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Il nuovo che avanza. Travolge il vecchio, cancella la storia,
addormenta le coscienze. Ma la memoria, come fiume carsico,
riemerge dalle viscere della terra dell’oblio e si riprende quel
che le spetta. Il nuovo che avanza ha il volto arcigno d’una
ruspa, picconi e badili. Gli stessi usati per tirar giù e portar
via quel pezzo di storia che, a lasciarlo lì dov’era, avrebbe
finito con l’intralciare il traffico.
Questo è il racconto di una stele in marmo che non c’è più. Fino
al 1998, svettava sulla Piana di Sibari dal bivio degli Stombi,
all’incrocio tra la statale 534 e la vecchia 106. L’aveva
voluta, quando l’odierna Sibari era ancora soltanto un pugno di
case stretto tra campi fragili eredi di secolari paludi, il
vescovo dell’epoca, monsignor Raffaele Barbieri. Era servita,
per decenni, a trasmettere al mondo il biglietto da visita
dell’antica Sybaris. C’era scritto: <<Non credo che esista al
mondo nulla di più bello della campagna dove fu Sibari, c'è
tutto: il verde ridente dei dintorni di Napoli, la grandiosità
dei più maestosi paesaggi alpestri, il sole ed il mare della
Grecia». Erano le parole che nel 1881 la visione di Sibari aveva
ispirato all’archeologo francese François Lenormant. Quel
pensiero finì con l’essere impresso sulla stele eretta al suon
delle fanfare al bivio degli Stombi, ai lati della casa
cantoniera dell’Anas. Era il 14 settembre del 1962. Così
commentano l’evento le cronache del tempo: <<Arrivato il corteo
al bivio degli Stombi, si incontrò un altro gran numero di
macchine venute da Cosenza e dai paesi vicini. Con Sua
Eccellenza il Prefetto Serafino De Bonis, era presente anche il
sindaco di Cosenza, dottor Claudio Schettini, e tutte le
autorità provinciali, attorno a Sua Eccellenza Dario Antoniozzi,
sottosegretario al turismo ed allo spettacolo. Sul piedistallo,
erano pronte tre fanciulle di Sibari, vestite dai colori della
Patria: in verde, Mazzullo Maria Rosaria, rappresentante la
terra fertile di Sibari; in bianco, Angioletta Gugliotti,
l’acqua di Sibari; in rosso, Concetta Pagliaro, il fuoco di
Sibari>>. Per decenni, la colonna marmorea è rimasta al suo
posto. Intoccabile. Anche per gli uomini, che tralasciarono di
dedicarle cura ed attenzione. Poi, un giorno, se ne persero le
tracce. La scomparsa coincise con l’avvio degli interventi di
adeguamento del tratto terminale della statale 534. Cantieri
aperti dal 1998, lavori conclusi nel 2006, e stele nel frattempo
volatilizzata. Meglio, abbattuta. Col Comune che protesta, ma
non ottiene dall’Anas che una scrollata di spalle. Correva
l’anno 2005. <<Quella stele – ammonisce in quei giorni l’allora
vescovo di Cassano, monsignor Domenico Graziani – costituisce il
ricordo d’un oggetto sacro che un vescovo ha posto facendosi
interprete del comune sentire. Non può pertanto essere annullato
nell’anonimato>>. Adesso, però, c’è chi la stele la rivuole
indietro. Se non proprio quella, se non proprio allo stesso
posto, magari un’altra ed altrove, per restituire a Sibari un
pezzo della sua identità. Questo il senso dell’appello lanciato
da un comitato spontaneo guidato dall’operatore turistico Tonino
Cavallaro. <<Già qualche anno addietro – ricorda Cavallaro –
avevamo sostenuto l’opportunità del recupero della stele. Oggi
che non c’è più, pensiamo che i Sibariti meritino che venga
ricostruita, magari in un luogo diverso, per preservare una
memoria storica che altrimenti andrà perduta per sempre, facendo
di Sibari un’incognita dal futuro incerto>>.
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