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Nell’anno Paolino discutere dei temi cari a San Paolo è un dovere ma
anche una necessità religiosa ed esistenziale. I temi vissuti come
percorsi. Uno dei temi fondamentali è il rapporto che Paolo ha
stabilito con i luoghi. Il viaggio stesso è dentro il camminamento
dei luoghi. I luoghi reali e i luoghi metafora. I luoghi tempo e i
luoghi missione. La piazza è un luogo non solo archetipo e simbolo
nella geografia paolina ma è soprattutto il disegno di una nostalgia
dell’incontro tra civiltà e popoli.
Paolo ci porta la nostalgia dell’incontro. L’incontro è sempre un
raccordo tra l’attesa e il comunicare. Nella nostalgia la memoria
non è passato ma è la traccia che viviamo, è la traccia della
ricerca che viviamo per ritrovarci e per ritrovare una eredità nel
viaggio. I viaggi di San Paolo sono stati sempre un camminare alla
ricerca del Centro. Il Centro come elemento metaforico e quindi
constatazione metafisica ma anche come una realtà geografica dove il
tutto si focalizza intorno ad un tema di fondo che viene ad essere
determinato da una parola fondamentale che è l’Incontro.
In San Paolo tutto avviene intorno alla possibilità di fare del
Centro il vero modello di correlazione tra il dentro e il fuori. È
vero che San Paolo è il viaggio ma è anche vero che il viaggio si
materializza non solo nella comunione della parola ma anche nella
definizione di un luogo o dei luoghi. Dove avviene il passaggio dal
fisico al metafisico in Paolo? Si compie lungo una strada, ovvero
lungo la strada per Damasco. Damasco è la lettura del tutto.
La parola di Paolo dove si espande o meglio come cerca di espandersi
e attraverso che cosa? Uomo della conversione, che si converte alla
parola della cristianità, trasmette le parole in un luogo per
eccellenza di derivazione mediterranea che è l’agorà o meglio l’uomo
convertito usa le lingue per comunicare una consapevolezza dentro
una geografia che è rappresentata dal luogo e in questo luogo
confluiscono le strade dei popoli.
Paolo parla nell’agorà per portare la propria testimonianza in una
esperienza di missione e l’agorà in quel tempo e non solo in quel
tempo rappresentava il centro della città, quel centro che
accoglieva le diversità dei popoli e le manifestazioni delle
culture. Il rapporto tra la città e l’agorà ha sempre costituito un
intreccio di etnie. Paolo che è definito l’apostolo delle genti non
solo è il testimone di due culture (quella giudaica e quella greco
romana) ma è soprattutto il messaggero di un linguaggio che cerca di
accomunare e sviluppa questa tesi in una forma universalistica
mettendo “in piazza” il suo paesaggio linguistico.
Mettere in piazza per Paolo significa soprattutto comunicare
semplicemente la Parola che possa trasmettere non valori in sé ma
esempi e fede. L’agorà – piazza come centro della parola. D’altronde
Paolo discute con quelli che incontra proprio nell’agorà (cfr. At
17) e Atene costituisce lo spazio dentro il quale si definisce il
Centro. L’agorà è Centro, dunque, della città, perché è definizione
dell’essere dei luoghi e dei non luoghi. Una visione che ha una sua
realtà antropologica all’interno della geografia dell’esistere.
L’agorà è il Centro della discussione per tutti mentre l’Areopago
(collina di Ares, dio greco della guerra, che rappresenta il punto
più alto della città) è il luogo dell’approfondimento. Tanto che ad
Atene Paolo viene spinto a discutere proprio nell’Areopago per dar
vita a quegli argomenti che erano stati alla portata di una
rappresentazione pubblica più complessiva. In fondo per Paolo la
piazza costituisce anche il raccordo delle lingue attraverso un
intreccio di riferimenti di appartenenza.
Le etnie sono l’intreccio di culture che si raccordano nello spazio
aperto delle città. A chi si rivolge Paolo quando parla, quando usa
la lingua e il linguaggio dei popoli e delle genti? Si rivolge alle
comunità che in quel momento “affollano” lo spazio aperto e quello
spazio si universalizza perché diventa pubblico. In fondo la parola
di Paolo è sempre una parola pubblica che ha raccolto lungo le
strade e sono le voci della strada che si ritrovano nella piazza.
In realtà la metafisica dell’anima paolina è rendere pubblico il
messaggio. Andare oltre la stanza, oltre il margine, oltre le
frontiere. Ma il superamento di tutto questo si vive, appunto, in
uno spazio che non conosce pareti, ovvero la parola che proviene da
una missione di trasmissioni di immagini, bensì una da un intreccio
che lega il provvisorio con il definitivo. Paolo cerca di togliere
il provvisorio dalla piazza e di portare, nello spazio aperto, il
definitivo. Uscire dalla “casa” è un termine importante. Uscire dal
chiuso per entrare nell’altrove.
C’è una metafora importante che insiste in questo immaginario di
dimensioni di fede. La casa è il riparo. Il riparo da tutto. La
piazza accoglie tutto. Quando arriva il vento se si chiudono le
imposte non penetra il centro della casa. In piazza, invece, viene
spinto dalle correnti delle strade e dai vicoli e trova nel centro
della piazza tutte le voci dei venti che giungono da paesi e da
civiltà altre. Il vento è nella piazza.
Nella piazza il tempo non può contarsi. Può soltanto raccontarsi
come nostalgia del vissuto perché diventa non catturabile neppure
l’istante. Nella casa si assiste all’illusione della clessidra. Ma è
solo una illusione. Il tempo nella dimensione agorà – piazza si
incontra costantemente con lo spazio. In Paolo il tempo è sempre
tempospazio. I suoi viaggi sono percorsi lungo le rotte del
tempospazio.
Dove accade quel che accade? Ha una sua importanza particolare
proprio nel viaggiare. Il luogo si misura sempre con il tempo perché
lo si accoglie o lo si respinge o si viene accolti o si viene
respinti proprio in rapporto ad un legame tra esterno ed interno.
Persino il dialogare assume una sua valenza metafisica ed estetica.
Il luogo può diventare universale o soltanto estremizzato nella
intimità. Già di per sé la piazza ha una architettura che si presta
all’incontro. E Paolo lo sapeva benissimo tanto che ha segnato la
letteratura cristiana attraverso l’universalizzazione della parola.
Perchè universalizzare non può avere segreti.
La piazza, in fondo, è il contrario della camera da letto. Proprio
per questo il gioco indefinibile tra tempo e spazio assume chiavi di
letture straordinarie. Il di dentro e il di fuori ha trovato in
Gaston Bachelard quella metafora della “poetica dello spazio” che è
rivelazione di significati e significanti. Ma il di dentro e il di
fuori sono l’universalismo della metafisica della parola. Coincidono
sempre e sono il segno del viaggio.
Paolo si serve dello spazio soprattutto per definirsi nella
“poetica” del Centro e anche perché ha necessariamente bisogno di
uno spazio reale. Il messaggero della cristianità deve comunicare la
fede in uno spazio reale convinto che la piazza si identifica con le
genti. Viaggio – città – piazza. È su queste coordinate che si
caratterizza un incontro tra le lingue e tra popoli.
In questa geografia San Paolo è destino e fede. Ma l’incontro resta,
comunque, l’attesa e il comunicare. Un tracciato indelebile in cui
il senso del viaggio diventa orizzonte del viaggiare nel cuore dei
popoli, nel cuore degli uomini, nel cuore di noi stessi che offriamo
la testimonianza come dono e il dono come testimonianza.
Pierfranco Bruni
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