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martedì 22 dicembre 2009


Cassano – Si riaffaccia così sulla Sibaritide lo spettro della malaria - E tutto per colpa d’una zanzara la anofele “labranchiae”.

Pubblicato on-line su www.cassanoalloionio.info il 31.12.09  h. 00.30



Il pericolo che nei secoli passati portava a fuggire dalla costa ed a ripararsi nell’entroterra s’annida ancora nei tanti canali, fossi d’acqua e risaie di cui la Sibaritide è costellata. È una zanzara, vive e prolifera in riva allo Ionio e regala un incubo che si credeva ormai parte d’un tempo andato: la malaria.
L’allarme, che viene dall’Istituto superiore di sanità ed è racchiuso in uno studio di recente pubblicazione sulle “Linee guida per il controllo di culicidi potenziali vettori di arbovirus in Italia”, è impietoso: la Piana di Sibari potrebbe tornare ad essere zona malarica. E tutto per colpa d’una zanzara, la anofele “labranchiae”, che ancora volteggia ronzante nei cieli sibariti, favorita dalle tante distese d’acqua dolce (e stagnante) presenti nell’area.
Si riaffaccia così sulla Sibaritide lo spettro della malaria, la cui trasmissione fu interrotta a conclusione della campagna di lotta antimalarica, svolta tra il 1947 ed il 1951. Da allora, il ministero della salute, tramite l’Istisan, ha attivato anche un sistema di sorveglianza dal cui lavoro, nei giorni scorsi, ha visto la luce lo studio di fresca diffusione. <<Non si può escludere la possibilità – annotano gli studiosi dell’Istisan - che si verifichino casi di malaria autoctona in alcune zone rurali del Paese. Eventuali cambiamenti ambientali e climatici potrebbero comportare variazioni nella densità e nella distribuzione delle popolazioni anofeliche, mentre fattori politico-sociali potrebbero determinare modificazioni del flusso migratorio da zone ad endemia malarica e dunque la possibilità che serbatoi d’infezione circolino in aree a rischio nella stagione favorevole alla trasmissione malarica>>. Nella mappa figura anche il comprensorio sibarita. Minacciato dalla presenza di una folta colonia di anofeli della specie “Labranchiae”, che <<dopo la drastica riduzione dovuta alla campagna di lotta antimalarica, ha gradualmente rioccupato parte del territorio dove permangono condizioni idrogeologiche e ambientali idonee al suo sviluppo. Essa può utilizzare come focolai larvali una notevole varietà di ambienti costituiti da raccolte di acqua dolce (stagni, invasi artificiali per uso agricolo e venatorio, canali irrigui e di bonifica con manutenzione carente, pozze isolate in fiumi a carattere torrentizio e risaie). In alcune aree, in presenza di focolai particolarmente estesi (soprattutto comprensori risicoli), la specie può raggiungere densità rilevanti tra giugno e ottobre>>.
Uomo avvisato mezzo salvato, anche se c’è da scommettere che di fronte al sopraggiungere del nuovo pericolo nessuno muoverà un dito. Almeno non prima del riaffacciarsi della malaria.
 

Gianpaolo Iacobini


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