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Centinaia di carpe e cefali, stroncati nelle acque del Crati da
un veleno invisibile, che non minaccerebbe però il fragile e
prezioso ecosistema della sua foce, da tempo elevata al rango di
oasi naturalistica.
È quanto affermano gli investigatori che da un paio di giorni,
ormai, sono al lavoro per accertare le cause della moria di
pesci verificatasi lungo il corso del grande fiume. L’allarme
era scattato nella giornata di mercoledì, quando in località
Galatrella, a Terranova da Sibari, a diciotto chilometri dalle
rive ioniche, gli uomini della Polizia Provinciale avevano
rinvenuto diverse carcasse di pesci, spiaggiate sulle sponde del
Crati. Una circostanza che aveva fatto temere il peggio,
provocando l’immediato intervento dei tecnici dell’Arpacal e
dell’azienda sanitaria di Rossano, chiamati ad eseguire esami
chimici, batteriologici e tossicologici. A testimoniare la
delicatezza della situazione, l’arrivo sul posto degli
investigatori del pool “Ionio pulito”, agli ordini di capo
Vincenzo Figoli, e l’attenzione da subito riservata alla vicenda
dalla Procura della Repubblica presso il Tribunale di
Castrovillari, che con il sostituto procuratore Baldo Pisani ha
avviato un’inchiesta conoscitiva, condotta in stretta
collaborazione con i colleghi della Procura di Rossano.
Ieri mattina, in località Galatrella, nuovo sopralluogo degli
inquirenti, che s’è concluso, in tarda mattinata, con la
decisione di affidare ai Vigili del Fuoco di Cosenza il compito
di esplorare più da vicino il letto del grande fiume, per mezzo
di un mezzo anfibio che già oggi potrebbe entrare in azione e
fornire ulteriori particolari utili alla risoluzione del rebus.
Intanto, s’avanzano le prime ipotesi: a causare la morte
violenta di carpe e cefali potrebbe essere stata una quantità
massiccia ma circoscritta di anticrittogamici, che avrebbe
svelato il suo effetto letale nel giro di un paio di chilometri,
diluendosi poi nelle acque del Crati senza creare ulteriori
danni. Pure per questo, ed alla luce dei prelievi e delle
ispezioni già effettuate nel punto di confluenza con il mare
Ionio, gli investigatori tendono ad escludere che il veleno al
momento ancora senza nome abbia potuto in qualche modo intaccare
la foce del grande fiume ed il litorale marino circostante, su
cui peraltro già da anni esiste un rigoroso divieto di
balneazione. |