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È nelle mani della magistratura cosentina la storia di Simona
M., la trentaduenne castrovillarese residente in un paese alle
porte di Cosenza che agli inizi di febbraio s’è rivolta alla
Procura per presentare una circostanziata querela contro i
vertici comprensoriali e provinciali della Cgil. Accusati di
averla sottoposta per anni, a suo dire, a stringenti pressioni
psicologiche e, in alcuni casi, a maltrattamenti, sul posto di
lavoro.
Secondo il racconto della giovane, tutto avrebbe avuto inizio
nel 2003, a conclusione del periodo di servizio civile svolto
nella sede del patronato Inca di San Marco Argentano: invitata a
continuare a prestare la sua collaborazione in veste volontaria
ma con orari da tempo pieno, in cambio di rimborsi mensili da
200 euro, la donna avrebbe accettato la proposta, pure perché
speranzosa di veder realizzate le promesse d’un’assunzione in
pianta stabile. Le cose, però, non andrebbero nel verso sperato.
E dopo anni di alti e bassi, di illusioni e delusioni, segnati
da crisi d’ansia e finanche da anoressia, la decisione di
ribellarsi all’asserito stato di sfruttamento psicologico e
lavorativo. Ricevendo, in cambio del silenzio sull’intera
vicenda (almeno stando a quanto denunciato alla magistratura),
l’offerta di una somma di 70.000 euro, da lei rifiutata.
Il resto è cronaca: la Cgil respinge le accuse, e si dice pronta
a tutelare anch’essa in sede giudiziaria la propria onorabilità
ed i propri diritti. Simona M, però, non sembra intenzionata a
recedere. E continua la sua battaglia, in sede civile e penale,
assistita dagli avvocati Enzo Belvedere e Giovanni Caglianone.
Alle sue dichiarazioni è ora impegnata a cercare riscontri la
Procura di Cosenza, che sul caso ha aperto un fascicolo
ascoltando già diverse persone informate dei fatti. Nuovi
sviluppi sono attesi per i prossimi giorni.
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