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CANTARE
L'AMORE IN CALABRIA
1. Il canto apre varchi nella memoria. Un canto ci giunge
improvviso all'orecchio e il cuore sobbalza: l'onda dei ricordi
ci travolge e ci sommerge, fatti e persone e luoghi ritornano
dal passato.
Il canto è custode della memoria. All'atto della sua nascita (e
delle sue successive sanzioni, se si tratta di un canto della
tradizione orale) si fa testimone del tempo. Parole, riti,
consuetudini, avvenimenti e cose propri di quella temperie
storica in esso s'annidano e si conservano e ci testimoniano la
visione del mondo maturata da una comunità in un determinato
momento della sua storia. È possibile, talora, rintracciare nel
canto testimonianze che la documentazione ufficiale ha smarrito
o, forse, solo occultato. Il canto si fa, cosi, anche documento
utile a ricostruire la storia dell'uomo.
Il canto, tuttavia, non ha solo funzione di etnofonte. Le sue
funzioni sono ben più numerose e complesse, e il suo posto,
nella vita dell'uomo, è tanto centrale da scandire tutto il suo
tempo, sia esso ordinario o straordinario, quotidiano o festivo,
gioioso o tragico, tenero o violento, e tutte le fasi, o
passaggi, della sua vita, facendosi, di volta in volta, canto di
culla, d'amore, di partenza, di lavoro e sul lavoro, di nozze,
di morte, e, ancora, grido di protesta, segno d'identità,
incitamento alla lotta, medicina della mente, denuncia di
condizione, urlo di dolore, soffio di tenerezza.
Della presenza del canto, soprattutto di tradizione orale, che è
voce che si fa parola cantata, e dell'oralità, che, se oggi non
è primaria in Calabria, è certamente costante, determinando una
commistione oralità-scrittura, che incide ancora sulla perenne
ridefinizione della nostra stessa mentalità, ho avuto modo,
comunque, di trattare altrove. C'è da aggiungere che la
trascrizione di un canto, o la sua registrazione su nastro
magnetico o su disco, blocca e annulla per sempre la sua
naturale fermentazione, poiché di esso si documenta un
particolare istante storico della sua perenne evoluzione, ma non
la sua storia passata e futura, togliendolo alla memoria e ai
bisogni dell'uomo, a cui del tutto appartiene, con cui cammina,
si trasforma e si deforma, si rinnova e invecchia, lasciando
brandelli, nel suo lungo e intricato andare, e acquisendone
altri con cui rammendare e tirare a nuovo tutta la sua forza di
possente testimone della presenza dell'uomo, di ogni uomo, nella
storia del mondo. E, tuttavia, è necessario documentare il più
gran numero possibile di canti, studiarli nei contenuti e nel
loro atteggiarsi in quel particolare momento, in quel
particolare luogo, in quella particolare comunità, nel suo
farsi, cioè, in quel particolare, unico e irrepetibile contesto,
acciocché anche da essi si possano trarre le indicazioni
necessarie per tentare di conoscere l'uomo nella sua totalità.
Del canto, sicché, alla fine, non è la sua vicenda che
c'interessa (dov'è nato, chi lo ha concepito, quali correnti
culturali lo hanno fatto diffondere di luogo in luogo, quali
tecniche mnemoniche e quali occasioni ne hanno favorito la
trasmissione di generazione in generazione), ma proprio la sua
funzione (che uso ne fa l'uomo, com'è vissuto all'interno della
comunità, di quale visione del mondo e della vita si fa
testimone, quali stati d'animo denuncia). La valutazione
estetica di un canto è, certo, importante, la conoscenza delle
sue vicende ci permetterà d'individuare le vie, talora
misteriose, che i fatti culturali percorrono, ma sono i suoi
contenuti e l'uso che di esso si fa, che ci devono veramente
riguardare, poiché nei contenuti è possibile lèggere l'orizzonte
e le vicende di una comunità, e nell'uso il rapporto che una
comunità con esso intrattiene, voglio dire la sua effettiva
utilità nella vita dei singoli e di quell'insieme di persone che
condividono la stessa identità culturale e si riconoscono parte
di quel determinato territorio, anche quando da esso vivono
lontani.
Un canto, per essere di un luogo, non necessariamente dev'esser
nato in quel luogo. Può giunger da lontano e trovare accoglienza
in quella data comunità, la quale, sentendolo, in modo esplicito
o implicito, conforme alla sua maniera di pensare e di sentire,
lo sancisce e lo fa proprio fino a modellarne, talora, la forma
nella struttura della propria particolare lingua definita,
convenzionalmente, come dialetto. Nel momento in cui una
comunità sancisce e riplasma, secondo i propri bisogni, un
canto, o qualsiasi altro elemento culturale, disponendone come
di cosa personale e secondo le proprie esigenze, quel canto si
fa indiscutibilmente il testimone del "sentire" di quella
comunità, si fa, cioè, totalmente suo, è suo fino a diventare il
distintivo della sua identità, il suo inno, la sua dichiarazione
di appartenenza.
Il canto, insomma, è di chi io esegue, indipendentemente dalle
sue origini o dalla sua specifica tipologia, rilevante per gli
studiosi, ma irrilevante per il cantore, poiché egli lo sente
proprio quale testimone del suo sentire in quel momento e in
quel contesto, come strumento possente per gridare al mondo la
sua presenza e medicina efficace per sanare, anche solo per un
momento, uno stato d'angoscia (solitudine, dolore,
smarrimento?), che sul piano storico non trova soluzione. La più
efficace funzione del canto è, tra le tante sue (socializzante,
rivoluzionaria, distintiva d'identità, dichiarativa di stati
d'animo e di sentimenti, etc), probabilmente, quella
terapeutica. Il canto è medicina. Canta che ti passa, si dice. E
un, non a caso, ben noto ed emblematico, canto della tradizione
orale messicana dice:
Canta y no llores,
porque cantando se alegran
cielito lindo, los corazones.
2. Quello lirico-monostrofico è il tipo di canto più diffuso, ma
anche più complesso e funzionale, della tradizione orale
meridionale. Esso descrive, denuncia sempre uno stato d'animo,
che è quello del cantore, il quale si serve di strofe compiute e
autosufficienti per creare la sua comunicazione. E poiché le
singole strofe hanno senso compiuto e sono perfettamente
comprensibili, il cantore può utilizzarle come cellule
intercambiabili e sempre pronte per l'uso per "costruire" il suo
canto, che, proprio per questo, è sempre nuovo. Nel canto
lirico-monostrofico la sequenza e il numero delle strofe può
variare: possiamo avere, così, canti di un solo distico e canti
di più strofe, le quali, a loro volta, possono essere di due,
quattro, sei distici variamente rimati fra di loro. La tecnica
dell'interscambiabilità permette al cantore d'interpolare anche
motivi di diversa origine e di diverso contenuto al punto che
una ninna nanna può contenere, ad esempio, strofe-cellule
provenienti da canti d'amore o dì sdegno o formule adatte alle
più svariate occasioni sì da ricorrere in più canti di diversa
tipologia.
Anche la funzione del canto lirico-monostrofico è molteplice:
ninne nanne, appunto, canti d'amore, di lode, di sdegno, di
dispetto, di protesta, di dolore, di partenza, di lavoro e sul
lavoro soccorrono il cantore nel far fronte alle più svariate
occasioni della vita quotidiana e festiva, e sempre e comunque,
a liberarsi da una condizione psichica, che può rivelarsi,
talvolta, pericolosa per la stabilità della stessa sua presenza,
permettendogli di dar sfogo liberamente alla sua angoscia, alla
sua ribellione, alle sue speranze, ai suoi desideri, ai suoi
sogni diversamente non denunciabili e, soprattutto, non
risolvibili nella concreta attuazione storica. Il canto si
rivela, così, l'efficace esorcismo canoro di un disagio, di una
disperazione, che può farsi male sottile della mente, di una
condizione di miseria insopportabile, e, allo stesso tempo, uno
strumento propiziatorio del bene desiderato, sia esso il
godimento delle bellezze di una donna, l'abbondanza del cibo, la
giustizia, la libertà, il giusto salario, il futuro successo del
bambino in culla, sul cui avvenire si proietta l'invocata
realizzazione di tutti i sogni frustrati della madre, la
felicità della sposa, l'affermazione della vita sulla morte, il
male supremo, che, frequente e improvviso, visita e contamina la
casa.
I canti lirico-monostrofici qui raccolti sono canti d'amore di
diversa tipologia. Canti di lode, contrasti genitori-innamorato
o fra innamorati, canti di sdegno, canti di dolore, canti di
donna o, forse, messi in bocca alla donna dal primo cantore, e
vogliono essere un piccolo covone di una messe sterminata ancora
per gran parte verde e funzionale in vaste aree della nostra
regione, nonostante il dilagare incontenibile delle canzonette
d'autore, le quali non raramente sono ispirate proprio ai canti
della tradizione orale, o di essi sono, purtroppo, stravolgenti
rifacimenti destinati al largo consumo popolare e finalizzati al
conseguente profitto dei "rielaboratori" e delle case
discografiche.
Leonardo R.Alario |