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Il pericolo che nei secoli passati portava a fuggire dalla costa
ed a ripararsi nell’entroterra s’annida ancora nei tanti canali,
fossi d’acqua e risaie di cui la Sibaritide è costellata. È una
zanzara, vive e prolifera in riva allo Ionio e regala un incubo
che si credeva ormai parte d’un tempo andato: la malaria.
L’allarme, che viene dall’Istituto superiore di sanità ed è
racchiuso in uno studio di recente pubblicazione sulle “Linee
guida per il controllo di culicidi potenziali vettori di
arbovirus in Italia”, è impietoso: la Piana di Sibari potrebbe
tornare ad essere zona malarica. E tutto per colpa d’una
zanzara, la anofele “labranchiae”, che ancora volteggia ronzante
nei cieli sibariti, favorita dalle tante distese d’acqua dolce
(e stagnante) presenti nell’area.
Si riaffaccia così sulla Sibaritide lo spettro della malaria, la
cui trasmissione fu interrotta a conclusione della campagna di
lotta antimalarica, svolta tra il 1947 ed il 1951. Da allora, il
ministero della salute, tramite l’Istisan, ha attivato anche un
sistema di sorveglianza dal cui lavoro, nei giorni scorsi, ha
visto la luce lo studio di fresca diffusione. <<Non si può
escludere la possibilità – annotano gli studiosi dell’Istisan -
che si verifichino casi di malaria autoctona in alcune zone
rurali del Paese. Eventuali cambiamenti ambientali e climatici
potrebbero comportare variazioni nella densità e nella
distribuzione delle popolazioni anofeliche, mentre fattori
politico-sociali potrebbero determinare modificazioni del flusso
migratorio da zone ad endemia malarica e dunque la possibilità
che serbatoi d’infezione circolino in aree a rischio nella
stagione favorevole alla trasmissione malarica>>. Nella mappa
figura anche il comprensorio sibarita. Minacciato dalla presenza
di una folta colonia di anofeli della specie “Labranchiae”, che
<<dopo la drastica riduzione dovuta alla campagna di lotta
antimalarica, ha gradualmente rioccupato parte del territorio
dove permangono condizioni idrogeologiche e ambientali idonee al
suo sviluppo. Essa può utilizzare come focolai larvali una
notevole varietà di ambienti costituiti da raccolte di acqua
dolce (stagni, invasi artificiali per uso agricolo e venatorio,
canali irrigui e di bonifica con manutenzione carente, pozze
isolate in fiumi a carattere torrentizio e risaie). In alcune
aree, in presenza di focolai particolarmente estesi (soprattutto
comprensori risicoli), la specie può raggiungere densità
rilevanti tra giugno e ottobre>>.
Uomo avvisato mezzo salvato, anche se c’è da scommettere che di
fronte al sopraggiungere del nuovo pericolo nessuno muoverà un
dito. Almeno non prima del riaffacciarsi della malaria.
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