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Un mosaico di voci e pensieri, plastica immagine di Cassano
vista e descritta con l’occhio poetico dei suoi figli. È
“Cantare il paese”, raccolta di poesie dedicata al borgo erede
dell’antica Cossa Enotria dai suoi cittadini di ieri e di oggi.
Il volume, dato alle stampe per i tipi della casa editrice “Il
Coscile”, è stato curato dall’antropologo Leonardo Alario,
patron dell’Istituto di ricerca e studi di demologia e
dialettologia. Illustrato dagli acquerelli dei maestri Mimmo
Canonico, Maurizio Lanzillotta e Franco Malomo, si compone delle
poesie di cassanesi di diversa estrazione professionale e
culturale, viventi o già passati a miglior vita, residenti nelle
vie del centro o partiti a cercar fortuna altrove. <<Questa
antologia di poeti, i quali hanno voluto vincere la morte del
paese con il ricordo del paese – scrive lo stesso Alario nella
sua prefazione – si propone come luogo d’incontro di persone
accomunate dallo stesso insopprimibile desiderio: non avere una
patria, non riconoscersi più nello sguardo dell’altro>>.
Un’agorà poetica, dunque, per restituire forza e vigore ad un
passato che per non perire ha bisogno di trasformarsi in futuro.
Nell’insolita, affascinate piazza delle rime baciate o cesellate
in dialetto, si incontrano così volti noti o sconosciuti,
accomunati dall’amore per la stessa terra e dalla passione per
la poesia. Tra i tanti, ad esempio, il critico letterario
Giuseppe Troccoli, i poeti Vincenzo Adduci, Gino Bloise, Michele
Miani e Wilma Pellegrini, i giornalisti Giuseppe Selvaggi,
Achille Di Giacomo e Giovanni Battista Graziadio, l’artigiano
Gennaro Di Pinto, il sacerdote Francesco Pennini. E poi, ancora,
Battista e Domenico Alario, Attilio Lanzillotta, Caterina
Armentano, Gustavo Falbo, Silvio Galizia, Franco Leone,
Simonetta Rivelli, Franco Praino. Per tutti, sia pur con
differenti accento e tensione ideale e spirituale, il fulcro
d’ogni riflessione è il paese vissuto quotidianamente,
all’apparenza lento, assonnato e grigio, a volte immobile e
degradato, forse pure odiato, ma mai dimenticato e sempre amato
e sognato nella sua luce migliore e, in fondo, più vera.
<<Coloro che non hanno radici – sottolinea ancora Alario,
citando Ernesto De Martino – si avviano alla morte della
passione e dell’umano. Il paese è invece l’anima dell’errante,
di cui egli ha bisogno per poter continuare ad andare per le
strade del mondo senza perdersi nell’insostenibile anonimato>>.
Il paese, Cassano, per cui il sangue brucia, acceso d’ardore non
dall’ebbrezza del vino né dalla forza dell’amore, bensì, per
dirla con Selvaggi, semplicemente <<per il vento che mi soffia
nel cuore quando arrivo al paese mio>>, quella Cassano cui sono
ora dedicate le odi di “Cantare il paese”.
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