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Sibari come Atlantide, sommersa dalle acque. E tutto per colpa
della subsidenza, fenomeno antico quanto naturale, alle cui
dinamiche molto può contribuire il fattore umano. Consiste
nell’abbassamento del suolo e va a sommarsi, con effetti
catastrofici, all’innalzamento del livello dei mari. A Sibari,
in località “Casa Bianca”, ma pure nella zona del fiume Crati,
il terreno s’è abbassato, nell’arco di cinque lustri, di almeno
otto centimetri. Col risultato che il porto turistico, l’area
archeologica e fette di pianura, complice adesso il
riscaldamento globale, corrono il rischio d’esser risucchiati
dalle acque.
Lo confermano i dati combinati della recente ricerca targata
Enea, le storiche preoccupazioni di Legambiente, una datata ma
ancora attuale ricerca scientifica svolta dal geologo Alessandro
Guerricchio e dalla naturalista Maria Luisa Ronconi. È proprio
dalle loro considerazioni, risalenti alla fine degli anni ’90,
che parte il racconto. <<La velocità di subsidenza – annotavano
Guerricchio e Ronconi – è stata riscontrata a livelli elevati in
località “Casa Bianca”, dove supera in media i 4 millimetri
negli ultimi 860 anni>>. Domanda: perché ciò accade? Risposta:
<<Alla compressibilità dei livelli limoso-argillosi, limosi e
torbosi va attribuito il tasso preponderante della subsidenza
geotecnica naturale della Piana, nonché l’innalzamento del
livello marino. Alle componenti tettoniche e geotecniche va
aggiunta quella di origine antropica, prodotta dalla
decompressione degli strati per un’irrazionale estrazione di
fluidi dal sottosuolo. Sono infatti numerosi i pozzi trivellati
anche nelle riserve d’acqua mineralizzata. Ciò è estremamente
dannoso, sia perché l’estrazione di acqua mineralizzata dal
sottosuolo richiama acque dolci, che vengono irrimediabilmente
contaminate, od anche acque salmastre di invasione marina, sia
perché, agli effetti del fenomeno della subsidenza, è opportuno
evitare la decompressione del sottosuolo con inutili emungimenti
delle riserve idriche sotterranee>>.
Suggerimenti purtroppo rimasti lettera morta. Ed in meno d’un
decennio, l’acqua salmastra infiltratasi nel sottosuolo costiero
s’è già portata via quasi un’intera pineta, quella di località
Casoni, e molte altre rischia di far sparire. Nonostante i
ripetuti allarmi lanciati da Legambiente e, sul piano
scientifico, dall’Enea. <<In Calabria, come in Puglia e
Basilicata – confermano ora i ricercatori dell’ente di ricerca –
ci sono aree che potrebbero, in un futuro lontano, finire
sott’acqua. Un rischio aggravato dal riscaldamento globale, che
nel Mediterraneo è pari, in media, a mezzo grado l’anno>>. Da
qui al 2100, insomma, lo Ionio potrebbe sollevarsi di almeno 20
centimetri. <<Quel che si può fare – segnalano i tecnici Enea –
è solo prevenzione. Anzitutto, evitando di costruire
infrastrutture lungo le coste interessate dal fenomeno. E poi,
investendo risorse per cambiare il tipo di produzione agricola,
favorire l’accrescimento dei sedimenti sabbiosi togliendo le
briglie ai torrenti, lasciare al loro posto le dune costiere per
frenare l’erosione costiera>>.
Praticamente il contrario di quanto avvenuto negli anni in
un’area dagli equilibri naturali fragili, dove l’uomo s’è mosso
con brutale arroganza senza sapere, ora, come rimediare ai
propri errori.
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