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Cassano Allo Ionio 05
luglio 2009
Il futuro? Nella verità
Si intitola “Caritas in
veritate”: dedicata alle tematiche sociali, è la terza enciclica,
dopo la “Deus caritas est” e la “Spe salvi”, data alle stampe da
Papa Benedetto XVI. Firmata nel giorno della festività dei santi
Pietro e Paolo, sarà pubblicata il 7 luglio.
Le poche anticipazioni che la cronaca offre dei contenuti del nuovo
documento papale non riescono a descrivere compiutamente, né
potrebbero, la ricchezza, spirituale e culturale, di una riflessione
evangelica e razionale che, ponendosi sulla scia della “Populorum
progressio”, scritta da Paolo VI nel 1967, «intende approfondire»,
come ha spiegato lo stesso Pontefice, «alcuni aspetti dello sviluppo
integrale nella nostra epoca, alla luce della carità nella verità,
per porre in evidenza quelli che per noi cristiani sono gli
obiettivi da perseguire e i valori da promuovere e difendere
instancabilmente, al fine di realizzare una convivenza umana
veramente libera e solidale».
La scelta di Benedetto XVI appare felice: oggi, come ai tempi della
“Populorum Progressio”, lo sviluppo economico è segnato da
distorsioni drammatiche: pur di fronte al diffondersi del benessere,
resta lo scandalo di disuguaglianze clamorose, aggravate
dall’esistenza di Paesi in cui la fame miete ancora vittime poiché
il cibo e l’acqua non sono considerati diritti universali.
Di fronte a questo scenario, il Papa sembra riaffermare un principio
inoppugnabile: a preservare ed esprimere la forza di liberazione
della carità nelle vicende sempre nuove della storia non sono né
l’economia né la ragione né la tecnica, singolarmente considerate,
bensì la verità. Essa è, insieme, verità della fede e della ragione,
nella distinzione e nella sinergia dei due ambiti cognitivi. Senza
di essa non c’è coscienza, e l’agire sociale cade in balìa di
privati interessi, con effetti disgregatori sulla società.
Proprio l’attuale situazione di generale precarietà induce a
riprogettare il cammino, ad individuare regole e forme d’impegno
inedite, a puntare sulle esperienze positive e a rigettare quelle
negative: mercato, proprietà, impresa, profitto e lavoro possono
assumere un significato cristianamente consistente soltanto nella
misura in cui pongano al loro centro il Cristo redentore che,
rivelando Dio all’uomo, rivela l’uomo all’uomo.
La crisi, dunque, può diventare occasione di discernimento e
progettualità: si tratta di dilatare la ragione e di renderla capace
di conoscere ed orientare le dinamiche derivanti dalla
globalizzazione imperante. Al riguardo, Benedetto XVI sembra voler
richiamare un dato oggettivo: i processi di crescita imperniati
esclusivamente sull’assolutismo della tecnologia, quando non
informati anche ai valori della vita, finiscono per rendere schiavi,
dal momento che la libertà umana è tale solo se risponde al fascino
della tecnica con decisioni che siano frutto di responsabilità
morale. E lo sviluppo economico è impossibile senza uomini retti,
senza operatori economici e classi dirigenti che vivano
convintamente nelle loro coscienze l’appello al bene comune.
È dunque necessaria, pare voler annunciare il Papa, una
riconsiderazione del senso dell’economia e dei suoi fini, per
recuperare il riconoscimento che essa va finalizzata al bene comune.
Occorre, insomma, ripensare stili che aiutino a salvaguardare la
vita e l’ambiente, nella certezza, ormai patrimonio pure di magna
pars della cultura laica, che lo sviluppo deve comprendere in sè una
crescita spirituale, oltre che materiale, perché la persona è le due
cose assieme: è corpo, ma è anche e soprattutto anima, bisognosa di
quella verità che solo Cristo può e sa dare.
+ Vincenzo Bertolone
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