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La signora Gina, mani grandi da massaia e cuore gonfio di
rabbia, sventola un foglietto che il turbinio e gli eventi hanno
ormai ridotto a carta straccia. <<Tre mesi, tre mesi m’hanno
fatto aspettare>>, urla nell’atrio affollato del
poliambulatorio, sottolineando la sua ira funesta con epiteti
irripetibili. <<Mi rimandano a casa>>, aggiunge infuriata e
paonazza in volto, <<perché non ci sono i macchinari, o quello
che sono. Intanto, i miei occhi stanno sempre peggio>>.
La chiamano sanità. Tutto comincia, quando sono ancora le nove,
davanti alla porta della stanza in cui vengono effettuate le
visite oculistiche. La dottoressa di turno arriva puntuale. Ben
presto, si ritrova disarmata di fronte alle richieste dei
pazienti. Di persone, in fila, ce ne sono una quindicina, tutte
munite di foglietto, ovvero di regolare prenotazione risalente
allo scorso novembre. Molte di loro, per le patologie di cui
soffrono, avrebbero bisogno di accertamenti accurati. Ma è una
chimera, nel giorno in cui si scopre che al poliambulatorio
cassanese le visite oculistiche si svolgono ad occhio nudo.
Insomma, tutt’al più si può capire, leggendo tra le righe di
cartelloni appiccati lontani sui muri come da un ottico, di
quante diottrie si sia sprovvisti e se la pupilla soffra di
miopia o astigmatismo, ma niente di più. Persino rilevare la
pressione oculare diventa un problema serio. Figurarsi il resto.
E mentre la folla ondeggia tumultuosa, non resta che prendere
atto dell’evidenza delle cose. Di apparecchiature scientifiche
per gli esami della vista, neppure l’ombra. Qualcuno sussurra:
erano state chieste al Distretto sanitario, per iscritto e
ripetutamente, ma non sono mai arrivate. A volte, alla loro
mancanza sopperirebbero volontariamente gli stessi oculisti.
Quando il miracolo non avviene, è il caos. Ci sono poi i tempi
d’attesa, tra la prenotazione e la visita: lunghissimi. Gli
specialisti che prestano servizio in città sono due, ed
effettuano ciascuno una visita a settimana, sebbene il popolo
degli orbi e dei portatori sani di lenti sia alquanto numeroso:
sono centinaia, ogni anno, le richieste. Ciononostante,
incurante dell’incremento della domanda, l’offerta resta
misteriosamente invariata. In qualche caso, a sentire i boatos
che echeggiano sinistri negli androni del poliambulatorio, la
situazione sarebbe aggravata da oscure disposizioni
organizzative: per contratto, durante l’orario di lavoro, gli
specialisti dovrebbero effettuare una visita ogni venti minuti,
salvo indicazioni diverse e così frequenti da lasciar ingrossare
il serpentone dei pazienti in coda, inevitabilmente sospinto
verso strutture vicine. Ad esempio, Trebisacce, dove però - e
chi vi è incappato ne offre tragica, personale conferma - si
verificherebbero altri episodi bizzarri. Come quello delle
visite, non solo oculistiche, fissate al sabato: si va
speranzosi, si torna a casa scornati. L’ultimo dì della
settimana, infatti, l’ufficio ticket resta chiuso, e senza il
pagamento del balzello, diviene impossibile sottoporsi ai
vagheggiati controlli ed ottenere un referto o la prescrizione
della necessaria terapia.
Il racconto d’un giorno in poliambulatorio. Era la cronaca di
come le cose sembra che stiano. Sarebbe bello scoprire, dietro
le apparenze, un’altra verità. Se esiste, è ora di parlarne.
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