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Tra
i pali, ai tempi del liceo, era un gatto. A vederlo adesso,
forte della sua mole imponente, non si direbbe. Eppure, don
Francesco Faillace la sua proverbiale agilità non l’ha mai
perduta. E gli è stata utile anche per conquistare il cuore di
Sibari e lanciare, sotto voce, la sfida per il rinnovamento.
Culturale e mentale, passando per i sentieri della fede. Da
quando è arrivato in paese, nel dicembre del 2003, non si può
certo se ne sia stato con le mani in mano: da vice parroco, ha
rianimato l’Azione Cattolica, che oggi può contare su 80
giovani, 60 giovanissimi e 60 adulti, cui sono peraltro affidate
le sorti di 170 catechisti in erba. Così tanti, pure a messa o
agli altri appuntamenti liturgici, che la vecchia chiesa di
Sant’Eusebio non basta ad ospitarli tutti. Quasi come lo stadio
che ogni domenica si riempie all’inverosimile per accogliere i
tifosi del Lattughelle delle meraviglie, di cui il portiere
fattosi prete è presidente e che accompagna, di partita in
partita, verso l’ambita promozione in Prima categoria.
Insomma, una storia da scoprire. Lui la racconta così, partendo
dai giovani. <<Quando ho iniziato il mio ministero – dice – gli
adolescenti erano scoraggiati. L’albero della gioventù, piantato
su un terreno sempre più arido, stava perdendo le sue foglie.
Anche gli adulti erano allo sbando: c’erano piccoli gruppi
organizzati, isole disperse e privi di una guida sicura>>.
Quella che, d’improvviso, sembra essere stata assicurata
dall’arrivo del giovane sacerdote. Il don, come tutti lo
chiamano affettuosamente, si schermisce. <<I risultati colti –
abbozza – sono soltanto il frutto di un prezioso lavoro
d’insieme. Le isole sono diventate arcipelago, unite dal dialogo
attorno ad una comune idea di crescita>>. Ed ora chiedono spazi,
rivendicano diritti, lavorano per una società altra. <<Sibari –
osserva don Faillace – non è morta, ma vuol vivere
dignitosamente. Non è in discussione l’attaccamento allo storico
campanile di Cassano, la cui ombra ci appartiene, ma il
riconoscimento di diritti ed istanze proprie di ogni
cittadino>>.
Ecco spiegato, allora, il ruolo ritagliatosi dalla Chiesa
sibarita. Che alla cura delle anime affianca adesso la
formazione. <<A volte – ragiona il don – ci si chiede come la
Chiesa possa contribuire al progresso della società. Rispondo:
educando i cittadini alla cittadinanza. Far sì che i giovani
possano esprimere entusiasmo e divenire attori del sociale e
santi del terzo millennio. Adoperarsi acchè i bambini siano
linfa vitale di un mondo che evolve rapidamente. E tutti insieme
lavorare per affrancarsi dalla criminalità, culturale e
militare, che opprime e desertifica una terra bisognosa di nuovi
semi>>. <<Cambiare si deve e si può>>, incalza don Faillace, con
lo spirito di quando, ancor seminarista, parava rigori e tanti
ne segnava agli avversari. <<Sibari potrebbe essere la Roma
degli anni 2000, ma qui si vive, socialmente, la povertà del
dopoguerra. Non è importante individuare le colpe ed i
colpevoli, ma sradicare uno stile di vita e di comportamento,
pure in campo politico, improntato alla falsità ed allo
sfruttamento dell’ignoranza. V’è stato chi, in passato, non ha
esitato a fare delle promesse i gradini della scala che portava
al successo personale ed all’impoverimento della comunità: noi
sogniamo un avvenire diverso>>. L’immagine, appena tratteggiata,
è quella di una Chiesa, sottolinea il vice parroco sibarita,
<<attenta, in continuo ascolto, cuore dell’agorà comunitaria>>,
motore d’una collettività <<slegata da stereotipi ed antiche
ossessioni particolaristiche>>. Al centro di tutto, l’homo novus
et liber. <<Non ci sarà mai cambiamento senza libertà>>, chiosa
don Faillace. E ripensa alla battaglia che molti suoi
parrocchiani hanno intrapreso contro l’inquinamento
elettromagnetico. <<Non so dove stia la verità scientifica –
commenta – ma ritengo comunque indispensabile difendere la voce
di chi urla a difesa della vita, che è soffio dello spirito di
Dio>>.
Figli di Dio, cittadini liberi: la chiave del futuro, la sfida
della Chiesa sibarita. |