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Venerdì 31 Agosto 2007

Sibari – La Stele di Sibari che non c'è più . Il biglietto da visita dell'antica Sybaris.

Pubblicato on-line su www.cassanoalloionio.info il 16.09.07  h. 15.00

Il nuovo che avanza. Travolge il vecchio, cancella la storia, addormenta le coscienze. Ma la memoria, come fiume carsico, riemerge dalle viscere della terra dell’oblio e si riprende quel che le spetta. Il nuovo che avanza ha il volto arcigno d’una ruspa, picconi e badili. Gli stessi usati per tirar giù e portar via quel pezzo di storia che, a lasciarlo lì dov’era, avrebbe finito con l’intralciare il traffico.
Questo è il racconto di una stele in marmo che non c’è più. Fino al 1998, svettava sulla Piana di Sibari dal bivio degli Stombi, all’incrocio tra la statale 534 e la vecchia 106. L’aveva voluta, quando l’odierna Sibari era ancora soltanto un pugno di case stretto tra campi fragili eredi di secolari paludi, il vescovo dell’epoca, monsignor Raffaele Barbieri. Era servita, per decenni, a trasmettere al mondo il biglietto da visita dell’antica Sybaris. C’era scritto: <<Non credo che esista al mondo nulla di più bello della campagna dove fu Sibari, c'è tutto: il verde ridente dei dintorni di Napoli, la grandiosità dei più maestosi paesaggi alpestri, il sole ed il mare della Grecia». Erano le parole che nel 1881 la visione di Sibari aveva ispirato all’archeologo francese François Lenormant. Quel pensiero finì con l’essere impresso sulla stele eretta al suon delle fanfare al bivio degli Stombi, ai lati della casa cantoniera dell’Anas. Era il 14 settembre del 1962. Così commentano l’evento le cronache del tempo: <<Arrivato il corteo al bivio degli Stombi, si incontrò un altro gran numero di macchine venute da Cosenza e dai paesi vicini. Con Sua Eccellenza il Prefetto Serafino De Bonis, era presente anche il sindaco di Cosenza, dottor Claudio Schettini, e tutte le autorità provinciali, attorno a Sua Eccellenza Dario Antoniozzi, sottosegretario al turismo ed allo spettacolo. Sul piedistallo, erano pronte tre fanciulle di Sibari, vestite dai colori della Patria: in verde, Mazzullo Maria Rosaria, rappresentante la terra fertile di Sibari; in bianco, Angioletta Gugliotti, l’acqua di Sibari; in rosso, Concetta Pagliaro, il fuoco di Sibari>>. Per decenni, la colonna marmorea è rimasta al suo posto. Intoccabile. Anche per gli uomini, che tralasciarono di dedicarle cura ed attenzione. Poi, un giorno, se ne persero le tracce. La scomparsa coincise con l’avvio degli interventi di adeguamento del tratto terminale della statale 534. Cantieri aperti dal 1998, lavori conclusi nel 2006, e stele nel frattempo volatilizzata. Meglio, abbattuta. Col Comune che protesta, ma non ottiene dall’Anas che una scrollata di spalle. Correva l’anno 2005. <<Quella stele – ammonisce in quei giorni l’allora vescovo di Cassano, monsignor Domenico Graziani – costituisce il ricordo d’un oggetto sacro che un vescovo ha posto facendosi interprete del comune sentire. Non può pertanto essere annullato nell’anonimato>>. Adesso, però, c’è chi la stele la rivuole indietro. Se non proprio quella, se non proprio allo stesso posto, magari un’altra ed altrove, per restituire a Sibari un pezzo della sua identità. Questo il senso dell’appello lanciato da un comitato spontaneo guidato dall’operatore turistico Tonino Cavallaro. <<Già qualche anno addietro – ricorda Cavallaro – avevamo sostenuto l’opportunità del recupero della stele. Oggi che non c’è più, pensiamo che i Sibariti meritino che venga ricostruita, magari in un luogo diverso, per preservare una memoria storica che altrimenti andrà perduta per sempre, facendo di Sibari un’incognita dal futuro incerto>>.
 

Gianpaolo Iacobini

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