bene nei miei anni, sono solo miei adesso. Ricopio lo stesso indirizzo sulla busta, leggo la lettera, aggiungo ancora qualcosa, ricomincio a leggere. Amore mio, a quindici anni...


IL PARTO DI SARA

Le doglie di Sara cominciarono verso le tre di un sabato pomeriggio, con molto anticipo sul tempo della nascita. Anna le diede un fazzoletto da serrare tra i denti e sistemò una forbice aperta sotto il materasso, perché dividesse il dolore e sollevasse la partoriente. Nina accese il fuoco e fece bollire dell'acqua, man mano che ne toglieva altra ne aggiungeva. Squarciarono delle lenzuola per avvolgere il nascituro, nel mentre Sara si aggrappava alla spalliera del letto contorta dal dolore. La voce di Anna le parlò per tutto il tempo con il linguaggio tenero delle madri, le asciugò il sudore dalla fronte, le scostò i capelli dal volto, e quando le divaricò le gambe e vide i piedi del piccolo che già sporgevano cianotici dal suo sesso, soffocò l'urlo di Nina e con due semplici gesti lo rivoltò nel ventre della madre, impedendo al cordone legato al collo di soffocarlo. Quando gli altri giunsero, il primo vagito di Guglielmo risvegliava le quiete stanze. Sara non lo udì, dopo l'ultima spinta aveva perso i sensi e rivoltata la testa sul cuscino. Per non affaticarla, chiamarono una balia, e Guglielmo si aggrappò ai grandi e generosi seni della sua madre di latte, che gli risvegliò i sensi la prima volta.
Anche in seguito, lei continuò a ignorare i bisogni del piccolo, trascorreva le sue giornate all'ombra del noce, in preda a una depressione postuma di cui già prima aveva mostrato i segni. La casa, intanto, si apriva ad altre storie di soprusi e di solitudini, e le stanze del piano superiore, ancora in lutto per le giovani Della Valle falciate dalla febbre spagnola, si spogliavano dal sapore dì mandorle amare, e gli armadi si svuotavano e la vita ricominciava a scorrere nella ruggine delle cerniere. Alla fine della giornata, Anna raccoglieva il latte dai seni di Sara, perché non si chiudessero le vene della vita, scioglieva le bianche trecce sulla camicia inamidata e si ungeva le mani con olio di mandorle, vicino al capezzolo premeva fino a quando il flusso benefico sgorgava. Lo raccoglieva in una bottiglia cui legava un succhiotto di stoffa e lo spingeva con delicatezza nella bocca di Guglielmo, che lo rifiutava e nel tepore del suo petto cercava avidamente i capezzoli.
Fino a quando il suo pianto disperato non le straziò il cuore e lo attaccò ai seni della madre. Il piccolo si aggrappò al capezzolo con la disperazione di un naufrago approdato alla spiaggia del ricordo, la guardò con gli occhi di suo padre e la succhiò con la sua stessa bocca, risvegliandole sensazioni sopite. Il torpore l'abbandonò e si arrese alle mani del bambino, lasciò che la scoprissero nella penombra della stanza, e schiuse la bocca sui suoi capelli e nelle umide fragranze dei suoi umori.
 

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