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Storia di Nina
romanzo
integrale

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STORIA DI NINA

Un'altro capolavoro letterario dell'ormai affermata scrittrice cassanese dato alla luce attraverso gli eventi di Tam Tam Cassano 2008 in scena nel centro storico della sua città natale Cassano Allo Ionio.
 

Marisa Fasanella, calabrese, ha pubblicato il romanzo
 “Maschere e lenzuola del vicolo Santacroce”- Periferia, 1994 – Premio Nazionale “Donna e scrittura. L’inedito nel cassetto”

“Gineceo” – Undici crudeli racconti - Tullio Pironti , Napoli 1996

“L’ombra lunga dei moroni”- Rubbettino editore, Soveria Mannelli 2002 – Premio Nazionale Crati.

 
STORIA DI NINA

La sua faccia non me la scordo. Ce l’ho sempre davanti agli occhi. Persino quando dormo. Quando scendo le scale e batto i piedi e stringo tra le dita la borsetta di mia madre; quando mi lavo la faccia e ho paura di specchiarmi. Lui è lì: col cappello in mano, con gli occhi lucidi del troppo vino e una smorfia sulla bocca. Non posso fare a meno di urlare. Grido col cuore a mille e mi copro la faccia, perché i morti, se non li guardi, non possono farti nulla. Era sempre rimasto in fondo alle scale, ad azzannare con lo sguardo sottane che ballavano sulla loggia e si aprivano sulle gambe. Mia madre, scendendo, rideva. “Prima o poi, gli cadranno gli occhi” diceva. Noi due parlavamo sempre qui, sul ballatoio, sedute una di fronte all’altra. Anche quando faceva freddo, uscivamo sulla loggia. Per sentirci meno sole. Il vicolo è un braccio, ti gira attorno e ti scalda, e se lo dice tua madre, ti fidi. Si fidava così tanto da non chiudere mai la porta di casa. Guarderà il mondo attraverso le sbarre di una prigione, per questo. Per non aver segnato una linea più scura sull’uscio, il confine tra il dentro e il fuori, la casa e la loggia, il letto e le scale. Lei ride ancora, mia madre ride sempre, anche adesso che non ha più la loggia, e come me deve battere i piedi per simulare il passo sulle scale; per non perdere i suoni della piazza dove si smarriva per ore. Il carcere si mangia il presente e tutto quello che resta è il ricordo. Il carcere è un vicolo più corto, e i respiri volano da una cella all’altra, ma si è estranei, non c’è vita nel carcere, solo attesa. Da quando lui ha attraversato la loggia e si è fermato sulla porta della mia stanza, neanche il vicolo è più lo stesso. Mi ha minacciata col bastone e si è infilato nel mio letto. Ero così spaventata che non ho detto una parola. La lingua congelata e le mani e i piedi freddi come il marmo. Ho cercato con gli occhi mia madre, ma la casa era vuota. Mi ha sorpresa nel sonno, ho aperto gli occhi e l’ho visto nel vano della porta. Aveva il sole alle spalle e gli occhi ....

racconto integrale

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