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Cantare l'amore in Calabria
di Leonardo R. Alario

Giovedì 26 Aprile 2007 - Ore 18.00
Teatro Comunale - Cassano Allo Ionio


PROGRAMMA
Saluti autorità

Relazioni
Ottavio Cavalcanti
Ordinario Storia delle
Tradizioni Popolari
Università della Calabria

Vincenzo La Vena
Etnomusicologo
Università di Bologna

Maria Paola Borsetta
Musicologa

Coordina

Antonio Franzese
Giornalista

Presenti
Gianluca Gallo
Sindaco della Città di Cassano

Rosetta Console
Assessore Provinciale
Turismo e Spettacolo

Luigi Garofalo
Consigliere Provinciale

Luigi Pandolfi
Presidente Comunità Montana
Italo-Arbereshe del Pollino

Mario Melfi
Sindaco di Amendolara

Giovanni Brandi Cordasco Salmena
Università di catanzaro e di Urbino
Presidente Accademia della Motta

Antonella Forte
Presidente ProLoco Mormanno

Gaetano Romeo
Musicista Editore discografico

 

I titoli della Collana:
I. Canti e Suoni Tradizionali del Popolo di Cassano in Calabria, Fonit-Cetra, Milano 1979; I.R.S.D.D., Cassano 19852.
2. I Santi cantati. La canzone narrativa religiosa in Calabria, I.R.S.D.D., Cassano 2003.
3. Evviva la Madonna. 1. Storie, lodi, invocazioni. I.R.S.D.D.. Cassano 2004.
4. Il canto narrativo in Calabria, I.R.S.D.D., Cassano 2005.
5. Cantare l'amore in Calabria,
I.R.S.D.D., Cassano 2006


Di prossima pubblicazione:
6. Cantare l'anno in Calabria,
I.R.S.D.D., Cassano 2007

CANTARE L'AMORE IN CALABRIA
1. Il canto apre varchi nella memoria. Un canto ci giunge improvviso all'orecchio e il cuore sobbalza: l'onda dei ricordi ci travolge e ci sommerge, fatti e persone e luoghi ritornano dal passato.
Il canto è custode della memoria. All'atto della sua nascita (e delle sue successive sanzioni, se si tratta di un canto della tradizione orale) si fa testimone del tempo. Parole, riti, consuetudini, avvenimenti e cose propri di quella temperie storica in esso s'annidano e si conservano e ci testimoniano la visione del mondo maturata da una comunità in un determinato momento della sua storia. È possibile, talora, rintracciare nel canto testimonianze che la documentazione ufficiale ha smarrito o, forse, solo occultato. Il canto si fa, cosi, anche documento utile a ricostruire la storia dell'uomo.
Il canto, tuttavia, non ha solo funzione di etnofonte. Le sue funzioni sono ben più numerose e complesse, e il suo posto, nella vita dell'uomo, è tanto centrale da scandire tutto il suo tempo, sia esso ordinario o straordinario, quotidiano o festivo, gioioso o tragico, tenero o violento, e tutte le fasi, o passaggi, della sua vita, facendosi, di volta in volta, canto di culla, d'amore, di partenza, di lavoro e sul lavoro, di nozze, di morte, e, ancora, grido di protesta, segno d'identità, incitamento alla lotta, medicina della mente, denuncia di condizione, urlo di dolore, soffio di tenerezza.
Della presenza del canto, soprattutto di tradizione orale, che è voce che si fa parola cantata, e dell'oralità, che, se oggi non è primaria in Calabria, è certamente costante, determinando una commistione oralità-scrittura, che incide ancora sulla perenne ridefinizione della nostra stessa mentalità, ho avuto modo, comunque, di trattare altrove. C'è da aggiungere che la trascrizione di un canto, o la sua registrazione su nastro magnetico o su disco, blocca e annulla per sempre la sua naturale fermentazione, poiché di esso si documenta un particolare istante storico della sua perenne evoluzione, ma non la sua storia passata e futura, togliendolo alla memoria e ai bisogni dell'uomo, a cui del tutto appartiene, con cui cammina, si trasforma e si deforma, si rinnova e invecchia, lasciando brandelli, nel suo lungo e intricato andare, e acquisendone altri con cui rammendare e tirare a nuovo tutta la sua forza di possente testimone della presenza dell'uomo, di ogni uomo, nella storia del mondo. E, tuttavia, è necessario documentare il più gran numero possibile di canti, studiarli nei contenuti e nel loro atteggiarsi in quel particolare momento, in quel particolare luogo, in quella particolare comunità, nel suo farsi, cioè, in quel particolare, unico e irrepetibile contesto, acciocché anche da essi si possano trarre le indicazioni necessarie per tentare di conoscere l'uomo nella sua totalità. Del canto, sicché, alla fine, non è la sua vicenda che c'interessa (dov'è nato, chi lo ha concepito, quali correnti culturali lo hanno fatto diffondere di luogo in luogo, quali tecniche mnemoniche e quali occasioni ne hanno favorito la trasmissione di generazione in generazione), ma proprio la sua funzione (che uso ne fa l'uomo, com'è vissuto all'interno della comunità, di quale visione del mondo e della vita si fa testimone, quali stati d'animo denuncia). La valutazione estetica di un canto è, certo, importante, la conoscenza delle sue vicende ci permetterà d'individuare le vie, talora misteriose, che i fatti culturali percorrono, ma sono i suoi contenuti e l'uso che di esso si fa, che ci devono veramente riguardare, poiché nei contenuti è possibile lèggere l'orizzonte e le vicende di una comunità, e nell'uso il rapporto che una comunità con esso intrattiene, voglio dire la sua effettiva utilità nella vita dei singoli e di quell'insieme di persone che condividono la stessa identità culturale e si riconoscono parte di quel determinato territorio, anche quando da esso vivono lontani.

Un canto, per essere di un luogo, non necessariamente dev'esser nato in quel luogo. Può giunger da lontano e trovare accoglienza in quella data comunità, la quale, sentendolo, in modo esplicito o implicito, conforme alla sua maniera di pensare e di sentire, lo sancisce e lo fa proprio fino a modellarne, talora, la forma nella struttura della propria particolare lingua definita, convenzionalmente, come dialetto. Nel momento in cui una comunità sancisce e riplasma, secondo i propri bisogni, un canto, o qualsiasi altro elemento culturale, disponendone come di cosa personale e secondo le proprie esigenze, quel canto si fa indiscutibilmente il testimone del "sentire" di quella comunità, si fa, cioè, totalmente suo, è suo fino a diventare il distintivo della sua identità, il suo inno, la sua dichiarazione di appartenenza.
Il canto, insomma, è di chi io esegue, indipendentemente dalle sue origini o dalla sua specifica tipologia, rilevante per gli studiosi, ma irrilevante per il cantore, poiché egli lo sente proprio quale testimone del suo sentire in quel momento e in quel contesto, come strumento possente per gridare al mondo la sua presenza e medicina efficace per sanare, anche solo per un momento, uno stato d'angoscia (solitudine, dolore, smarrimento?), che sul piano storico non trova soluzione. La più efficace funzione del canto è, tra le tante sue (socializzante, rivoluzionaria, distintiva d'identità, dichiarativa di stati d'animo e di sentimenti, etc), probabilmente, quella terapeutica. Il canto è medicina. Canta che ti passa, si dice. E un, non a caso, ben noto ed emblematico, canto della tradizione orale messicana dice:

Canta y no llores,
porque cantando se alegran
cielito lindo, los corazones.

2. Quello lirico-monostrofico è il tipo di canto più diffuso, ma anche più complesso e funzionale, della tradizione orale meridionale. Esso descrive, denuncia sempre uno stato d'animo, che è quello del cantore, il quale si serve di strofe compiute e autosufficienti per creare la sua comunicazione. E poiché le singole strofe hanno senso compiuto e sono perfettamente comprensibili, il cantore può utilizzarle come cellule intercambiabili e sempre pronte per l'uso per "costruire" il suo canto, che, proprio per questo, è sempre nuovo. Nel canto lirico-monostrofico la sequenza e il numero delle strofe può variare: possiamo avere, così, canti di un solo distico e canti di più strofe, le quali, a loro volta, possono essere di due, quattro, sei distici variamente rimati fra di loro. La tecnica dell'interscambiabilità permette al cantore d'interpolare anche motivi di diversa origine e di diverso contenuto al punto che una ninna nanna può contenere, ad esempio, strofe-cellule provenienti da canti d'amore o dì sdegno o formule adatte alle più svariate occasioni sì da ricorrere in più canti di diversa tipologia.
Anche la funzione del canto lirico-monostrofico è molteplice: ninne nanne, appunto, canti d'amore, di lode, di sdegno, di dispetto, di protesta, di dolore, di partenza, di lavoro e sul lavoro soccorrono il cantore nel far fronte alle più svariate occasioni della vita quotidiana e festiva, e sempre e comunque, a liberarsi da una condizione psichica, che può rivelarsi, talvolta, pericolosa per la stabilità della stessa sua presenza, permettendogli di dar sfogo liberamente alla sua angoscia, alla sua ribellione, alle sue speranze, ai suoi desideri, ai suoi sogni diversamente non denunciabili e, soprattutto, non risolvibili nella concreta attuazione storica. Il canto si rivela, così, l'efficace esorcismo canoro di un disagio, di una disperazione, che può farsi male sottile della mente, di una condizione di miseria insopportabile, e, allo stesso tempo, uno strumento propiziatorio del bene desiderato, sia esso il godimento delle bellezze di una donna, l'abbondanza del cibo, la giustizia, la libertà, il giusto salario, il futuro successo del bambino in culla, sul cui avvenire si proietta l'invocata realizzazione di tutti i sogni frustrati della madre, la felicità della sposa, l'affermazione della vita sulla morte, il male supremo, che, frequente e improvviso, visita e contamina la casa.
I canti lirico-monostrofici qui raccolti sono canti d'amore di diversa tipologia. Canti di lode, contrasti genitori-innamorato o fra innamorati, canti di sdegno, canti di dolore, canti di donna o, forse, messi in bocca alla donna dal primo cantore, e vogliono essere un piccolo covone di una messe sterminata ancora per gran parte verde e funzionale in vaste aree della nostra regione, nonostante il dilagare incontenibile delle canzonette d'autore, le quali non raramente sono ispirate proprio ai canti della tradizione orale, o di essi sono, purtroppo, stravolgenti rifacimenti destinati al largo consumo popolare e finalizzati al conseguente profitto dei "rielaboratori" e delle case discografiche.

Leonardo R.Alario

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